Archivio per luglio, 2011


AD UN MESE DALLO STUPRO: CHE FINE HA FATTO IL COMUNE DI FANO?

 L’Assemblea femminista autoconvocata sui fatti della Notte bianca si è ritrovata venerdì 22 luglio, ad un mese dallo stupro alla ragazza di quindici anni compiuto da tre coetanei e lo ha fatto in modo simbolico proprio al Lido, nei pressi dello “Chalet del mare”, luogo presso il quale è avvenuta la violenza nella serata del 22 giugno. Anche se siamo in pieno periodo di vacanze, la presenza di tante persone che hanno sentito l’esigenza di rivedersi per discutere concretamente il da farsi, ha confermato un dato importantissimo: la cittadinanza di Fano che si è mobilitata, vuole confermare la solidarietà alla ragazza e alla famiglia e intende mettere in cantiere iniziative culturali di vario genere per lavorare sui modelli culturali maschili e femminili, anche in forte contraddizione con la visione acritica da “bulli/gladiatori” e “pupe”, della quale è ostaggio la città.

Molte le idee, a partire dall’individuazione di forme di concreta solidarietà alla ragazza, in modo da dare seguito alla lettera “La vittima non è colpevole di essere vittima”, firmata da molte persone e diffusa nei giorni scorsi, dopo le dichiarazioni della difesa dei tre ragazzi accusati dello stupro. Durante l’incontro dell’Assemblea è stata formulata da più parti una domanda da rivolgere all’Amministrazione comunale: Noi cittadini e cittadine stiamo facendo dal basso tutto quello che è nelle nostre capacità e possibilità per sostenere la ragazza e la famiglia, e per dare un segno di cambiamento al clima culturale cittadino, cosa fa, invece, il Comune? Sono andati tutti in vacanza dopo la Fano dei Cesari? Ricordiamo le dichiarazioni dell’Amministrazione apparse in tutti i giornali nazionali l’indomani della vicenda che ha portato la Notte bianca di Fano nella cronaca nera nazionale: “Vogliamo dare un segnale forte di sostegno alla vittima”. Adesso i fanesi vogliono sapere a distanza di un mese, se le dichiarazioni sono rimaste solo parole o se a queste sono seguiti dei fatti! Perché la politica delle belle parole vuote… non soddisfa più nessuno!

Nota stesa in conclusione della Assemblea da Femminismi, donne di Fano, Pesaro, Urbino.

una immagine della "notte bianca" fanese

Sembra impossibile ed è invece una vecchia storia, quella secondo cui, chi è stato vittima di una violenza ha la sua grande parte di responsabilità nei fatti. Il meccanismo è quello della violenza comunitaria che prevede – a livello simbolico – un “capro espiatorio”.
Il gruppo che si riconosce attorno a chi è stato colpito si fa più forte e unito, questo accade a partire da un fatto: la vittima è vittima perché un po’ se lo è voluto e adesso che ha fatto un favore al gruppo – ha neutralizzato la violenza interna – il gruppo stesso – che siamo noi, le riconosciamo il suo ruolo, e diciamo a tutti gli altri che un po’ se lo è cercato: “non doveva trovarsi nel luogo della violenza se proprio non voleva essere colpita” … Del resto una vittima non c’è mai senza il suo carnefice. Il rapporto tra gli esseri umani e la violenza di cui sono capaci in gruppo, è stato sviscerato dall’antropologia e fa parte di un meccanismo profondissimo e ancestrale, è qualcosa che sta prima della politica, prima dei diritti, qualcosa che dobbiamo conoscere.

Le donne, che in Italia hanno lavorato per decenni su una revisione della Legge contro la violenza sessuale (approvata poi nel 1996), sanno molto bene che questo meccanismo del “capro espiatorio” funziona perfettamente quando la vittima è una donna. La complicità del simbolico patriarcale sul consenso della vittima ha rappresentato – da sempre – lo scoglio maggiore per raggiungere un risultato legislativo rispettoso delle donne, della loro soggettività, del loro corpo. Studiare i documenti processuali per i reati di violenza sessuale è come entrare in un film che si ripete sempre, le posizioni da parte della difesa degli stupratori sono sempre quelle: la vittima era consenziente, la violenza – pertanto – non sussiste. Si sono lette miriadi di storie del tutto campate in aria, ma giustificate da questo tipo di complicità, fino ad arrivare all’assurdità di provare nelle Sentenze che bambine di undici anni – erano state violentate ripetutamente da uomini adulti – ma in fondo erano parzialmente consenzienti perché qualcuno diceva di averle viste per strada intente a togliersi la verginità da sole … Chiedere alle storiche delle donne potrebbe servire a farsi un’idea di come la connessione tra simbolico della violenza – che necessita di un capro espiatorio – e giustificazione patriarcale della violazione di una donna, vanno da sempre braccetto. Ma chi vorrebbe essere un capro espiatorio? Chi vorrebbe il corpo scorticato dalle ferite, la propria volontà violata dalla brutalità degli altri, la propria vicenda buttata in pasto ai giornali, discussa ovunque? Chi vorrebbe sentire dire della propria figlia o della propria amica, o semplicemente di un’altra donna: “ ma sarà vero?”, “perché queste ragazzine vanno in giro tutte nude? Se la cercano”, oppure “ perché si è trovata da sola in quel luogo a quell’ora di notte?” … La risposta è una sola: NESSUNO. Nessuno di noi, padri, madri, insegnanti, ragazzi e ragazze, vorrebbe che una loro cara venisse apostrofata così … Eppure se stiamo zitte/i di fronte a chi continua a dire queste cose, siamo anche noi complici …
Per questo di fronte allo stupro compiuto a Fano durante la notte bianca, è nostra responsabilità quella di ribadire piena solidarietà alla ragazza e a sua madre. La posizione strumentale della difesa, così come riportata dal Resto del Carlino il 16 luglio, è davvero inaccettabile perché utilizza il meccanismo della vittima consenziente, che è l’ultimo appiglio ma quello più potente da un punto di vista simbolico, per una difesa che non ha altro su cui fondare le proprie argomentazioni: pertanto discredita la vittima e tenta di ridurla ad una che in fondo in fondo questo ruolo se lo è voluto e che le è piaciuto.
Indipendentemente dalla vicenda giudiziaria, nel cui merito non possiamo entrare, risulta evidente che il nostro ruolo di cittadine e cittadini responsabili, che hanno animato l’Assemblea femminista auto convocata del 29 giugno, è quello di vigilare perché nessuna complicità sia accettata rispetto a tali posizioni della difesa, che ledono la dignità e il rispetto di chi soffre e di chi vuole che questa sofferenza non sia un senso di colpa indelebile.

La colpa è di chi ha compiuto la violenza, non di chi l’ha subìta.

 

Fano, lunedì 18 luglio 2011

Prim* firmatar*:

Monia Andreani

Fedora Ruffini

Leandro Foglietta

Francesca Palazzi Arduini

Luigina Roberti

Monica Tinti

Claudia Romeo

Melanie Segal

Stefano Dionigi

Simona Ricci

Lia Didero

Giorgia Sestito

Cristiana Nasoni

Marta Orazi

Angela Galli

Laura Monteverde

Rita Carnaroli

Laura Piccioni

Bea Casalini


E’ online il Rapporto ombra realizzato da studiose, sindacaliste, rappresentanti dell’associazionismo femminista italiano (Il tavolo di lavoro si è voluto chiamare Lavori in corsa) in occasione del trentesimo anniversario della convenzione ONU contro la discriminazione delle donne (CEDAW) e in riferimento al rapporto presentato invece dal governo italiano nel 2009.
Il rapporto, che si è giovato di una sinergia di interventi e analisi molto vasta, “risponde” punto per punto agli articoli e ale raccomandazioni Cedaw illustrando la situazione italiana per quel che riguarda discriminazione, disparità, disvalore, violenza. Molto interessante anche il paragrafo riguardante l’immagine della donne nei mass media e la rappresentazione femminile nell’informazione, argomento giunto all’apice mediatico il 13 febbraio scorso con la manifestazione “Se non ora quando” , le cui promotrici della quale, invece, si sono attivate per un incontro nazionale a Siena sabato 9 luglio.

Rapporto Ombra CEDAW 2011_ITA





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