Archivio per la categoria ‘femminismo pesaro e urbino’

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Ringraziamo tutte/i coloro che sono stati al sit-in di oggi, che si è trasformato in una piccola manifestazione, il presidente del Tribunale, Perfetti, ha ricevuto una nostra delegazione e ci ha acconsentito di ripararci dal breve piovasco all’interno dell’atrio, cosa assai inusuale. Presso il tribunale e il mercato settimanale , a due passi da piazza carducci e dal tribunale, abbiamo distribuito oltre 800 volantini col testo del sit-in, tradotti anche in albanese, russo e arabo, i testi sono disponibili:  albanese  Oggi    arabo Oggi_arabo.
Tenetevi connesse per le prossime riunioni di approfondimento sulla vicenda e sul femminicidio in provincia… .
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Martedì 30 aprile
, Pesaro, presidio davanti al Tribunale, in Piazza Carducci dalle ore 10 alle ore 12,
invitiamo a partecipare chiunque voglia manifestare contro ogni violenza sulle donne.
Esprimiamo tutte la nostra solidarietà a Lucia, aggredita vigliaccamente con l’acido nella nostra città. Un gesto simile non merita nessuna attenuante, siamo coscienti del lato simbolico dell’attacco al volto come attacco alla presenza pubblica di una donna nella società e nel lavoro. Non permetteremo l’impunità non solo di chi ha colpito, ma anche chi ha aiutato, di chi ha taciuto.
Vogliamo che la lotta contro le violenze sulle donne diventi una priorità e che non si trascurino le avvisaglie quando vi sono elementi tali da indurre allarme come successo in questo caso. Con Laura Boldrini, presidente della Camera, ricordiamo che 7 donne su 10 prima di essere uccise avevano segnalato senza risultato i loro aggressori alle forze dell’ordine.
Esigiamo che i servizi di tutela, i Centri Antiviolenza, gli sportelli di aiuto siano potenziati e non smantellati, messi nelle condizioni di difendere tutte le donne che ad essi si rivolgono, che venga stroncata ogni spirale di disattenzione, di complicità maschile e di omertà.
Ribadiamo che la solidarietà tra donne non ha frontiere, è contro ogni cultura di violenza e di sopraffazione: le donne non sono proprietà di nessuno se non di se stesse, non c’è nessuna scusa per la violenza da parte di nessuno, riaffermiamo la nostra volontà di agire assieme per diffondere la cultura del rispetto.

Sit-in promosso da: Femminismi Fano-Pesaro-Urbino, UDI unione donne italiane – Pesaro.

Durante la mattinata verrà diffuso un volantino in più lingue.

Chi voglia partecipare è invitata/o a portare la propria voce o scritto contro il femminicidio ma non simboli di partito.
Evento Facebook: FB Basta violenza

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Venerdì 8 marzo 2013.
Non hai voglia di festeggiare l’8 marzo con la solita mimosa?
Festeggia l’Otto Matto con noi!
Ti piacerebbe fare due chiacchiere sulla situazione delle donne nel nostro paese?
Su col morale! Canzone femminista, Grilla e aperitivo solidale dalle ore 18 da Femminismi,
all’Infoshop di Fano, in via da Serravalle 16.
Potrai farti una foto con Grilla, la vera leader che solleverà il nostro Paese.
Sarà distribuito un volantino con la nostra riflessione sul ruolo delle donne nella politica italiana.
Questo il testo, qui trovi il file IL LEADER E’ MASCHIO_vol

8 marzo, donne  e politica:
il leader è maschio.

Il nostro sistema politico rappresentativo ha visto in queste ultime elezioni una partecipazione maggiore delle donne sia in termini organizzativi che di rappresentanza eletta. Ma non facciamoci ingannare dalle apparenze, il potere resta ben saldo in mano agli uomini ai vertici di tutte le forze politiche in cui sono rappresentate apologie personali da film dell’orrore!
Il terribile ventennio.
La fine della prima Repubblica è stata sancita dalle inchieste di mani pulite e dal passaggio dal sistema elettorale proporzionale al maggioritario.

Tutto ciò ha sostenuto la discesa in campo di Silvio Berlusconi, che purtroppo passerà alla Storia … come l’inventore di un nuovo tipo di partito:  il partito personale.

Tutta la storia collettiva dei partiti è finita nella personalità dei leader e del loro  indiscusso controllo su ogni decisione rilevante (anche la corruzione è fatta direttamente dai leader!).

Da qui il fiorire dei partiti legati a singole personalità: l’Udc con Casini, la lega con Bossi, I’Italia dei Valori con Di Pietro, Sel con Vendola, il Partito Democratico appiattito su Bersani e Renzi, Rivoluzione Civile con Ingroia e per ultimo il capo carismatico non eletto del M5S rappresentanza della potenza maschile, Grillo. Le donne? un fedele contorno. Ma a che serve essere elette se si è quasi mute nei momenti che contano?

Ora in questo contesto anche i luoghi di rappresentanza sono le dimore dei leader: prima il mausoleo di Arcore, ora la villa milionaria, a Genova, di Grillo.

Ora basta!
Proponiamo una critica radicale a ogni forma di autoritarismo, di delega incontrollata, di personalizzazione della politica.
Ripartiamo dal collettivo, dalle pratiche di condivisione organizzate ma non in modo verticale, in cui a decidere sono in pochi maschi onnipotenti o resi tali dalla politica da videogioco della tv.

La grave crisi culturale, sociale e occupazionale che stiamo vivendo deve essere una opportunità per una vera rivoluzione; dobbiamo rivolgerci criticamente ad ogni forma di delega che rappresenti sempre e solo pochi punti di vista: o un sistema soffocato da un rapporto corrotto con il denaro e con il potere economico, oppure il paternalismo di stampo cattolico che ci vuole tutte a casa ad accudire figli ed anziani mentre si taglia lo stato sociale!

Donne e uomini:
ripartiamo dai nostri desideri e bisogni,
dedichiamo più tempo a noi e al luogo in cui viviamo,
non deleghiamo più!

   Femminismi, donne di Fano-Pesaro-Urbino, 8 marzo 2013.

concorso_ue Una delle immagini  del  concorso UE sul femminicidio.

Ci sono messaggi importantissimi che tardano ad essere presi anche solo in considerazione.
Ci sono realtà che hanno una marcia in meno, Comuni e Province in cui si fa fatica a far passare dei concetti ormai chiari a livello internazionale.
E così mentre si moltiplicano le realtà in cui si fa propria la risoluzione del 2008 del Parlamento europeo, da noi quell’anno deve ancora arrivare.
Cinque anni fa, a livello europeo si è scritto nero su bianco che la pubblicità è una di quelle forme di comunicazione che consolidano gli stereotipi di genere, che ogni volta che la donna viene raffigurata come un oggetto si contribuisce a rafforzare tutti quei meccanismi che sfociano nella violenza contro le donne.
Questa correlazione diretta è assodata e non è un caso che siamo al 74esimo posto a livello mondiale per ciò che concerne le pari opportunità.
Ma qualcosa piano piano, con molta fatica, comincia a cambiare nella mentalità e sempre più persone cominciano a recepire questo messaggio. Siamo lontani dal 2008, ma ci siamo mossi. Così non è nella nostra Provincia dove si arriva al paradosso che proprio chi vuole difendere i diritti delle donne usa messaggi che veicolano la violenza.
É iniziato, infatti, il 22 gennaio e si concluderà il 26 febbraio un ciclo di incontri dal titolo “Esco da sola (?)” che si terrà nei comuni di Saltara, Montemaggiore al Metauro, Cartoceto con il patrocinio della Provincia di Pesaro-Urbino.
Gli incontri sono tenuti dalla dott.ssa Giada Bellucci che, scrivono gli organizzatori, “collabora con il centro antiviolenza Parla con noi” e hanno come scopo quello di parlare della violenza sulle donne e di far conoscere le strutture provinciali a cui ci si può rivolgere.
Peccato che lo stesso Centro antiviolenza provinciale ‘Parla con noi’ riferisca invece di aver saputo della iniziativa solo dai comunicati stampa.
Ma passiamo al problema: il titolo degli incontri è discutibile perché quel punto interrogativo è una sospensione, un punto di domanda, quindi, si insinua il dubbio sulla possibilità di poter uscire da sole e con esso la paura. Non si può essere ambigui quando si parla di violenza.
Ma il massimo della superficialità si è raggiunto con l’immagine della locandina.

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C’è una donna nuda rannicchiata sul fianco che ci guarda e sorride in modo ammiccante. La donna è inserita in una confezione come quelle della carne del supermercato. La confezione riporta la scritta “In offerta. Ideale per pubblicità, televisione, sfilate.”

E’ proprio un paradosso. Chi si occupa di violenza, chi dovrebbe tutelare le cittadine del suo territorio (Provincia e i tre comuni sopraindicati) favorisce con immagini gli stereotipi di genere e, di conseguenza, tutto il loro carico di violenza, lede la dignità delle cittadine e parla loro usando una immagine che in realtà era stata creata per una campagna contro l’uso improprio del corpo femminile nella pubblicità, ma che in questo caso risulta sganciata dal tema, e quindi privata di  ironia e controproducente.

Speriamo che prima di scegliere immagini sessiste e di patrocinare eventi con immagini sessiste, si pensi di più al messaggio che si vuole trasmettere e alla dignità di tutte noi.

Femminismi, 14 febbraio 2013.

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“Leggendo il fascicolo della Procura di Milano si capisce quanto suoni diversamente leggere “Processo” o “Caso” “Ruby”, che sembra quasi il nome per una soap opera o un reality show, qualcosa che ha a che fare con ragazze compiacenti e allegre su cui sorridere e ammiccare, o se si dice – come si dovrebbe dire in ogni occasione in cui si richiama tale processo: “Processo a Silvio Berlusconi imputato di Prostituzione Minorile nei confronti di Karima el Marhoug in arte Ruby Rubacuori”.”
Pubblichiamo l’articolo integrale di Monia Andreani:

Comunicare male fa male alla comprensione e all’interazione, questo è facile da condividere, chi non è d’accordo?
Se si tratta di comunicazione pubblica o, ancora di più, di informazione giornalistica, il disastro è annunciato, ma ci siamo così tanto abituate che ormai facciamo come se non ce ne accorgessimo, e facciamo male per noi stesse e in un’ottica di attenzione responsabile verso le giovani generazioni.
Il gruppo Femminismi ha ragionato a lungo e dalla parte delle lettrici rispetto alla comunicazione giornalistica nei casi di femminicidio (le diverse forme di violenza contro una donna solo per il fatto di essere donna) e ha prodotto una proposta che ha chiamato in modo volutamente provocatorio Codice etico per la stampa in caso di femminicidio, e di comunicazione errata e pericolosa che ha come oggetto le donne possiamo fare una lunga lista. Un esempio significativo di queste settimane mi ha fatto riflettere. Siamo in vista delle elezioni politiche e uno dei personaggi fondamentali di questa campagna elettorale è nello stesso momento imputato di un reato contro la persona in un processo che si sta svolgendo in questi giorni.
Costui cerca di non andare in aula perché intenzionato a svolgere la sua campagna elettorale, cercando di forzare attraverso i suoi legali il concetto di legittimo impedimento – usato negli impegni istituzionali – per posticipare il processo dandogli meno visibilità mediatica in questo momento delicato. Sua controparte a rappresentare lo Stato è la Procuratrice di Milano Ilda Boccassini che sta portando avanti un processo difficile, perché fonte di continui gossip, notizie e particolari, tuttavia, di fatto nascosto da pruderie, ipocrisia, già a partire dal nome che è stato censurato, infatti sulla stampa e ovunque se ne parli ha preso il nome non dell’imputato ma quello della vittima.
Di solito chi costruisce l’impalcatura e i contenuti della informazione decide i nomi da dare a eventi mediatici significativi per costruire la notizia, nome o etichetta con cui lanciare e riproporre sempre aggiornamenti rispetto a quella notizia.
Chi sceglie le etichette ha di fatto un grande potere, un nome che funziona, infatti, ha una grande diffusione e cela sotto l’etichetta la complessità del fatto. Nei processi che assumono un grande rilievo mediatico, di solito quelli di cronaca nera, il nome scelto è spesso quello dell’imputato, raramente quello della vittima: un esempio eloquente e recente è il Processo Parolisi (per l’omicidio di Melania Rea), il nome che emerge è quello del marito accusato e in questo caso condannato, non quello della vittima. Ma nel processo Ruby, no, non è così. L’imputato è così famoso e così pieno di processi in atto, che ormai sarebbe incomunicabile una frase di questo tipo “il Processo Berlusconi”, tuttavia non si può accettare la definizione “Processo Ruby”.
Innanzitutto perché non è un processo di cronaca nera, e non si sa di che cosa questa Ruby – che tra l’altro è anche il nome d’arte di un giovane donna – sia stata vittima, infatti i capi di imputazione sono omessi continuamente in ogni comunicazione che riguarda questo processo.
Leggendo il fascicolo della Procura di Milano si capisce quanto suona diversamente leggere “Processo” o “Caso” “Ruby”, che sembra quasi il nome per una soap opera o un reality show, qualcosa che ha a che fare con ragazze compiacenti e allegre su cui sorridere e ammiccare, o se si dice – come si dovrebbe dire in ogni occasione in cui si richiama tale processo: “Processo a Silvio Berlusconi imputato di Prostituzione Minorile nei confronti di Karima el Marhoug in arte Ruby Rubacuori”.
Sì il principale capo d’imputazione riguarda l’articolo 600 bis del Codice Penale che riporto di seguito

Art. 600-bis Prostituzione minorile
È punito con la reclusione da sei a dodici anni e con la multa da euro 15.000 a euro 150.000 chiunque:
1) recluta o induce alla prostituzione una persona di età inferiore agli anni diciotto;
2) favorisce, sfrutta, gestisce, organizza o controlla la prostituzione di una persona di età inferiore agli anni diciotto, ovvero altrimenti ne trae profitto.
Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque compie atti sessuali con un minore di età compresa tra i quattordici e i diciotto anni, in cambio di un corrispettivo in denaro o altra utilità, anche solo promessi, è punito con la reclusione da uno a sei anni e con la multa da euro 1.500 a euro 6.000.

Quanto fa bene alla campagna elettorale di questo signore, che ancora si permette di prendere in giro le donne, trattandole come segretarie che hanno con lui “volentieri” un rapporto sessuale se sono carine, il fatto che tutta l’Italia dell’informazione da destra a sinistra, ma tutta unita nell’omertà maschilista imperante, non nomini mai la frase Prostituzione Minorile! Infatti questa frase richiama qualcosa di altamente lesivo nei confronti dei diritti umani, e ci ricorda i viaggi del sesso, e  bambine/i e giovani disagiate che vengono letteralmente comprate da chi le sfrutta sessualmente anche sul territorio italiano. Quindi non si deve dire che questa ragazza aveva 16 anni quando avrebbe avuto rapporti sessuali a pagamento con Berlusconi, perché si riporterebbe la notizia a fatti scabrosi che ci fanno pensare a situazioni che possono inorridire gli elettori e soprattutto le elettrici.
E quanto fa male, invece, questa omertà a chi da destra e da sinistra, vuole combattere la cultura della pacca sulle spalle e della risatina maschile e maschilista (anche quando la fanno le donne)? La cultura di chi dice che il processo è una montatura, che le ragazze erano e sono contente, che il mondo è fatto così e che se vuoi fare carriera – tanto – a qualcuno “la devi dare”?
Il senso critico si può esercitare continuando a chiedere una comunicazione corretta, che dica le cose come stanno, usando le parole che ci sono e non le etichette di favore, che di solito sfavoriscono l’immagine dei soggetti considerati più deboli e con meno valore, ad esempio le giovani donne. Poi chi si scandalizza o non si scandalizza, in ogni caso deve avere il coraggio di farlo pubblicamente di fronte a una notizia chiara e corretta, che non nasconda i fatti salienti per fare il gioco dell’omertà.
Chi ne avrà il coraggio?

Monia Andreani

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Pubblichiamo la lettera inviata qualche giorno fa alla Associazione Elettra di Fano sulle modalità di organizzazione di una “Marcia contro il femminicidio” il 13 gennaio, evento poi rimandato a causa del maltempo e al quale molte associazioni di donne non sono state invitate e non hanno aderito.

Alle amiche della Associazione fanese Elettra sulla ‘Marcia contro il femminicidio’.

Care amiche, in questi anni sempre più realtà femministe italiane hanno lavorato per far conoscere e combattere la realtà del femminicidio e ognuna di noi, possiamo dirlo, ha contribuito con la propria competenza, il proprio sapere, a estendere la conoscenza di questo triste fenomeno sociale e culturale che ancora troppo spesso non viene conosciuto in quanto tale, ma solo affrontato quando è troppo tardi, e dato in pasto alla stampa.

Ricordiamo, come esempio tra gli altri, il lavoro fatto dall’UDI con la Staffetta delle donne contro la violenza sulle donne” del 2008 e la campagna “Immagini amiche”, dalle organizzatrici del ciclo di incontri “Disuguali. Donne, diritti, violenza” nell’entroterra della nostra provincia, le iniziative il lavoro prima di costruzione e poi di informazione del e sul Centro Antiviolenza ‘Parla con noi’ a Pesaro, e anche il nostro lavoro di diffusione sui modi usati nel comunicare i casi di femminicidio dalla stampa.
Il 25 novembre di quest’anno poi, il femminicidio è stato un tema portato in piazza sia a Pesaro che a Fano, citiamo ad esempio a Fano con il fondamentale contributo delle donne di Cgil, Uisp, Donne in nero, le donne del mercoledì, l’associazione Non da sola, le donne di Vivi il parco … .

Leggendo la richiesta di partecipazione ad una marcia contro il femminicidio, da svolgersi il 13 gennaio tra Fano e Pesaro, richiesta non inviataci come gruppo ma pervenuta a singole, e non firmata da gruppi ma da nomi di alcune donne, a parte la vostra associazione, ci chiediamo quindi se non sia un passo indietro, nell’affrontare un problema così delicato e spesso stravolto dai media, darsi l’obiettivo di una marcia, un obiettivo quindi di grande visibilità mediatica, senza coinvolgere prima i gruppi e le donne attive sulla tematica nel nostro territorio.
Non rischia di essere questa una iniziativa che punta sul coinvolgimento emotivo e sulla rappresentanza generalizzata ma senza condividere la politica dell’evento?

Puntare sul coinvolgimento emotivo, con immagini di donne “sacrificali” e frasi del tipo “non lasciateci sole”, rischia la retorica, quando da tempo lottiamo con tutte le nostre forze perché si smetta con l’uso dell’immagine della donna come vittima passiva e isolata.

Se la marcia proposta volesse essere anche solo una passeggiata tra amiche per rendere visibile un problema, non si può evitare di vederla anche come uno strumento notoriamente usato in politica per farsi portavoce di una questione, allora ci chiediamo: quali saranno le portavoce, cosa diranno, cosa chiederanno e quali personalità pubbliche e politiche hanno aderito?

Ce lo chiediamo viste le sia passate che recenti “scivolate” di personalità politiche locali su fatti che riguardano tutte noi in prima persona. Un evento mediatico di questa natura può divenire, se non organizzato come momento realmente collettivo e con delle regole per la comunicazione, un palcoscenico per figure il cui operato verso la libertà femminile è perlomeno ambiguo.

Siamo sicure che i nostri dubbi e le nostre perplessità, e anche la conflittualità col metodo che avete scelto per rappresentarci/vi, sarà foriera di un proficuo dialogo e di una crescita politica per tutte.
Vi invitiamo a partecipare anche al dibattito sul nostro blog dal 14 gennaio e vi salutiamo cordialmente.

Bea, Claudia, Cristiana, Francesca, Laura, Lia, Monia, Valentina, per Femminismi,
-11 gennaio 2013.

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Ci spiace ravvisare negli spavaldi toni di Cucuzza (nel ruolo istituzionale di Assessora alle Pari Opportunità del Comune di Fano) il mostrare sicurezza tipici del maschilismo più antico, quello che quando le donne parlano in maniera scomoda (dicendo cose che sono chiare e dimostrate scientificamente e al centro del dibattito internazionale) le accusa di “parlare a sproposito”.
 Il nostro intervento si è basato su sue precise dichiarazioni riportate dalla stampa: “”Già durante le prime ecografie -spiega l’assessore alle pari opportunità del Comune di Fano Maria Antonia Cucuzza- possiamo udire distintamente il battito del cuore del feto: come si può non pensare a dare la giusta importanza e dignità all’embrione? La vita esiste sin da primo momento, nell’attimo del concepimento, e la nostra battaglia è far riconoscere questo diritto.”
Abbiamo ricordato come sia stato decisamente di cattivo gusto, proprio dopo il fatto gravissimo accaduto in Irlanda, questo intervento, ma soprattutto come esuli dal ruolo istituzionale dell’Assessora fare affermazioni di questo genere, in un paese come il nostro nel quale non si possono usare le cellule staminali totipotenti dell’ovocita fecondato per la ricerca contro le malattie genetiche, e in cui le coppie che devono ricorrere alla fecondazione assistita, perché a rischio di trasmettere malattie genetiche ai propri figli, non possono fare la diagnosi pre-impianto degli ovociti fecondati. Questo porta al doloroso paradosso, che vive sulla propria pelle la donna, di subire l’impianto delle tre cellule fecondate in vitro e solo successivamente, in caso di rischio di malattia riscontrabile nell’embrione e poi nel feto con le tecniche disponibili per ogni donna incinta, poter ricorrere all’interruzione di gravidanza. Lo sa l’Assessora Cucuzza che la Corte Europea dei diritti umani ha condannato l’Italia per la Legge 40/2004 sulla procreazione assistita proprio su questo punto?  

Il “convegno” patrocinato dalla Cucuzza è parte di una strategia ideologica e liberticida, ma disperata, in difesa della Legge 40, che è stata bocciata moltissime volte nei tribunali italiani, e che presenta profili di incostituzionalità in rapporto con l’Articolo 32 della Costituzione (sulla non imposizione di scelte di cura – mentre secondo questa legge una donna non può rifiutarsi di impiantare tutti gli ovociti fecondati!), che per questioni gravissime è vista in Europa come una delle più  liberticide per le scelte delle donne e tra le più distruttive per la ricerca scientifica contro gravissime malattie.

Dietro la volontà di preservare in ogni modo la famigerata Legge 40 c’è il tentativo ancora più disperato di inasprire la strategia per bloccare in tutti i modi il funzionamento della Legge 194/1978 , saturando i presidi medici con ginecologi e altri specialisti obiettori e togliendo le risorse e il personale ai consultori per le attività di informazione e di sostegno alla maternità responsabile. Pertanto invece di inveire in modo scomposto, invitiamo la nostra Assessora a svolgere il suo ruolo istituzionale con maggiore serietà, sperando che almeno sia consapevole che, per salire sulla carrozza elettorale di  chi vuole cancellare ogni conquista emancipatoria femminile, dovrebbe almeno avvalersi di conoscenze specifiche, e non esternare quello che le viene in mente, accusando poi noi, in realtà molto attente a tutto ciò che concerne la libertà femminile, di non aver capito bene.

 Femminismi, donne di Fano, Pesaro, Urbino.
21 dicembre 2012.

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Tutti noi sappiamo che in Italia la legge 194 dovrebbe assicurare alle donne assistenza e dignità nella gravidanza, e tutelare anche quelle donne che per motivi di salute, anche psicologica, dovessero decidere di rinunciare alla gravidanza entro le prime settimane dal concepimento.
Questa legge, seppur non sufficiente, ha posto fine all’ estesa piaga degli aborti clandestini, che causava molte morti, ed ha ridotto il ricorso all’aborto, che ora è solo uno strumento limite, poiché, grazie alla cultura laica diffusa nel nostro Paese, i contraccettivi hanno permesso una sessualità più consapevole, libera, serena.
Non è un caso che molte associazioni laiche italiane stiano promuovendo anche tra le donne immigrate una sessualità più consapevole, per garantire una pianificazione familiare a partire dall’autonomia della donna.
Ebbene, proprio nel giorno in cui anche in Irlanda, paese ultra-cattolico dove ancora non c’è, unico in Europa assieme a Malta, si presenta una legge che garantisce l’aborto con assistenza sanitaria pubblica, proprio il 19 dicembre  la Cucuzza che fa? In qualità di assessora alle pari opportunità, e cioè nel suo ruolo istituzionale, presiede un incontro per presentare una raccolta di firme di contrasto al diritto pubblico sul tema dell’aborto!
Non solo, esterna dichiarazioni pseudoscientifiche per dimostrare che “il concepito”, la cellula fecondata, deve essere considerato a tutti gli effetti una persona umana, cioè indipendente, ripresentando quindi il luogo comune della “donna contenitore” tanto cara a chi vuole togliere alle donne l’autonomia sulla propria salute e sul proprio corpo. Sostiene affermazioni confuse circa le prime ecografie, sul battito cardiaco, cosa significano?

Non vogliamo ricordare qui i tanti casi tragici accaduti anche di recente: proprio in Irlanda ha di recente sconvolto l’opinione pubblica il caso della donna di origini indiane lasciata morire di setticemia dai medici che si sono rifiutati di farla abortire, lamentando il fatto che il battito cardiaco fetale forse c’era ancora (il feto era morto).
Vogliamo solo far notare all’assessora che, ancora una volta, ha abdicato al suo ruolo istituzionale di rappresentante di tutti/e noi per correre alla corte di persone che vogliono farci tornare al medioevo, che osteggiano la contraccezione e l’aborto con soli fini ideologici, con una campagna che vuole demonizzare la legge 194, e un appello infondato alla Corte Europea dei diritti umani.  Paludati di una “umanità” virtuale e sotto gesti umanitari, come quello di sostenere le donne che non vogliono abortire, gesti certo condivisibili ma che non possiamo accettare come copertura dell’ennesima crociata contro la libertà femminile e contro una legge che tutte, cattoliche e non, abbiamo preteso, la legge 194 “Norme per la tutela sociale della maternita’ e sull’interruzione volontaria della gravidanza”.
Diciamo all’assessora : basta.

Chiediamo cosa fa il Comune di Fano per sostenere il consultorio familiare pubblico, luogo di salute in pericolo  a causa dei tagli alla sanità , e che deve informare correttamente sui vari tipi di contraccezione e sul ricorso all’aborto, e  attivare i servizi sociali pubblici? Cosa dice il Comune in merito all’assenza in ospedale di medici che garantiscano se necessario l’aborto, cosa che costringe le donne anche povere a migrare in altri presidi sanitari come esuli?

Già avevamo contestato i suoi silenzi e le sue omissioni in altre occasioni, come nel momento dello stupro di gruppo del 2011, ora le suggeriamo: per fare le Crociate lasci l’assessorato.

Femminismi, donne di Fano, Pesaro, Urbino

20 dicembre 2012.

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Venerdì 7 dicembre, ore 18.30, Pesaro, Biblioteca V. Bobbato (Galleria dei Fonditori 64, Centro Commerciale Miralfiore – 1° piano)

Presentazione del Codice Etico per la stampa in caso di Femminicidio.

Uno strumento per riflettere sui modi coi quali la stampa presenta i casi di violenza sulle donne redatto da Femminismi.

Introduce Monia Andreani, Università di Urbino.

Interviene Maria Teresa Manuelli, giornalista della associazione GIULIA (Giornaliste unite libere autonome).

Aderiscono: UDI Pesaro, Donne in nero Fano, Se Non Ora Quando Pesaro, Centro Antiviolenza Pesaro. Patrocina la Provincia di Pesaro e Urbino.

Giornalisti e giornaliste sono invitati/e a partecipare, per portare testimonianze e discuterne con noi.

Abbiamo cominciato a lavorare sulla complessa tematica della violenza che sfocia nell’omicidio di una donna – come momento terminale di una spirale di odio e violenza maschile nei confronti delle donne –  perché non potevamo più sopportare questo male che attraversa la nostra società e anche il nostro territorio. Infatti anche nella nostra Provincia ci sono stati casi di omicidi di donne che noi non abbiamo dimenticato e che non possiamo dimenticare. Sofia che faceva la ballerina ed è stata uccisa a martellate dal convivente perché “non voleva cambiare vita”: era il 2008, lei aveva 21 anni. Franca aveva 53 anni, il marito è venuto da Padova per freddarla con due colpi di pistola. Varvara era moldava e aveva 45 anni, era il 2005, l’omicida aveva avuto una breve relazione con lei. Tutte e tre uccise a Fano. Mariangela aveva la sua stessa età, è stata uccisa a Urbania da un “amico” a cui aveva “detto di no”, era il 2009. Donatella aveva 36 anni, è stata uccisa dal fidanzato che “aveva paura che lei non lo amasse più” a Saltara. A San Lorenzo in Campo nel settembre del 2011 viene uccisa Gabriella, poi il caso della giovane Andrea di Cagli ad aprile di quest’anno, lei è sopravvissuta.
Abbiamo deciso di chiamare questo tipo di reato con il nome con cui è riconosciuto nel quadro giuridico internazionale – femminicidio – che è ogni reato di violenza fino all’omicidio compiuto contro una donna perché è una donna che si comporta in modo diverso da quello che un uomo pretende da lei e per questo atto di libertà quest’uomo le usa violenza (verbale, fisica, sessuale, economica). Siamo un gruppo di donne e vogliamo dare il nostro contributo per costruire una cultura di libertà per noi donne e per le donne delle generazioni future – una cultura in cui una donna possa immaginare la sua felicità senza essere per forza sottoposta alla tutela o al giudizio di un uomo o di più uomini, una cultura di solidarietà tra donne e di solidarietà con gli uomini che rispettano le donne.
Siamo convinte che per spezzare il circolo continuo di violenza in questi anni, è importante promuovere una comunicazione che abbia il coraggio di dire quello che accade nei casi di violenza maschile contro le donne, quindi che abbia il coraggio civile di non alimentare elementi giustificatori o promuovere in qualunque modo una cultura che attenui il senso di gravità della violenza compiuta dagli uomini contro la vita e la libertà delle donne.

Il Codice Etico è una nostra proposta da discutere e condividere – un documento in sei punti redatto a partire da una disamina del materiale bibliografico internazionale e in particolare dal codice pubblicato da Zero Tolerance.

Femminismi, donne di Fano-Pesaro-Urbino.

Scarica il codice.CODICE ETICO_def
Scarica la locandina. locandina_codice


Pubblichiamo una riflessione al Seminario  tenutosi presso il dipartimento di Sociologia della Università di Urbino il 26 novembre.
In qualità di partecipante “fuori – fuori corso” al Seminario, Seminario Femminicidio 26 novembre 2012
e di (molto) silenziosa ma sempre presente collaboratrice di Femminismi, posso dire che -a mio avviso- le discussioni sulla tematica toccata sono state molto interessanti, e ben venga la presentazione delle Associazioni con la loro storia e il loro operato all’interno delle Facoltà e scuole.
Non credo che il linguaggio usato sia stato troppo pesante o difficile, e neanche che le ragazze presenti in aula fossero troppo giovani per capire.
Sicuramente, alcune erano annoiate o disinteressate per conto loro, anche se certe scene non dovrebbero accadere all’Università.

Io ero ancora più piccola quando, la collega e amica di Antonella Pompilio dell’ U.D.I. di Pesaro Giovanna Nastasi, mia ex professoressa di italiano alle medie, mi regalò -più o meno consapevolmente- il Privilegio di un‘educazione affettiva ancora (assurdamente!) carente all’interno della scuola italiana.
Ricollegandoci agli argomenti della materia studiata, con lei eravamo soliti fare riflessioni molto complesse e interessanti dal punto di vista umano, dei diritti e delle libertà delle persone, specialmente dal punto di vista femminile (e femminista..) Racconti, insegnamenti, commenti, che mi hanno formata e aiutata nella vita, anche nel riconoscere come tali, atti e comportamenti violenti anche all’interno della mia stessa famiglia di origine che assurdamente si tende ancora a giustificare (come dicevamo: psicologiche, fisiche, economiche..) che in passato ho dovuto subire, allontanandomene prima che fosse troppo tardi (più o meno….)
Perciò sono convinta che occorrano il doppio di questi interventi, conferenze e seminari nelle scuole e ovunque, poiché molte persone purtroppo sono già vittime del meccanismo del continuum di violenza tra pubblico e privato e viceversa, in modo del tutto inconsapevole, e che magari una minoranza – ma pur sempre importante percentuale – di giovani donne e uomini, possano fare tesoro anch’essi di questa “educazione” portata in tutti gli ambienti da Donne e persone che hanno speso una vita per le lotte a favore dell’emancipazione e dei diritti umani. Non è per niente scontato che le persone capiscano il momento esatto in cui comincia una violenza -di qualsiasi tipo essa sia- e bisogna in qualche modo “svegliare” queste coscienze. Poiché, come dico sempre io, sarà proprio questa nuova Consapevolezza delle persone a salvare il mondo, e non la politica o una nuova economia. 

Valentina Mattioli.


Chi ha vissuto l’esperienza della pedofilia come vittima, chi la conosce da vicino perché sa cosa significa nello sguardo e nel vissuto di un’altra o un altro che ama, aver attraversato questo dolore, si sente ancora di più violato di fronte al polverone mediatico e all’affanno umano di coloro che stanno prendendo, in ogni modo – garbato o esplicito, le parti di Don Ruggeri, il prete quarantatreenne in carcere per essere stato filmato dalla polizia in atteggiamenti erotici spinti con una tredicenne in spiaggia. C’è chi dice che non si tratta di pedofilia e piuttosto di abuso di minore, chi dice che non è poi così grave perché la ragazzina è già adolescente e “si sa oggi le ragazzine come vanno in giro”. Don Ruggeri già l’anno scorso si macchiò di tale indecente e pernicioso argomento quando riprese la famiglia della minorenne violentata a Fano durante la notte bianca – scrivendo che l’abito delle ragazzine può rappresentare una provocazione. Già forse era caduto allora nella trappola del giudizio su come si veste una ragazzina, al fine di giustificare indegnamente lo sguardo laido di chi quel corpo vuole vedere e guarda.

Occorre fare chiarezza sulle considerazioni culturali che portano a minimizzare il fatto da parte dell’opinione comune ma principalmente è necessario capire,  senza paura, che cosa abbiamo di fronte. Chiamiamolo pedofilia o abuso su minore – comunque sia si tratta di un gravissimo fatto di violenza che si basa sul potere di una figura adulta – di un uomo maturo – di un educatore e per giunta prete -  che vuole eroticamente e psicologicamente avere potere sulla mente immatura, sull’immaginario in formazione, sul corpo adolescente di una ragazzina. Il legame che si instaura tra un uomo maturo che abusa di una minore e la minore abusata è quanto di più doloroso possa costituirsi in una relazione umana. Difficilmente la vittima riconoscerà tutto il male che le è stato fatto perché è stata plagiata dal potere di una mente adulta nel momento della crescita, nel momento in cui non si è capaci di scegliere con la maturità per dire sì o no di fronte a chi si pone con l’autorevolezza di un educatore. Spesso l’adescamento del minore avviene nelle maniere più facili, legate alla vita quotidiana e alle abitudini del minore ed è atto a stabilire un contatto speciale e segreto per poi costruire la gabbia della segreta relazione di potere da parte di un carnefice che si fa assecondare dalla sua vittima.

Chi tende a sminuire il gravissimo fatto che ha portato in carcere Don Ruggeri poggia le sue argomentazioni su un altro aspetto che cela una gravissima mistificazione del concetto stesso di violenza sessuale. Per motivo di immaturità civile dovuta al maschilismo imperante nella nostra ignorante società – si intende per violenza sessuale lo stupro e in particolare la penetrazione – si continua purtroppo  a credere che se non c’è la penetrazione non ci sia la violenza sessuale. Questo retaggio di una mentalità maschilista concentrata sul primato fallico e sul mito della verginità, non comprende che la violenza avviene ed è una gravissima lesione dei diritti umani, tutte le volte in cui una esperienza sessuale è imposta. La violenza sessuale c’è sempre quando si tratta di un rapporto sessuale tra un adulto e un minore affidato a questo adulto e plagiato dalla più forte, decisa e matura volontà altrui.

La Convenzione ONU sui Diritti dell’infanzia e dell’adolescenza riconosce ai minori (bambini e adolescenti) il diritto alla protezione da ogni sfruttamento sessuale, abuso o violenza (articoli 19, 32, 34). Il processo di ratifica della Convenzione di Lanzarote contro lo sfruttamento e gli abusi sessuali in Italia è in fase di completamento, permetterà di inserire nel Codice Penale molti reati che oggi non sono perseguibili: adescamento di minore, pedofilia culturale e pedopornografia. Stiamo parlando di reati gravissimi che riguardano l’abuso di potere per fini erotici con persona minorenne, qualcosa che ferisce e mette in pericolo profondamente l’equilibrio mentale della vittima di abuso, la quale avrà uno sviluppo della propria vita indipendente e matura segnato per sempre dalla sofferenza di un’esperienza di negazione o soggiogamento della propria volontà. La filosofa Martha Nussbaum, consulente per le Nazioni Unite in tema di sviluppo di programmi di protezione dei diritti umani, si concentra sul concetto di capacità umana fondamentale da sviluppare in ogni essere umano perché possa dirsi titolare di diritti umani. Nussbaum scrive che Integrità fisica è essere in grado di muoversi liberamente da un luogo all’altro; avere assicurata la sovranità sul proprio corpo, ovvero poter essere al riparo da ogni tipo di violenza, inclusa l’aggressione sessuale, l’abuso sessuale su minori e la violenza domestica; avere la possibilità di trovare soddisfazione sessuale e di scegliere in materia di riproduzione. Ma continua la sua riflessione trattando anche di Emozioni: Essere in grado di avere legami con persone e cose al di fuori di noi stessi; poter amare chi ci ama e si interessa di noi, soffrire per la loro assenza; in generale, amare, soffrire, sentire mancanza, gratitudine e rabbia giustificata. Avere uno sviluppo emotivo non rovinato da eccessiva paura e ansia, o da eventi traumatici come abusi o incuria.

Nell’abuso o pedofilia, nella violenza così come è stata configurata nel caso fanese, questi punti fondamentali che orientano oggi i diritti umani, sono stati violati. Sminuire o giustificare o insabbiare è sostenere il clima di violazione di tali diritti, per noi è essere conniventi con il clima culturale che rende possibile tale violenza.

A nostro avviso è grave che il padre della ragazza abbia esternato alla stampa la sua convinzione circa l’ inconsistenza dei fatti prima di aver visionato le prove e prima che sua figlia potesse essere ascoltata da psicologa e giudice. In questo modo può aver condizionato la possibilità della figlia di esprimersi liberamente.

Grave anche che non si oda provenire da parte della Curia fanese né della comunità cattolica locale né da quella politica una parola critica; sappiamo bene che purtroppo all’interno della Chiesa cattolica, istituzione fortemente patriarcale, sono scarsi gli strumenti per trattare della questione maschile e quindi anche della violenza maschile sulle donne e sui minori. Ma le parole che vorremmo ascoltare, e con noi sicuramente tante e tanti credenti, sono almeno quelle del Cardinale Scicluna che ha criticato le recenti Linee Guida della Cei, le quali sostengono il non obbligo di denunciare alle autorità civili i casi di pedofilia, e nemmeno si pongono il problema di chi convince a non denunciare. Le Linee Guida confermano purtroppo la liceità di non portare a conoscenza della magistratura le eventuali prove di cui possono essere a conoscenza i Vescovi. Di fronte alla considerazione che tale istituzione gestisce servizi all’infanzia e all’adolescenza, spesso finanziati dallo Stato, chiediamoci quali garanzie di tutela abbiamo noi genitori nei confronti della serenità e della felicità dei nostri figli se la politica che persegue la Chiesa cattolica è questa ed è criticata – anche se con voce minoritaria – al suo interno.

Femminismi, donne di Fano-Pesaro-Urbino, Femminismi.it

23 luglio 2012


Sollecitate dai gravi fatti di femminicidio accaduti nella nostra provincia, e riportati sulla stampa in maniera scorretta e spesso inaccettabile, abbiamo riflettuto ed esaminato la documentazione disponibile in Italia circa la deontologia e la comunicazione di genere, rilevandone la scarsità.
Abbiamo analizzato quindi il materiale prodotto in altri paesi (come il codice pubblicato da Zero Tolerance in Inghilterra) e prodotto un documento in sei punti come guida per una comunicazione responsabile sulla stampa dei casi di femminicidio.
Vi invitiamo a diffondere, commentare.

Sul Codice verrà organizzato un incontro pubblico tra lavoratrici e lavoratori della comunicazione, cittadine e cittadini –insieme ad associazioni e gruppi con i quali stiamo lavorando.

Femminismi, donne di Fano, Pesaro, Urbino

CODICE ETICO PER LA STAMPA IN CASO DI FEMMINICIDIO

Introduzione

Femminicidio è quel tipo di violenza con la quale viene colpita una donna per il solo fatto di essere donna; si tratta di violenza sessuata, fisica, psicologica, economica, normativa, sociale e religiosa, che impedisce alla donna di esercitare appieno i diritti umani di libertà, integrità fisica e morale. La mancanza di una corretta comunicazione giornalistica dei fatti di femminicidio non aiuta la società a liberarsi di una piaga dolorosa, anzi, sostiene una cultura che non riconosce piena libertà: che è libertà di vivere come meglio si crede nel rispetto della libertà altrui. Quando la stampa nazionale o locale si focalizza solo sui sentimenti, sulle frustrazioni, sulla vita dell’uomo che ha compiuto violenza o omicidio e cancella completamente i sentimenti, la vita e i desideri della donna vittima, allora la comunicazione viene deviata in un racconto del fatto dal punto di vista unico del carnefice, contribuendo a spettacolarizzare la violenza o a presentarla come l’atto isolato e scellerato di un uomo: eppure le statistiche, gli studi e le esperienze personali ci dicono che non è quasi mai un atto singolo che porta alla morte di una donna, ma un continuum di violenza che viene considerata normale da sopportare o da far sopportare ad una donna. Per questo chiediamo alla stampa di prendere in esame una proposta di codice etico per trattare della violenza in modo da non alimentarla più e non accettarla più come normale. Questa proposta che vi presentiamo è frutto di una elaborazione collettiva che ha preso le mosse dalla letteratura italiana e internazionale in merito.

 

1 I giornalisti e le giornaliste devono mettere in evidenza la motivazione di genere (svalorizzazione simbolica, discriminazione economica e sociale) come causa profonda della violenza contro le donne. Essi devono fare buon uso delle informazioni di casi studio e statistiche disponibili, sia quando segnalano casi di violenza contro le donne sia quando danno notizia di casi di sfruttamento sessuale e della prostituzione, collocando le notizie in un contesto più ampio che riveli la motivazione di diseguaglianza a cui sono sottoposte le donne che ne soffrono e tutte le vittime che sono femminilizzate (discriminate come se fossero donne – ad esempio omosessuali, transessuali).

2  I giornalisti e le giornaliste devono scegliere con cura il linguaggio da utilizzare per dare conto di casi di femminicidio, evitando di comunicare in modo anche implicito che la vittima sia da biasimare per qualche motivo legato al suo essere donna e al suo abbigliamento o atteggiamento, ai suoi orari e abitudini.

3 I giornalisti e le giornaliste devono inoltre rappresentare i personaggi della notizia come uomini e donne veri, reali, evitando accuratamente di ricorrere a stereotipi che li incasellano in ruoli patriarcali privi di attinenza con il fatto specifico e reale (l’innamorato pazzo, il marito deluso e depresso, la mogliettina che sopporta, la ex fidanzata come preda perché in passato era in possesso dell’aggressore-fidanzato).

4 I giornalisti e le giornaliste devono in ogni modo evitare di usare l’equazione “odio uguale amore” e mai utilizzare frasi che possano giustificare in qualche maniera simbolicamente la violenza come gesto sconsiderato o addirittura “folle” e quindi non del tutto legato alla responsabilità individuale. Da evitare in senso assoluto anche il presentare la violenza sessuale, domestica, e il femminicidio come amore passionale incontrollato con frasi dal vago sapore romanzato e romantico (follia d’amore, pazzia d’amore, amore e sangue) – La violenza e l’omicidio sono i più gravi crimini che si possono compiere contro un altro essere umano donna o uomo.

5 I giornalisti e le giornaliste devono evitare di esemplificare i casi di violenza contro le donne, o contro altre vittime femminilizzate, con la teoria del ciclo di violenza che inserisce i soggetti violenti in una quasi giustificazione del loro operato a causa di un’infanzia con esperienza di violenza, o a causa di esperienze violente in qualche modo patite. Dovrebbero anche evitare di presentare le violenze come causate semplicemente dal consumo di alcool o da altri problemi sociali o disagi psichici.

6 I giornalisti e le giornaliste devono rispettare la privacy e la dignità delle vittime, rispettare la dignità delle vittime significa anche non utilizzare senza consenso foto delle vittime, e tantomeno foto in cui le vittime siano rappresentate in momenti gioiosi o in abiti succinti – Rispettare una persona che soffre a causa di una violenza subita riguarda anche l’uso che si fa della sua immagine.

Femminismi, donne di Fano-Pesaro-Urbino
Primo Maggio 2012

CODICE ETICO

Pubblichiamo da oggi, in previsione dell’otto marzo e non solo, una rassegna di testimonianze individuali su “Perché sono femminista” che speriamo possa contribuire a evidenziare tante ragioni e tanti diversi ma tutti validi motivi. Scrivete a femminismi@gmail.com (massimo due pagine per favore!).


CLAUDIA:
E voi perché siete femminist*?

Ho cominciato a capire di essere femminista pochi anni fa, quando ho iniziato a leggere gli scritti di Joyce Lussu. Mi emozionò tantissimo, ricordo ancora la grande commozione dopo aver letto “La luna si è rotta”, seguita poi da altre letture, prima fra tutte “Padre, padrone e padreterno”, che mi hanno fatto meglio comprendere la mia natura.

Poi senza guide e andando avanti di puro istinto ho cercato di capire meglio il pensiero femminista.

Anche l’incontro con voi tutte di Femminismi.it è stato quasi casuale…. la lotta contro la pubblicità della “porcola“.

In questi anni, spesso di solitudine nel maturarsi di un mio pensiero che è comunque ancora acerbo, mi sono frequentemente confrontata con persone di cui ho grandissima stima, ma che davanti alla mia affermazione “sono femminista” indietreggiavano e continuano ancora a farlo.

Più volte, anche all’interno delle associazioni miste di cui faccio parte, mi sono sentita rispondere che non si dovrebbe parlare di femminismo perchè tutti i movimenti che finiscono in -ismo presuppongono un totalitarismo oppure che non ci dovrebbero essere nè un maschilismo, nè un femminismo.

In questo caso sto parlando di persone che tengono alla giustizia, alla legalità, ai diritti umani, che si informano e con cui condivido moltissimo.

Altrove è molto peggio perchè davanti al mio asserire di essere femminista, l’immagine che si ha è quella di una fanatica (non lo sono di natura), di una che vuol fare a meno del mondo maschile (quando mai…). Dopo la vicenda del sexy car wash, in cui mi sono battuta per esprimere il mio pensiero, sono addirittuta diventata una bacchettona (e anche questo di certo è un atteggiamento che non mi appartiene).

Per farla breve, ricordo che l’anno scorso, durante una delle serate organizzate contro la violenza sulle donne, chiesi ad una storica perchè nell’immaginario collettivo il femminismo rappresenta un momento di rottura così forte, qualcosa di cui non si dovrebbe parlare, come se avesse provocato chissà quali danni. La risposta fu che ancora non c’è stata una revisione storica perchè sono passati troppi pochi anni e che ce ne vorranno ancora diversi prima che inizi un percorso che porti ad una rivalutazione di quel momento.

Quel giorno nacque in me il desiderio di smettere di parlare di femminismo perchè bisognerebbe avere un’apertura davanti ai diritti umani e non una chiusura. Pensai che trovando un nuovo nome le cose avrebbero potuto avere un nuovo corso. Visto che persone che condividono i miei pensieri si fermano davanti alla parola “femminismo” e smettono di ascoltarmi, cambiare parola, senza cambiare la sostanza delle cose, avrebbe potuto portare a discorsi ed azioni più costruttive. D’altra parte le parole hanno un’importanza granitica, pensate ad esempio alla differenza fra parlare di case abusive o case illegali, pur essendo nei fatti la stessa cosa.

Nel frattempo, fortunatamente, i miei pensieri ed il mio modo di sentire sono tornati all’origine.

Il femminismo è movimento intellettuale che ha radici molto antiche, è un pensiero nobile che si basa sulle pari opportunità, che accetta tutte le differenze fra le persone. Rinnegare o continuare a maltrattare questa parola e tutto quello che racchiude, significa buttare alle ortiche tutte le lotte che hanno portato all’emancipazione della donna e non solo. Gli stessi uomini che non rispondono ai classici criteri di machismo hanno trovato forza e nuove opportunità grazie al femminismo.

Ed oggi sento sempre più il bisogno di dire chiaramente che sono fiera di essere femminista perchè troppe sono ancora le disparità da combattere. Troppe donne vengono trattate come oggetti, violentate, torturate, uccise solo perchè donne. Troppo spesso veniamo svilite e colpite nella nostra dignità di esseri umani.

La stessa differenza nell’occupazione, nel trattamento lavorativo e salariale sono un indice dei differenti trattamenti a cui siamo sottoposte. Le stesse basi su cui ancora si strutturano la divisione dei compiti all’interno delle coppie sono un motivo importante e basilare per cui tutti quanti abbiamo un gran bisogno di donne e uomini femminist*.

E voi? Perchè sentite il bisogno di essere femminist*?

DADA:
“Ovviamente allestite da lesbiche”. Le tante stanze della politica e della filosofia femminista in Italia secondo me.

Tempo fa una lesbica italiana emigrata in Lussemburgo, raccontando della casa delle donne di una città del nord disse “e ovviamente era allestita da lesbiche”, quanto risi a quella affermazione così sbrigativa e valida anche per i nostri femminismi! Noi lesbiche siamo le sottoproletarie del femminismo “Alll over the World”.
Ho capito di essere femminista durante il Liceo, seguendo le cose che potevo vedere del movimento femminista che allora, a fine anni ’80, era da un lato ancora molto impegnato nelle battaglie per l’ingresso del concetto di libertà femminile nella giurisprudenza e nelle istituzioni, dall’altro sperimentava forme di gestione delle relazioni tra donne.
Allora non avevo la percezione esatta di quanto potesse essere importante per le donne il Nuovo diritto di famiglia(1975), o la legge sulla interruzione volontaria di gravidanza(1978), o quella sul divorzio(1970), o quanto potesse essere evolutiva per le lavoratrici e in politica la definizione di Pari opportunità (1983). Sapevo che il sesso femminile era fortemente oppresso: lo sapevo per come venivo trattata per strada, ricordo l’angoscia di dover fare da sola il tragitto che portava a casa dal centro città nei momenti mattutini in cui purtroppo capitava di incontrare la grottesca e stanca fila dei soldati di leva, urlanti verso di noi ragazze come cani alla catena, soddisfatti di poterci bersagliare.
Ricordo il senso di paura quando da ragazzina venni praticamente strappata dal mio gruppo di amichette (rischio il melodramma, ma è vero) durante la visita alla zoo di un Circo, da un tipo basso e rozzo che mi mise le mani ovunque, il senso di vergogna che si sostituiva alla rabbia per essermi fatta incastrare ma che doveva sottomettersi a una sensazione più forte: quella di essere colpevole per la propria realtà di oggetto sessuale, riconosciuto, propagandato, sancito.
Di lì a pochi anni avrei riflettuto sulla grande differenza che intercorreva tra il comportamento di mia madre e delle sue amiche tra loro, e quello che avevano coi maschi: quante schermaglie, quanti trucchi per presentarsi come oggetti desiderati e calmierare il proprio valore.
Più tardi avrei meditato su una foto in bianco e nero da me scattata, all’incirca a 18 anni, a mia nonna, con la mia nuova reflex nella quale mettevo rigorosamente pellicole wendersiane in bianco e nero. La misi in posa coi gomiti sul tavolo, le mollette in testa, lei poggiò un palmo appoggiato alla guancia. La foto riuscì benissimo, e il gioco di luci svelava un sguardo che in quanto a doppi sensi non aveva niente da invidiare alla Gioconda: era angustia quella? Per una mattina passata a rassettare, da decenni, per tutta la famiglia, e a sorreggere le sorti ed i capricci, un po’ le gioie ma soprattutto i capricci di ognuno/a? Era ironia, quella con cui quegli occhi pungenti mi guardavano, come a dirmi che non avrei mai voluto ciò che volevo, così come era successo a lei? Era l’anticipazione del modernissimo spot di Veneta cucine, che ci mostra ora una snella signora di casa che si compiace, sospirando, di avere ottenuto tutto dalla vita tranne quello che c’era nei suoi, del resto acerbi, sogni di ragazza?
Alla mia curiosità per il femminismo, e immediata istintiva adesione alla causa, si aggiungeva la marea montante della consapevolezza di potermi innamorare solo di donne, di essere quindi lesbica. Ricordo lo slogan femminista su cui fantasticavo “Le donne con le donne possono”: era il riconoscimento della libertà di amarsi, quello? O solo un ambiguo proporsi dell’ affidarsi l’una all’altra delle donne, diffuso dalle filosofe del pensiero della differenza con accurata attenzione a non nominare il proprio (Irrilevante?!?) orientamento sessuale?
Io ero di altra intenzione, e seppur riconoscendo l’importanza del concetto di Differenza e l’importanza del riflettere sull’autorevolezza, mi rivolsi subito altrove: a quelle che avevano avuto il coraggio di viversi alla scoperto, le romane della Bollettina del Cli (Coordinamento lesbiche italiane), le bolognesi, le donne grazie alle quali si svolsero in Italia i primi convegni lesbici. Il femminismo ha iniziato quindi a esprimersi al plurale anche per me, e in queste sue coniugazioni attuali vorrei ricordar/mi in cosa consiste per me la sua pluralità, con una serie di negazioni molto montaliane (non chiedetemi la parola …), la pluralità per me consiste:
-nella modalità di considerare importanti o meno le esperienze sentimentali ed erotiche come parte fondamentale dell’identità e del pensare di ognuna, io non sono quindi un femminista che censura il lesbismo
-nella forma data al rapporto tra corporeità e volontà, per cui c’è chi pensa che per essere femminista basti volerlo così come per dirsi donna, e chi, come me, pensa invece che la volontà giochi un ruolo legato alla corporeità dalla quale non si può prescindere, così come nell’arte non si prescinde dalla materia, io non sono quindi una femminista che promuove il queer come panacea post-femminista per tutte le occasioni
-lo so, sembra “essenzialismo” ma non lo è, io non concordo con quel tipo di femminismo che al contrario vuole promuovere una sorta di mistica della femminilità per nascita, io non sono quindi una essenzialista
-pluralità del femminismo c’è anche nel capire le forme di potere, così come NON è successo durante il dibattito intorno alla manifestazione “Se non ora quando” del 13 febbraio scorso, dibattito in cui tutte si sono dette di tutto a proposito di tutto, sorvolando invece la necessaria riflessione sulla cosa secondo me più importante: come si stanno muovendo nuove linee di potere, anzi di dominio, all’interno dei femminismi italiani, grazie a nuove strategie mediatiche, alleanze, e nuove riproposizioni della politica sviluppata attraverso parole d’ordine e strategie commerciali. Necessarie? Sufficienti? Soddisfacenti? E decise stavolta a casa di chi? Io non sono quindi un femminista che non vede le forme del potere e nega le responsabilità morale di chi focalizza attenzione e porta la voce.
-femminismo plurale perché sono sempre più diverse le modalità di comunicazione e (se il linguaggio ha a che vedere con la forma mentis) di pensiero: le più giovani buttano in faccia alle madri femministe la loro nuova concezione (ma è molta moda, poco contenuto) di un femminismo fatto andando in giro a tette nude su potenti moto guidate dai “loro” maschi, un femminismo-burlesque che le vede affascinanti (venti-trentenni) eroine sessualmente libere, professionalmente rampanti, affini ai loro maschi alfa o alle loro femmine alfa alluccate alla The L Word con tacco 12 d’ordinanza. Certo, è bello riappropriarsi in modo differente degli stereotipi … Ma noi lesbiche “butch”, che abbiamo sbattuto in faccia al mondo il nostro vestirci maschile, per sfuggire alle attenzioni maschili e riprenderci spazi … pensiamo che è molto facile dichiararsi libere se la libertà consiste in tutti gli stereotipi inventati per attrarre i maschi e stare al proprio posto, posto che di solito non è la consolle né la regia.  Io non sono quindi una femminista del camouflage.
Pluralità dunque anche nell’intendere le possibilità del femminismo di esprimere un pensiero utile a tutti, esportabile e fruibile. Qualche anno fa Antonio Negri scrisse nel suo “La differenza italiana” (2005) che gli unici elementi di innovazione teorica a livello ontologico nella filosofia italiana del ventesimo secolo sono stati due, quella di Mario Tronti e quella di Luisa Muraro: una riguardava lo sfruttamento capitalista e l’altra quello patriarcale. Ora si vorrebbe fare del femminismo qualcosa di valido universalmente a prescindere dall’-ismo, come se un pensiero filosofico in quanto tale, ad esempio di Muraro, potesse esprimere il femminismo, ridursi o concentrasi su esso. Sappiamo bene che non può essere così: il femminismo come pratica politica dovrà continuare la sua strada del costruirsi nelle relazioni, nei bisogni, nelle mutazioni femminili. Il pensiero femminista potrà continuare a dire qualcosa di nuovo partendo da sé, così come fece Carla Lonzi, così come non ha sempre fatto la filosofia (e l’ideologia) del pensiero della differenza.
Di qui potremmo vedere con chiarezza quale è un nostro strumento da usare in politica, possibilmente in forma collettiva partecipata ed assembleare (e queste pratiche sì sono un patrimonio femminista anche se non solo tale), in cosa consiste invece il pensiero filosofico definibile quale “femminista”, nella sua peculiarità di produzione raziocinante di donne o uomini che vogliano interpretare il femminismo o … definirne altri.

CRISTIANA:
Sono femminista e me ne vanto!

Dirsi femministe oggi è sicuramente più difficile che dirselo a se stesse ben consapevoli del proprio percorso personale a volte faticoso  e controverso.

Amo definirmi femminista perché il mio percorso mi ha fatto conoscere la bellezza della diversità e le sue sfumature, perché il pensiero critico femminista mi ha fatto vedere le cose da un’altra angolazione nascosta ai più. Un percorso formante, sicuramente senza ritorno.

Ho sconfitto così la mia acuta sofferenza interiore dovuta al sopruso familiare patriarcale dando così una spiegazione a tale incomprensibile dominio.

Tutto iniziò circa 17 anni fa quando una cara amica mi regalò il saggio di Virginia Woolf “Una stanza tutta per sé”. La cosa principale che capii era che per avere una reale emancipazione bisognava avere un’indipendenza economica e per questo mai avrei dipeso economicamente da un uomo. Avevo così messo a fuoco la mia infanzia e prima giovinezza, il potere che mio padre aveva su mia madre come tante/troppe donne, “serve” inconsapevoli.

Invece  la cosa più bella che il saggio mi trasmise era il potere che uno spazio indipendente poteva avere sulla propria formazione. Per questo ho iniziato a credere che i propri spazi  sono una opportunità fantastica di emancipazione dal proprio lineare presente, luoghi in cui nessuno può definirti i confini. Gli spazi sono stati l’unica opportunità per molte donne di creare una piena autonomia di idee, dove poter gestire il potere sicuramente non inteso come prevaricazione e/o sopraffazione, dove la leadership (condizione politica preminente e mai in realtà messa in discussione se non dalle donne) è contrastata da pratiche di condivisione.

Perché il femminismo è scomodo? Perché riesce a far emergere un sottostrato notevolmente compatto e consolidato di luoghi comuni e stereotipi che non fanno migliorare la condizione femminile in tutte le realtà sociali, dove in ogni angolo pubblico prevale e prevarica la figura maschile sempre al centro dei nostri spazi collettivi. Il pensiero femminista dovrebbe aiutare a far si che le donne imparino ad entrare negli spazi sociali, nei luoghi dove si fa politica e far si che diventino protagoniste del loro futuro, che imparino a non delegare e a non usare metodi e comportamenti legati al pensiero patriarcale. Un lavoro sicuramente difficile si direbbe ma ciò dipende dal lavoro (anche se piccolo e fuori dai grandi riflettori mediatici) di tante donne che hanno in comune una volontà autonoma e non omologata al pensiero dominante maschile.

Il femminismo è ancora oggi secondo me un’opportunità per molte donne ancora  inconsapevoli che la libertà è a portata di mano, una libertà scevra da stereotipi e da violenza relazionale.

 

 

Dopo la presentazione ufficiale di “Coltivare la differenza“, di Alessandra Vincenti e Monia Andreani, edito da Unicopli da pochissimo, presso il dipartimento studi economici DESP dell’università di Urbino, il libro scende in provincia con prima tappa alla biblioteca civica di Villanova di Montemaggiore, lunedì 12 dicembre alle 21.

DI GENERE DisUguale- conversazione su Coltivare la differenza. La socializzazione di genere e il contesto multiculturale con la co-autrice Monia Andreani. Coltivare la differenza inizia con questa citazione:

 Farci delle domande sulle distinzioni fondamentali che accettiamo come normali (W. Langewiesche)

 

Forse è proprio questo il segreto per “uscire dalle cornici”, mettere in discussione lo status quo, lasciando affiorare la differenza e l’eterogeneità sociale e culturale. Solo coltivando la differenza è possibile far emergere le soggettività che altrimenti si ritroverebbero soffocate in un mondo che vuole le persone cristallizzate in ruoli predefiniti.

Questo libro, tramite i saggi delle autrici e le tesine di studentesse e studenti, ci porta ad un’analisi critica di quello che avviene intorno e dentro di noi, che spesso accettiamo come normale senza andare a fondo nelle questioni.  Ed allora poniamoci insieme qualche domanda.

 

Il testo ci aiuta a valutare in modo più profondo cartoni animati come le Winxclub ed i Gormiti, ad interrogarci sull’accelerazione della crescita di bambini e soprattutto di bambine, che risultano ipersessualizzate nell’abbigliamento e nei modi. Quali modelli di maschile e femminile apprendono? Perché c’è un pullulare di merchandising nei programmi rivolti a loro?

 

E se è vero, come dice  la filosofa Irigaray, che le donne sono differenti dagli uomini ma sono anche differenti tra di loro per il semplice fatto che non esiste un solo modo di essere donna, dobbiamo dedurre che non esiste un solo modo di essere uomo. Questo concetto risulta evidente nell’analisi del film Berlinguer ti voglio bene, il cui protagonista maschile prova un grande disagio interiore che in fondo nasce dal suo modo diverso di essere uomo, dal fatto che non corrisponde ai canoni classici del macho. Da dove parte la cosiddetta crisi del maschio dei nostri giorni? Che modello di mascolinità propongono riviste come For Man e L’uomo di Vogue?

 

Ed ancora, qual è il ruolo delle badanti nella nostra società? Sono necessarie, ma emarginate. Partendo dall’analisi del film, Io, loro e Lara, capiamo meglio l’emarginazione delle donne ed, in particolare, di quelle che si occupano del lavoro di cura. Ma da dove parte tutto questo? Anche in questi giorni, parlando di età pensionabile delle donne, assistiamo ad un ridimensionamento di un aspetto indispensabile per la vita di ognuno di noi, cioè il lavoro non riconosciuto di cura che grava ancora soprattutto sul sesso femminile. Perché non dare il giusto valore al lavoro di cura?

 

Infine, viviamo sempre più in una società multiculturale, quali atteggiamenti derivano dalla non accettazione dell’altro? A cosa porta la nostra chiusura? Mi viene in mente un principio fisico: “ Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria”. Forse la chiusura genera altra chiusura? Sarà forse questo il motivo per cui i gruppi etnici che vivono al di fuori della lora patria si chiudono e diventano a volte più intransigenti dei loro concittadini rimasti nelle terre natie?

 

Concludo così questa analisi basata sulle domande che mi sono posta leggendo “Coltivare la differenza”: la chiusura genera un’uguale chiusura e ci limita nella possibilità di vivere una vita variegata; la chiusura, la non accettazione delle differenze altrui, ci mette le catene ai piedi e ci impedisce di proseguire in un cammino di libertà. ( LiberaMente).

Dalla Postfazione al libro di Riccardo Bellofiore:

Questo libro affronta la questione della differenza che è sempre più vissuta nel contesto contemporaneo in campo sociale, politico e morale. Nel segno dell’incontro tra la sociologia e la filosofia, questo libro si compone di due saggi iniziali.

Alessandra Vincenti sottolinea come una delle differenze che segnano la costruzione dell’identità personale sia quella di genere. Porre l’attenzione sul continuo divenire e sulle discontinuità delle narrazioni di genere, in un’epoca che enfatizza la concezione tradizionale dei sessi, consente di disvelare le molte possibilità nascoste della società multiculturale in cui viviamo. Monia Andreani pone l’attenzione sul concetto di differenza e sul continuo e ambiguo utilizzo che ne ha fatto la democrazia occidentale durante l’intero arco della sua storia, per garantire l’accesso e allo stesso tempo l’esclusione dalla cittadinanza politica soprattutto alle donne.

L’elemento di novità di questo libro è poi costituito dalla pubblicazione di otto saggi scritti dagli studenti e dalle studentesse da cui emerge l’esperienza della “differenza” fatta dentro un percorso di studio, attraverso l’analisi di prodotti mediatici diversi, approfonditi e discussi utilizzando il concetto di genere in un quadro di differenza culturale.

Infine, una scheda metodologica che si compone di una parte teorica dedicata dall’analisi del concetto di genere e al suo utilizzo, e di una parte dedicata a strumenti di didattica partecipata in cui si illustra come far interagire il concetto di genere con le differenze multiculturali.

OraCola, lettura poetica ad estrazione. Venerdì 9 dicembre 2011, dalle ore 18.30 estrazioni, dalle 19.30 lettura.
Infoshop, Fano (Pu), via da Serravalle 16.
Accoglie: Alessandra Ortolani. Legge: Francesca Palazzi Arduini. Organizza: Femminismi.
Posti limitati: prenotate la vostra oracola commentando questo post o scrivendo a dadaknorr@gmail.com

Dopo le esperienze di “S’io fossi donna”, spettacolo che andò in giro per la provincia facendo conoscere la poesia scritta da donne sulla tematica della libertà femminile, ottenendo il plauso di Patrizia Cavalli, e la lettura multilingue “Poesie di donne non famose, tranne una”, esperienza originale perché lo spettacolo venne autoprodotto da donne di madrelingua abitanti qui, torna la poesia femminista.
E torna con una esperienza unica, basata sul concetto di intuizione, che fa della poesia, come di recente ha dichiarato la stessa Cavalli, uno strumento che “sa già tutto”. Perché questa provocatoria affermazione? Cosa sa già di noi e del mondo la poesia che non può essere saputo dalle scienze o dalla riflessione filosofica?
Probabilmente non è il contenuto che è qui in discussione, ma l’atteggiamento e la pratica: la poesia non sa tutto lo scibile,  essa è un MODO di aprirsi alla visione del mondo ed alla percezione. Il modo poetico ed il suo linguaggio sono aperti, percettivi, spesso istantanei, e paiono non complessi anche se magari, in un attimo, sono la comunicazione di anni di riflessione, indagine su di sé, raccoglimento delle emozioni. Per questo la poesia “sa già tutto”, perché nella sua semplicità, o nel suo voluto artificio, esprime con poco ciò che può essere indagato prima, e poi, per anni.
L’umanità del mondo poetico è quindi quella dell’incontro (“la prima impressione”), della caparbietà del volere l’impossibile (“tutto e subito”), della rivelazione di sé e del proprio limite; non per niente tanti artisti (perché la poesia può essere intesa anche come cifra che imbeve tutte le arti, anche la canzone pop o il rap) si dicono anarchici, libertari, ribelli, portatori di una follia creatrice di nuove possibilità, di nuovi modi di vedere, di visioni.
“Cosa accadrà, cosa faremo?” In una società attanagliata dai numeri, dalle scadenze, dalle definizioni, dai marchi, dal voyerismo, in un mondo della comunicazione complesso in cui gli opposti ormai si toccano da troppo tempo …la poesia sa già tutto.
Nel senso che per lei, e vedete perché fa bene ad occuparsene Femminismi, in quanto soggetto femminile, la ricerca della  verità non è gioco di egoismi e ideologia, ma è nella visione, soggettiva e consapevole di ciò, della realtà, visione che parte da sé ma spesso il sé discioglie.
OraCola  ironizza sui giochi che si basano sulle probabilità, permettendo ad ogni partecipante di estrarre una “sua” poesia, che verrà letta poi ai presenti … Carl Gustav Jung diceva che esiste una sincronia tra nessi anche privi di causa tra loro, una sincronia che lega cose e  persone, … staremo a sentire!

Pensavamo che l’accoppiamento “donne e motori” e le battute maschiliste sulla “carrozzeria” di donne che sono femminili perché “non sanno dov’è la ruota di scorta” fossero retaggio di antiquati omini del tempo che fu e dei cattolici integralisti di cui al post precedente… e invece ancora sono in circolazione contenuti e immagini che relegano le donne al simpatico ruolo di chiappa di camoscio.

Purtroppo anche nella nostra provincia, a Barchi, circolano iniziative che non avrebbero niente di fastidioso, se non il rombo delle marmitte cromate, se non fosse che:

l’iniziativa usa lo specchietto per allodole del “sexy car wash” come attrattiva in testa al programma. La nostra amica Alessandra ha sollecitato in questi giorni l’invio di email di protesta per la sponsorizzazione da parte del comune di Barchi di questo tipo di messaggio ma nessuna risposta è arrivata, ci propone allora di estendere la protesta e inviare anche questa lettera, segnalando il manifesto anche all’autorità per l’autodisciplina pubblicitaria, lo IAP.

All’attenzione di:

Presidente Regione Marche segreteria.presidenza@regione.marche.it
Presidente Provincia di Pesaro matteo.ricci@provincia.ps.it
Sindaco di Barchi comune.barchi@provincia.ps.it
Istituto Autodisciplina pubblicitaria iap@iap.it
Pc Consigliera di Pari Opportunità della provincia di Pesaro segreteria.parita@provincia.ps.it

Oggetto: Sexy car wash

 Con la presente si intende sollecitare l’annullamento del “Sexy car wash” inserito nel programma della manifestazione “IV Urban Race” a Barchi (PU) e organizzato dall’Urban Racer Team, perché indegno, sessista, umiliante per tutte le donne, inadatto e pericoloso per i minori.

Riteniamo che sia inaccettabile concedere il patrocinio del Comune (lo stemma appare infatti tra gli “sponsor” nella locandina nel link: http://www.fuorigirimotore.com/raduno-tuning_911.html) a un tal evento, che contraddice gli scopi istituzionali dell’ente stesso: siamo al 74° posto per parità tra uomo e donna e alla politica viene chiesto di promuovere iniziative che riducano il divario tra i generi anziché ampliarlo.

Secondo le Nazioni Unite in Italia persistono profondi stereotipi che hanno un impatto schiacciante sul ruolo della donna e la pongono in una situazione di svantaggio, incidendo negativamente sulle sue scelte professionali ed esistenziali.

“In Italia le donne sono rappresentate come oggetti sessuali.”

Questa è una delle principali critiche recentemente sollevate all’Italia dal Comitato delle Nazioni Unite che ha il compito di monitorare l’attuazione della Convenzione ONU per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti della donna (CEDAW) negli Stati che l’hanno ratificata.

L’accostamento di donne e motori è uno stereotipo duro a morire, a tal proposito riportiamo l’interessante intervento del sociologo Luca Piras riguardo la discussa vicenda del “sexy car wash” inserito nel programma della Notte Bianca di Ronciglione, conclusasi con l’annullamento dell’evento: «Dovrebbe essere un dovere civico quello di proporre lo sviluppo dei rapporti tra i sessi improntati alla pariteticità, alla

consapevolezza dei comportamenti e dei ruoli nonché della valorizzazione dell’identità femminile. Il “Sexy car wash” rappresentava un esempio opposto: la rinuncia da parte di alcune istituzioni all’esercizio di un ruolo pedagogico-culturale nei confronti di modelli civili ed evoluti sul rapporto tra uomo e donna nella nostra società».

Piras continua: «Era un’evidente collusione culturale con un’idea della donna implicita nel modello veicolato delle tivvù commerciali in cui essa è ridotta al suo solo corpo spettacolarizzato e subalterno al maschio spettatore. Oggi, però, nella società si può rilevare una considerazione diversa della donna, soprattutto da parte di giovani, che considerano il rapporto con l’altro genere un indice significativo del più ampio livello di civiltà diffuso e del proprio modo di vivere accanto al sesso opposto». 

Lo stesso presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ci ricorda che:

“Uno stile di comunicazione che offende le donne nei media, nelle pubblicità, nel dibattito pubblico può offrire un contesto favorevole dove attecchiscono molestie sessuali, verbali e fisiche, se non veri e propri atti di violenza anche da parte di giovanissimi.”

Nella speranza che nessun Comune decida di patrocinare eventi in cui la donna è trattata alla stregua di un panno daino,

cordiali saluti.

(Firma).

Chi invia per favore ce lo segnali in modo che si possa avere idea di quante persone si muovono.





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