Archive for the ‘violenza e femminicidio’ Category

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Scrivo questa nota personalissima sul blog, nota che riguarda un aspetto del tutto marginale della vicenda Varani (la chiamo così perché mi pare giusto chiamare col nome dei colpevoli i processi). Lucia Annibali ha ricevuto la proposta dal PD di candidarsi alle prossime elezioni. Il senso del fuori luogo mi è venuto ieri, quando ho ascoltato le parole del presidente della Provincia Ricci, renziano di latta, che non mi risulta si sia mai proposto, come neanche il Comune (anch’esso con un Sindaco PD), di far costituire il proprio Ente come parte civile al processo, per significare simbolicamente ma concretamente il sostegno della cittadinanza a Lucia Annibali. Invece ieri sera la sua più che scontata nota per la stampa: “La città si stringe tutta attorno a Lucia…”.
In questi giorni ho visto amici e famiglia stringersi attorno a Lucia Annibali, e le donne della Unione Donne Italiane di Pesaro che sono state sempre presenti di fronte all’Aula del Tribunale per significare il sostegno morale ed emotivo, donne di grande intelligenza e fermezza. L’unico amministratore che mi pare di aver scorto una volta in Tribunale è stato l’assessore all’ambiente della Provincia, alla prima udienza.
Per la prima udienza ricordo che fummo prorpio noi di Femminismi a proporre ad Udi-Pesaro l’idea di essere lì dal vivo, senza demandare solo alla carta stampata la nostra incazzatura, e distribuimmo un volantino in italiano, arabo e albanese, perché vedevamo che in questo caso c’era un bieco legame tra mandante e sicari che oltrepassava le nazionalità e le culture per legare questi maschi con un patto patriarcale atroce.
Solo dopo, vista la spinta che avevamo impresso all’opinione pubblica mettendoci ” in piazza ” e facendo quel che dovevamo fare, in quanto femministe, fu organizzata una manifestazione di sostegno molto partecipata e che vide in strada tante associazioni e alla testa anche vari pezzi grossi della politica locale.
E’ indubbio che in Italia la battaglia per una legge contro la violenza sulle donne appartenne negli anni ’70 alle donne delle sinistra, che si fecero portavoce delle piazze, e che oggi che la presenza femminile  nei partiti e nelle liste è aumentata, l’interesse a legiferare meglio sul femminicidio è trasversale. Possiamo distinguere, certo, dalle campagne di alcune politiche di destra che si orientano solo sulla certezza della pena e sull’incremento dell’attività di polizia, però  siamo ormai lontane dai tempi (in fondo pochi decenni fa) in cui a parlare  in Parlamento e in Tribunale erano i maschi, e si parlava di “onore”.
E allora la domanda: perché il PD chiede a Lucia Annibali di candidarsi? Perché interessato alla sua competenza di avvocata? Perché pensa che la sua esperienza possa essere messa al servizio della politica per seguire questa tematica? No, è ovvio che ora, in corner, lo fa per i voti.
Perché oggi più che mai la politica si fa candidando nomi conosciuti, pigliandoli dalla società civile, con un sistema che sancisce la fine di questa democrazia e ci mette allo stesso livello delle proto-democrazie dei paesi in via di sviluppo, o peggio, visto il berlusconismo bipolare, un disturbo della personalità politica del nostro Paese  eretto a metodo proprio da questo attuale governo.
Perché da quando le liste civiche e  le Liste a cinque stelle hanno candidato perfetti sconosciuti/e, gente comune,  il Pachiderma PD ha capito che doveva mettere in lista più gente comune e meno rampolli di sezione allevati per le Primarie.  
Il Pd quindi “premia” Lucia con una proposta che in realtà andrebbe tutta a vantaggio del partito, in una corsa contro il tempo per le candidature.
A Lucia il consiglio di non farsi acchiappare, e comunque un augurio per ogni scelta che farà adesso che, come dice lei in realtà già da un anno, questo incubo è finito.
Questa vicenda ha segnato simbolicamente il Paese: lo mostra la gentilezza con cui sono state accolte e fatte circolare liberamente in Tribunale le donne manifestanti (anche con cartelli vari), il fatto che al primo sit-in il Presidente del Tribunale accolse una nostra delegazione, la presenza, evidenziata anche dagli scatti fotografici di questi giorni, di alti rappresentanti delle Forze dell’Ordine accanto a Lucia e alla sua famiglia fuori  dentro l’Aula quasi a “tutela” simbolica che dovrebbe significare un cambiamento. La mostra fotografica organizzata da Udi-Pesaro e da alcune classi di studenti sul femminicidio, con le proprie forze e soldi, è stata visitata anche dal Prefetto… ! e poi il rito della premiazione da Napolitano…  Ma l’attività contro il femminicidio è ancora  basata su fondi precari e sul volontariato, ed ogni cambiamento di assetto politico, ogni taglio, ogni fiato di crisi, rischia come sempre di mettere in pericolo proprio queste attività.
Così nelle città dove la presenza multiculturale è forte, i centri antiviolenza andrebbero potenziati con le mediatrici e i mediatori culturali. Così le istituzioni andrebbero sollecitate a farsi garanti dell’attività dei consultori pubblici, spesso primo luogo di intercettazione del disagio delle donne, anche in tempi di tagli alla sanità, così i gesti simbolici andrebbero trasformati in gesti ancora più concreti: una domanda ad esempio, qualcuno sa se Varani è stato sospeso dall’Ordine degli avvocati?

Francesca Palazzi Arduini

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Pensavate che tutti i discorsi, le celebrazioni, gli spettacoli, le commemorazioni sul femminicidio fossero servite a mettere finalmente in testa ai professionisti dei media un minimo di PRINCIPIO ETICO per smettere di confondere (e giustificare) la violenza sulle donne con l’amore, la passione, il desiderio ecc.? Pensavate che i soli a fare retorica sul pover’uomo tradito negli affetti, scioccato, e quindi giustificato, magari “non in grado di intendere” a causa di TROPPO amore, fossero solo i giornaletti locali? E invece leggete il testo della notizia diffusa dal Tg Marche ieri sera a proposito dello stupro avvenuto a Castelbellino stazione, dal servizio di Patrizia Ginobili:
“Un AMORE non corrispoto per una ragazza che conosceva solo di vista, un SENTIMENTO distorto SFOCIATO nel sequestro e nella violenza feroce a quella giovane oggetto del suo DEISDERIO. un pomeriggio di terrore, il RAPTUS è scattato quando lui si è dichiarato E LEI LO HA RIFIUTATO. è successo ieri a Castelbellino stazione, piccolo e appartato paese della vallesina. era l’ora di pranzo, lui un 31enne italiano incensurato e disoccupato costringe la ragazza a salire sulla sua auto, cominciano così 8 ore di violenza RACCAPRICCIANTI, la giovane viene sequestrata e picchiata, poi portata a casa dall’aguzzino che la violenta per ore…. arrestato in flagranza di reato, lei ricoverata per le violenze definite “inaudite” a cui è stata sottoposta…”.
…servizio che già lega vittima e carnefice con un giudizio, per cui le attenzioni del violento sono definite non tenendo conto della violenza stessa, che è aggressione emotiva e fisica, ma del suo stato emotivo di “innamorato”. Ricordiamo alla signora Ginobili e alla redazione del TG Marche che forse, nel 2014, e dopo tante parole spese, sarebbe il caso di attenersi ai fatti lasciando i commenti su “quanto le piaceva la ragazza” al cosiddetto uomo della strada, quello che spesso ci si augura di non incontrare di notte.
Per rispetto delle vittime, osservate, molestate, seguite, rapite, sarebbe il caso di smettere di legare amore e sangue e di rileggere il Codice etico per la stampa in caso di femminicidio.

Francesca Palazzi Arduini

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Abbiamo partecipato stamattina al presidio “Io sto con Lucia” organizzato con grande dignità e forza da Udi Pesaro (brave!) oggi 17 marzo di fronte all’Aula dell’udienza per il processo Varani.

Dalle amiche dell’Udi una nota finale a chiusura del presidio che è stato mantenuto sino a fine udienza:
A sabato 29 marzo è stato aggiornato il processo che prevede la replica della PM Garulli, dopo il giudice si ritirerà per decidere la pena, che potrebbe arrivare lo stesso giorno, ma questo ovviamente non è confermato. Oggi è stata una giornata con un carma molto pesante, niente a che fare con l’idea della giustizia pacificatrice, appartiene ad una visione romantica della dea con la bilancia. Piuttosto il terreno di azzeccagarbugli esperti in cavilli, questa è la giustizia. Nessuna pacificazione verrà da questo terreno, purtroppo! Oggi si è celebrata un’altra offesa a Lucia che è uscita solo quando ha parlato Varani. Solo la sua presenza fisica ha riportato sempre alla realtà, presenza ingombrante per chi voleva raccontare un’altra storia. Noi, semplici testimoni di una violenza annunciata! A Sabato 29 marzo con IO STO CON LUCIA.

cuore
Il primo caso a Fano – un uomo che di professione fa il prete – si fa arrestare in flagranza di reato mentre con baci e carezze intrattiene in spiaggia una tredicenne. Passa alcuni mesi in carcere e poi dopo un anno arriva la sentenza, che gli riserva poco più di due anni. Due anni che sono due anni di condizionale. Non sono niente ma del resto non è “niente” quello che lui ha fatto – per questo “niente” si è scusato, dicendo di aver coinvolto delle persone – così spiega nella lettera che ha letto alla stampa. Ha coinvolto “delle persone”? Ha molestato pesantemente, ha abusato del suo potere per fare l’innamorato di una ragazzina di 13 anni ma, lui dice, cosa ha fatto in concreto? Solo baci e carezze dati con “affetto” è questa la parola che ha letto a tutti nel video che ha diffuso. Il capo d’imputazione è il 609 quater del codice penale, gli atti sessuali con minore, che cita: “a differenza dell’art. 609 bis c.p. riguarda situazioni caratterizzate da una condizione di preminenza, di autorevolezza del soggetto attivo sul minore, in ragione della relazione fiduciaria intercorrente con esso, idonea a condizionare e a suggestionare il minore stesso, inducendolo a prestare un consenso agli atti sessuali agevolato dalla specifica qualità dell’agente. Non sono emerse né violenze fisiche né coercizioni morali, ma una relazione affettiva fra la minore e il mio assistito” chiosa però il legale al Resto del Carlino (21 maggio 2013). Come se questo “affetto”  non fosse comunque violenza psicologica, un danno, una inaccettabile manipolazione.

Il secondo recente caso in Calabria – un uomo che lavorava nei servizi sociali e che è stato intercettato e poi scoperto a letto con una bambina di 11 anni con cui aveva instaurato una relazione morbosa, una bambina che gli era stata affidata perché la famiglia era in stato di indigenza per aiutarla nei compiti. Il primo e il secondo grado lo condannano a 5 anni per “violenza sessuale”, la Cassazione annulla i due gradi di giudizio perché occorre tenere presenti le ‘attenuanti generiche’ e considerare che il fatto ha minore gravità visto “il legame di affetto che univa i due” – e dato che la bambina “sembrava innamorata”.

Due casi diversi ma simili. Diversi per cosa? Se la diversità consiste nelle pratiche sessuali, allora questa lista dell’orrore in cui i pezzi del corpo delle bambine sono raccontati nei dibattimenti come alla fiera del bestiame, non ci interessa. Il motivo per cui i due casi sono simili, invece, riguarda le due situazioni di relazione affettiva tra chi ha abusato – perché compiere atti sessuali con un minore di anni 14 è abusarne – e la bambina o ragazzina pre-adolescente. La gravità sta proprio in quello che una magistratura- culturalmente impreparata ad affrontare tali casi – ha definito attenuanti o ha considerato meno rilevanti al punto da cambiare capi di imputazione. Il trasformare l’abuso sessuale in “affetto” nei confronti di chi sta imparando cosa significano amicizia, affetto, amore, è la violazione più grave, quella presente nelle interpretazioni tutte a favore del soggetto agente.
Due casi davvero inquietanti per come sono stati trattati nei tribunali. La magistratura non è preparata a affrontare questi casi, il paese e la cultura maschilista che lo pervade non sanno rispondere a fatti che prefigurano un dolo maggiore proprio perché mascherati come “affetto”, perché ogni atto sessuale ottenuto da minori o praticato su minori avviene con un abuso di potere, con il carisma e attraverso una intimidazione da parte del soggetto più forte sul soggetto più debole. Questa non è una forma di violenza?

Femminismi, donne di Fano-Pesaro-Urbino.

avvocati comunicato annibali
Avevamo chiesto da tempo come mai, dopo tante chiacchiere sul femminicidio e doverose dichiarazioni ufficiali di sdegno, il Comune di Pesaro non si fosse costituito parte civile al processo contro l’avvocato Varani, imputato di lesioni gravissime e tentato omicidio contro Lucia Annibali, un fatto che ha leso gravemente l’immagine della città oltre che la serenità di tutte/i. Neppure la stampa aveva raccolto il nostro invito, forse per timore di mettere in imbarazzo le istituzioni.
Sta di fatto che l’udienza con rito abbreviato di febbraio vedrà solo Lucia Annibali parte civile per le ovvie richieste di risarcimento danni, e agli imputati verrà concesso un terzo di sconto sulla pena come è automatico col rito abbreviato. Pare che alla fine, tutto si risolva in una faccenda burocratica di “stima del danno” in euro.  Per fortuna gli avvocati colleghi di Lucia, con grande senso pratico, scendono in campo  occupandosi di queste mancate prese di posizione simboliche, significative, denunciando il fatto che finora neanche il Consiglio dell’Ordine degli avvocati si è riunito per decidere gli opportuni provvedimenti nei confronti del Varani, qui il loro comunicato, che ci sembra uno dei pochi reali elementi di solidarietà concreta dimostrati a Lucia in questi giorni: professionisti liberi.

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Sostenendo la proposta di UDI,  Unione donne italiane, sezione di Pesaro, di essere di nuovo presenti lunedì 9 dicembre di fronte al Tribunale di Pesaro (ore 9-13) in occasione dell’udienza sul caso Varani, invitiamo tutt* a venire con scritti e parole ma senza simboli di partito. Il comunicato di indizione del sit-in Prima udienza del processo. Ecco anche le prime riflessioni del nostro gruppo sulle vicende di questi giorni:

Femminicidio e udienza Varani: meno parole e più fatti.

Mentre con due sentenze, quella per il parroco fanese don Ruggeri condannato con la minima pena, e quella per il branco dello stupro accaduto durante la Notte bianca fanese, la magistratura dimostra di adoperarsi per evitare al massimo il carcere ai colpevoli (si leggerà il dispositivo giudiziario per capirne motivazioni e ragioni), scende in campo chi ama la luce dei riflettori.
A nome di Fratelli d’Italia lancio un appello a tutte le forze politiche, alle Associazioni e alla cittadinanza tutta di partecipare ad un presidio silenzioso e soprattutto senza nessun tipo di bandiera e striscione politico per sostenere tutta la nostra vicinanza a Lucia Annibali”, scrive il portavoce pesarese del partito Fratelli d’Italia invitando ad essere presenti al Tribunale di Pesaro il 9 dicembre, e noi ci chiediamo con che coerenza egli si ponga come promotore di un sit-in, chiedendo anche l’assenza di ‘striscioni politici’, mentre dirama comunicati stampa a nome del suo partito. Dovremmo venire a fare le comparse per dar lustro alla presenza di Ciccioli o della star Barbara Benedettelli, autrice del libro dal criticato titolo “Vittime per sempre” e già criticata nel 2011 per la mostra di fotografie di Vip che gridavano “basta”?
A questo gioco mediatico noi non ci stiamo: non crediamo alle rassicurazioni del portavoce dei “Fratelli”, che afferma di aver invitato anche la assessora Alessia Morani e la senatrice Camilla Fabbri come se ciò garantisse la trasversalità dell’ iniziativa. Della questione del femminicidio, in questo periodo elettorale, molti parlano ma noi donne di associazioni femministe, che da tempi certo non sospetti ce ne occupiamo, vorremmo riportare l’attenzione sui fatti:
quello che conta, come già abbiamo affermato lo scorso aprile nel sit-in in Tribunale, è che le istituzioni locali si adoperino per supportare l’attività dei Centri antiviolenza, a rischio chiusura in molte città, a questo proposito avevamo ricordato che a Pesaro era carente la mediazione culturale per donne di lingua non italiana. Altra cosa basilare è che nei casi come quello di Lucia Annibali la cittadinanza si dimostri unita sì ma nella pratica, ci eravamo quindi chieste se il Comune di Pesaro si sarebbe costituito parte civile per significare il grave danno apportato a tutta la città. A Fano, per lo stupro da parte dei minorenni della “Notte bianca”, l’assessora Cucuzza aveva dichiarato che il Comune di sarebbe costituito parte civile, forse neanche sapeva che nei processi ai minori ciò non è consentito.
A distanza di otto mesi dal fatto ci aspettiamo quindi risposte concrete: ci sono le forze per fare un serio e metodico lavoro sulla differenza di genere sul territorio?
Chi dice di volere “un cambiamento culturale” contro la violenza, fa però parte di un partito che si chiama “Fratelli d’Italia”, escludendo le “sorelle” in perfetto stile patriarcale … questo dimostra che non è più rinviabile il lavoro culturale sul linguaggio, e quello su educazione sentimentale tra i più giovani in tutti i livelli scuola, famiglia e social-media. Anche il modello di maschilità da cui tante di noi sono attratte (purtroppo!) è da rivoluzionare.
Seguiremo con attenzione il processo di Pesaro, oltre la prima udienza, innanzitutto augurandoci che lunedì non si decida per il rito abbreviato e che l’istituzione municipale scenda in campo rappresentando concretamente la vicinanza e la solidarietà di cittadini e cittadine a Lucia Annibali.

Femminismi, donne di Fano, Pesaro, Urbino.

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A volte ci si sente in colpa se si dissente, se si fa parte di una categoria ancora vituperata come quella delle donne, e occorre quindi correre dietro agli striscioni per non sentirsi disfattiste. Ad alcune di noi l’idea di “celebrare” la giornata del 25/11 contro il femminicidio con gagliardetti, spettacoli, cotillons, non piace, soprattutto quando sono le istituzioni, che tanto poco fanno, a infilarsi il vestito celebrativo, giusto il vestito perché poi i problemi restano e “non ci sono i soldi” per finanziare le attività anti-violenza. Abbiamo pensato di riportare il dissenso qui, perché sia visibile. E di proporre qualcosa di pratico, come ad esempio l’applicazione del Codice etico per la stampa in casi di femminicidio alla nostra stampa locale così distratta, o la continuazione del lavoro contro la violenza proposto dopo l’aggressione a Lucia Annibali.

 Valentina:  Il 25 Novembre non voglio essere rappresentata da nessun colore sulle mie pagine Facebook e non voglio esibire o vedere alcuna scarpetta rossa come “simbolo di femminilità” violata.Non voglio assistere a spettacoli e manifestazioni finanziate dalle stesse Istituzioni che poi lamentano la mancanza di fondi per reali interventi anti-violenza.

Voglio una giornata di riflessione e di presa di coscienza tra le persone fatta di dialogo e di  partecipazione concreta per prevenire il femminicidio.

Possiamo ragionare tutti insieme su proposte pratiche come il Codice etico per la stampa; prendere atto che la violenza non accade solo nell’ambito delle coppie eterosessuali ma avviene ogni giorno sotto tanti varie forme come quella economica, politica, fisica, di scelta sessuale, religiosa.
Voglio ragionare anche insieme agli uomini, considerando il fatto che in molti casi non dobbiamo soltanto fare i conti con il loro “perverso dominio maschile”, ma anche con la “perversione” di alcune donne che spesso diviene co-autrice della stessa violenza.

Non voglio fare 109 secondi di inutile silenzio commemorativo, voglio gridare, discutere, attivarmi OGNI secondo della giornata e di TUTTE le giornate contro una problematica molto seria che non va “manifestata” ma va eliminata alla radice, controllata con leggi apposite e servizi di accoglienza e tutela attivi su tutto il territorio. 

Il Femminicidio è una PRIORITA’ italiana!

 
Monia: non mi piacciono le cose uniformanti in facebook come altrove, sono fatta così, pertanto non farò rosso il mio profilo, non sciopererò, non farò cortei e non celebrerò la giornata contro la violenza sulle donne perché non ritengo che sia la piega corretta che questa giornata sta prendendo, visto che sta diventando la festa per ricordare e invece occorre farne un memento per lavorare tutti i giorni, io penserò a tutte le donne che con orgoglio e in silenzio, aiutandosi tra di loro, si liberano dei gioghi di mariti, amanti, amici e fidanzati o stalker di facebook e di altri social, di tutti quegli uomini che non lasciano lo spazio per vivere libere senza avere la loro presenza oppressiva e il loro potere economico. La prima violenza contro le donne e la più perniciosa – contro tutte noi -. è quella economica.

Francesca
: il 25 novembre è stato scelto come data per ricordare l’assassinio delle sorelle Mirabal nella Repubblica Dominicana, nel 1960, è stato fatto dall’Onu nel 1999, che ha trasformato questa data in una “Giornata” che dovrebbe servire a informare e a sensibilizzare, non a festeggiare. Occorrerebbe tirar fuori la propria rabbia, darsi degli obiettivi politici contro il femminicidio.
Non è un caso che proprio in questi ultimi anni in Italia si stia diffondendo la pratica di questa celebrazione. come l’otto marzo, diventa un segnale politico di ribellione in una società blindata dal leaderismo maschile.
Per me, non ha più molto senso celebrare una giornata senza prendere coscienza di come stanno le cose: le istituzioni e i partiti ‘festeggiano’ e in questo momento chi deve mostrarsi per motivi elettorali sfrutta ogni occasione. Sono solo i collettivi femministi radicati nella società che portano anche in occasione del 25/11 un messaggio femminista.Nel 2007 in questo Paese c’è stata la marcia nazionale contro la violenza sulle donne, ma siamo tutt’ora circondate da una forte violenza nei confronti delle donne “visibili” , basti pensare agli insulti alle ministre. Nella nostra provincia ci siamo viste dopo l’aggressione all’avvocata Annibali e abbiamo lanciato un grido d’allarme  sull’assenza di adeguati strumenti culturali per permettere anche alle donne migranti di far fronte alla violenza.
Abbiamo poi lavorato ad alcune traduzioni per sensibilizzare sul tema delle donne incarcerate o perseguitate per motivi politici nel mondo, perché non c’è solo la violenza sui soggetti “passivi” che si ribellano al patriarcato famigliare ma anche quella politica sulle attiviste, come nel caso delle Pussy Riot.
Personalmente ho trovato  inaccettabile che a Fano ad esempio si organizzasse, col patrocinio del Comune e della Provincia, uno spettacolo intitolato “Balada de amor”  sulla violenza, tornando di nuovo, per l’ennesima volta, ad usare la parola “amore” , eppure dovrebbe esistere ormai perlomeno nella “upper class” delle sinistra di questa provincia la minima coscienza di quanto l’alibi della passione e dell’amore nel patriarcato sia usato per legare le donne al loro ruolo. E’ sbagliato, retorico e controproducente usare in qualsiasi modo la parola “amore” in un messaggio che riguarda la violenza sulle donne, …come usare parole come “paura”, “tutela”, perché fa dell’altro il soggetto. E’ tempo che noi donne ci si senta invece soggetti a pieno titolo.

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Riportiamo qui l’incipit dell’articolo scritto questa settimana da Monia Andreani per Critica liberale, sulla responsabilità nella società cosiddetta democratica.
La sparizione del concetto di cittadinanza dietro le cortine del capitalismo avanzato e globalizzato ci coinvolge in uno sforzo di comprensione e resistenza come donne, e quindi due volte oppresse: nella politica e nella biopolitica.
La riflessione sulla reponsabilità personale nella vita sociale e politica non dovrebbe essere molto lontana, nel nostro Paese soprattutto dove si tramandano e moltiplicano via mass media tanti stereotipi maschilisti (e populisti intrisi di leaderismo maschile), dalla riflessione sulle responsabilità sulla cultura della violenza contro le donne, leggi Femminicidio; sappiamo già a quale moltiplicarsi di iniziative istituzionali e no, celebrative e/o retoriche, con profusione di denaro pubblico e privato, dovremo assistere in occasione della prossima Giornata contro la violenza sulle donne del 25 novembre…eppure proprio ieri sera, chi si fosse messa a guardare RaiNews, avrebbe ad esempio assistito alla nota “tecnica” di uno psicanalista intervistato sulla vicenda della retata per prostituzione minorile svoltasi a Roma:
incredibile la prospettiva di questo signore, che non ha fatto altro che predicare contro la “mercificazione del corpo”, alludendo alle minorenni e mai nominando i clienti (maschi maggiorenni), iniziando la predica con una annotazione sul fatto che questi fenomeni si diffonderebbero a causa della mancanza “della figura paterna nelle famiglie“, nelle quali le madri separate non sarebbero in grado a suo dire di fornire regole morali alle figlie. Ovviamente cogliendo al volo ol fatto che una delle madri delle ragazzine è stata arrestata per fare una filippica paternalista.Ci chiediamo se il foraggiato psicanalista Rai, di cui non ricordiamo il nome, possa chiedersi se tra i clienti delle ragazzine ci fossero o no padri separati.

Democrazia e responsabilità (appunti sulla democrazia).
“Come diceva bene Michel Foucault, siamo tutti figli della Rivoluzione francese, dalla quale abbiamo ereditato un lungo periodo di due secoli in cui il concetto di Rivoluzione è stato al centro del dibattito filosofico politico e dei movimenti per l’emancipazione di classi sociali e di popoli. Anche per il movimento delle donne a livello internazionale – il concetto di Rivoluzione è stato importante ma nell’ottica anche critica di chi non ha dimenticato che nella Rivoluzione fatta da uomini e da donne, queste ultime poi sono state escluse dal nuovo assetto di potere, che ha cancellato le differenze a partire dalla principale – quella di genere. Le donne, pertanto, hanno modificato molto il concetto di Rivoluzione, apportando discorsi completamente nuovi come quelli di una politica gestita in maniera antiautoritaria e collegata alle esigenze di vita materiale e quotidiana, concentrata su necessità pratiche come educazione scolastica, salute e cultura della convivenza.

L’ultimo atto del processo di espansione del concetto di Rivoluzione nelle pratiche politiche di emancipazione, le cosiddette “rivoluzioni arabe” (che poi sia corretto chiamarle, invece, rivolte, è un discorso lungo e complesso), non cambia una realtà – la parabola della Rivoluzione è ormai al tramonto. Ci troviamo in una situazione storica che deve essere ripensata attraverso nuove lenti di analisi e soprattutto qualche prospettiva per il futuro. Ricominciamo a riflettere su ciò che della rivoluzione non vediamo più, ad esempio l’obiettivo di cambiamento per il meglio. Perché se la Rivoluzione come concetto ci può insegnare qualcosa è senza dubbio una prospettiva di futuro migliore, in cui il concetto di migliore lo possiamo pensare come allargabile a tutti e tutte, ma è a vantaggio delle generazioni future. Se non capiamo che sta nella proiezione di futuro la forza di ogni processo di emancipazione figlio della Rivoluzione, ci ritroveremo sempre a fare i conti con il terrore giacobino e con l’appetito di potere nella dinamica dialettica tra vincenti e perdenti.
Altro concetto importante che la Rivoluzione ci ha lasciato, e che è stato sviluppato da chi non ha vissuto il male della violenza rivoluzionaria, ma solo gli echi di rinnovamento e di progettualità politica – peraltro altrettanto fondativi della nostra democrazia occidentale moderna e contemporanea – è quello della cittadinanza responsabile. Oggi la chiamiamo senso civico, ma se la analizziamo per quello che è a livello originario, capiamo che una democrazia può funzionare solo se la responsabilità è diffusa, e poi dobbiamo capire cosa significa anche il concetto di responsabilità. Il senso civico non è solo leggere la Costituzione o insegnarla ai giovani, ma è soprattutto rintracciare quello che la Costituzione e ogni carta dei diritti ci chiede come cittadine e cittadini, e la prima richiesta sta proprio nella reversibilità di diritti e di doveri e il primo diritto e dovere implicito è costituito dalla responsabilità.
Se leggiamo il testo di Immanuel Kant Che cos’è l’Illuminismo? – troviamo subito il senso di responsabilità come legato a una grande innovazione della politica occidentale settecentesca: il fatto che per essere cittadini occorre stare nell’arena pubblica ma non solo come rappresentanti politici di qualcuno o come deputati o come consiglieri, come sindaci, ma soltanto come cittadini.” continua a leggere.

ilda_boccassini

Lo scorso febbraio scrivevamo questo post sulla sgradevole abitudine dei mass media di chiamare “Processo Ruby” il processo a Silvio Berlusconi, imputato per prostituzione minorile. Ora che la sentenza è stata emessa, non scordiamoci di riflettere su questo caso e sui casi analoghi di violenza sulle donne. Proprio di recente abbiamo assistito anche alla chiusura delle indagini sul caso della giovane ragazza molestata da un parroco fanese, per la quale si è concluso di andare al processo considerando che non ci sia stata “violenza” sulla minore. La domanda è: dove inizia l’assuefazione finisce la violenza? dove c’è ‘abitudine a compiacere non c’è violenza? Il dibattito continua.

Non chiamatelo più “Processo Ruby”.

“Leggendo il fascicolo della Procura di Milano si capisce quanto suoni diversamente leggere “Processo” o “Caso” “Ruby”, che sembra quasi il nome per una soap opera o un reality show, qualcosa che ha a che fare con ragazze compiacenti e allegre su cui sorridere e ammiccare, o se si dice – come si dovrebbe dire in ogni occasione in cui si richiama tale processo: “Processo a Silvio Berlusconi imputato di Prostituzione Minorile nei confronti di Karima el Marhoug in arte Ruby Rubacuori”.”
Pubblichiamo l’articolo integrale di Monia Andreani:

Comunicare male fa male alla comprensione e all’interazione, questo è facile da condividere, chi non è d’accordo?
Se si tratta di comunicazione pubblica o, ancora di più, di informazione giornalistica, il disastro è annunciato, ma ci siamo così tanto abituate che ormai facciamo come se non ce ne accorgessimo, e facciamo male per noi stesse e in un’ottica di attenzione responsabile verso le giovani generazioni.
Il gruppo Femminismi ha ragionato a lungo e dalla parte delle lettrici rispetto alla comunicazione giornalistica nei casi di femminicidio (le diverse forme di violenza contro una donna solo per il fatto di essere donna) e ha prodotto una proposta che ha chiamato in modo volutamente provocatorio Codice etico per la stampa in caso di femminicidio, e di comunicazione errata e pericolosa che ha come oggetto le donne possiamo fare una lunga lista. Un esempio significativo di queste settimane mi ha fatto riflettere. Siamo in vista delle elezioni politiche e uno dei personaggi fondamentali di questa campagna elettorale è nello stesso momento imputato di un reato contro la persona in un processo che si sta svolgendo in questi giorni.
Costui cerca di non andare in aula perché intenzionato a svolgere la sua campagna elettorale, cercando di forzare attraverso i suoi legali il concetto di legittimo impedimento – usato negli impegni istituzionali – per posticipare il processo dandogli meno visibilità mediatica in questo momento delicato. Sua controparte a rappresentare lo Stato è la Procuratrice di Milano Ilda Boccassini che sta portando avanti un processo difficile, perché fonte di continui gossip, notizie e particolari, tuttavia, di fatto nascosto da pruderie, ipocrisia, già a partire dal nome che è stato censurato, infatti sulla stampa e ovunque se ne parli ha preso il nome non dell’imputato ma quello della vittima.
Di solito chi costruisce l’impalcatura e i contenuti della informazione decide i nomi da dare a eventi mediatici significativi per costruire la notizia, nome o etichetta con cui lanciare e riproporre sempre aggiornamenti rispetto a quella notizia.
Chi sceglie le etichette ha di fatto un grande potere, un nome che funziona, infatti, ha una grande diffusione e cela sotto l’etichetta la complessità del fatto. Nei processi che assumono un grande rilievo mediatico, di solito quelli di cronaca nera, il nome scelto è spesso quello dell’imputato, raramente quello della vittima: un esempio eloquente e recente è il Processo Parolisi (per l’omicidio di Melania Rea), il nome che emerge è quello del marito accusato e in questo caso condannato, non quello della vittima. Ma nel processo Ruby, no, non è così. L’imputato è così famoso e così pieno di processi in atto, che ormai sarebbe incomunicabile una frase di questo tipo “il Processo Berlusconi”, tuttavia non si può accettare la definizione “Processo Ruby”.
Innanzitutto perché non è un processo di cronaca nera, e non si sa di che cosa questa Ruby – che tra l’altro è anche il nome d’arte di un giovane donna – sia stata vittima, infatti i capi di imputazione sono omessi continuamente in ogni comunicazione che riguarda questo processo.
Leggendo il fascicolo della Procura di Milano si capisce quanto suona diversamente leggere “Processo” o “Caso” “Ruby”, che sembra quasi il nome per una soap opera o un reality show, qualcosa che ha a che fare con ragazze compiacenti e allegre su cui sorridere e ammiccare, o se si dice – come si dovrebbe dire in ogni occasione in cui si richiama tale processo: “Processo a Silvio Berlusconi imputato di Prostituzione Minorile nei confronti di Karima el Marhoug in arte Ruby Rubacuori”.
Sì il principale capo d’imputazione riguarda l’articolo 600 bis del Codice Penale che riporto di seguito

Art. 600-bis Prostituzione minorile
È punito con la reclusione da sei a dodici anni e con la multa da euro 15.000 a euro 150.000 chiunque:
1) recluta o induce alla prostituzione una persona di età inferiore agli anni diciotto;
2) favorisce, sfrutta, gestisce, organizza o controlla la prostituzione di una persona di età inferiore agli anni diciotto, ovvero altrimenti ne trae profitto.
Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque compie atti sessuali con un minore di età compresa tra i quattordici e i diciotto anni, in cambio di un corrispettivo in denaro o altra utilità, anche solo promessi, è punito con la reclusione da uno a sei anni e con la multa da euro 1.500 a euro 6.000.

Quanto fa bene alla campagna elettorale di questo signore, che ancora si permette di prendere in giro le donne, trattandole come segretarie che hanno con lui “volentieri” un rapporto sessuale se sono carine, il fatto che tutta l’Italia dell’informazione da destra a sinistra, ma tutta unita nell’omertà maschilista imperante, non nomini mai la frase Prostituzione Minorile! Infatti questa frase richiama qualcosa di altamente lesivo nei confronti dei diritti umani, e ci ricorda i viaggi del sesso, e  bambine/i e giovani disagiate che vengono letteralmente comprate da chi le sfrutta sessualmente anche sul territorio italiano. Quindi non si deve dire che questa ragazza aveva 16 anni quando avrebbe avuto rapporti sessuali a pagamento con Berlusconi, perché si riporterebbe la notizia a fatti scabrosi che ci fanno pensare a situazioni che possono inorridire gli elettori e soprattutto le elettrici.
E quanto fa male, invece, questa omertà a chi da destra e da sinistra, vuole combattere la cultura della pacca sulle spalle e della risatina maschile e maschilista (anche quando la fanno le donne)? La cultura di chi dice che il processo è una montatura, che le ragazze erano e sono contente, che il mondo è fatto così e che se vuoi fare carriera – tanto – a qualcuno “la devi dare”?
Il senso critico si può esercitare continuando a chiedere una comunicazione corretta, che dica le cose come stanno, usando le parole che ci sono e non le etichette di favore, che di solito sfavoriscono l’immagine dei soggetti considerati più deboli e con meno valore, ad esempio le giovani donne. Poi chi si scandalizza o non si scandalizza, in ogni caso deve avere il coraggio di farlo pubblicamente di fronte a una notizia chiara e corretta, che non nasconda i fatti salienti per fare il gioco dell’omertà.
Chi ne avrà il coraggio?

Monia Andreani

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Ringraziamo tutte/i coloro che sono stati al sit-in di oggi, che si è trasformato in una piccola manifestazione, il presidente del Tribunale, Perfetti, ha ricevuto una nostra delegazione e ci ha acconsentito di ripararci dal breve piovasco all’interno dell’atrio, cosa assai inusuale. Presso il tribunale e il mercato settimanale , a due passi da piazza carducci e dal tribunale, abbiamo distribuito oltre 800 volantini col testo del sit-in, tradotti anche in albanese, russo e arabo, i testi sono disponibili:  albanese  Oggi    arabo Oggi_arabo.
Tenetevi connesse per le prossime riunioni di approfondimento sulla vicenda e sul femminicidio in provincia… .
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Martedì 30 aprile
, Pesaro, presidio davanti al Tribunale, in Piazza Carducci dalle ore 10 alle ore 12,
invitiamo a partecipare chiunque voglia manifestare contro ogni violenza sulle donne.
Esprimiamo tutte la nostra solidarietà a Lucia, aggredita vigliaccamente con l’acido nella nostra città. Un gesto simile non merita nessuna attenuante, siamo coscienti del lato simbolico dell’attacco al volto come attacco alla presenza pubblica di una donna nella società e nel lavoro. Non permetteremo l’impunità non solo di chi ha colpito, ma anche chi ha aiutato, di chi ha taciuto.
Vogliamo che la lotta contro le violenze sulle donne diventi una priorità e che non si trascurino le avvisaglie quando vi sono elementi tali da indurre allarme come successo in questo caso. Con Laura Boldrini, presidente della Camera, ricordiamo che 7 donne su 10 prima di essere uccise avevano segnalato senza risultato i loro aggressori alle forze dell’ordine.
Esigiamo che i servizi di tutela, i Centri Antiviolenza, gli sportelli di aiuto siano potenziati e non smantellati, messi nelle condizioni di difendere tutte le donne che ad essi si rivolgono, che venga stroncata ogni spirale di disattenzione, di complicità maschile e di omertà.
Ribadiamo che la solidarietà tra donne non ha frontiere, è contro ogni cultura di violenza e di sopraffazione: le donne non sono proprietà di nessuno se non di se stesse, non c’è nessuna scusa per la violenza da parte di nessuno, riaffermiamo la nostra volontà di agire assieme per diffondere la cultura del rispetto.

Sit-in promosso da: Femminismi Fano-Pesaro-Urbino, UDI unione donne italiane – Pesaro.

Durante la mattinata verrà diffuso un volantino in più lingue.

Chi voglia partecipare è invitata/o a portare la propria voce o scritto contro il femminicidio ma non simboli di partito.
Evento Facebook: FB Basta violenza

sharbat

Un attentato vigliacco e spregevole, un gesto annunciato da spifferi provenienti da quell’ignobile stagno che si chiama solidarietà patriarcale. C’era chi sapeva, chi provava, chi circolava impunito.
Che sia stata Lucia Annibali a dover pagare (e le auguriamo invece di riprendersi al più presto) non va, e questo gesto ha colpito tutte noi.
Ci ha colpite perché è un segnale che dice: anche nelle giovani generazioni cova la cultura del non rispetto, la convinzione che le donne siano oggetti di proprietà, l’odio per la libertà femminile. Addirittura si creano accordi mafiosi tra maschi di diverse nazionalità, così sembra, per importare  follia.
A breve riflessioni e proposte.
State connesse.

La statua blu ricoperta pietosamente da una artista anconetana.

La statua blu ricoperta pietosamente da un’ artista anconetana.

La statua “Violata” è un insulto per le donne –
Chiediamo le dimissioni della Commissione Pari Opportunità della Regione Marche.

L’idea la Commissione regionale per le pari opportunità delle Marche forse l’aveva avuta da tempo, commissionare una statua non è cosa da due giorni. Ma la statua di Floriano Ippoliti, da circa diecimila euro (più quasi altrettanti per il resto pagati dai privati) , è saltata fuori al volo, in concomitanza con il convegno sul femminicidio “Il rispetto è un diritto di sempre” ad Ancona.

Seni scoperti, natiche ben in vista, e la provvidenziale borsetta che l’artista, “pensando alla moglie”, ha immaginato come gadget necessario alla donna appena brutalizzata e rialzatasi da terra, svestita ma “a testa alta”. Il tutto da posizionare all’imbocco di una galleria, perché, dice la Presidente Adriana Celestini, tutti vedano. Ma vedano cosa? Una statua intitolata “Violata”, come celebrazione di eroismo ed esposizione mediatica totalmente falsata, perché mescola il compiacimento erotico maschile con la violenza.
La Commissione pari opportunità si è fatta complice così di più errori :
-la negazione dei meccanismi di partecipazione propri della politica femminista, che evidentemente non funzionano con le burocrati, pronte a decidere da sole visione, soluzione e attore. Non è un caso che al convegno si siano plaudite le trovate di un’altra politica, l’assessora fanese Maria Antonia Cucuzza che da tempo gestisce la tematica del femminicidio con toni autoreferenziali, e favorendo artisti maschi (da ultimo il documentario “Mi chiamo Giulia ed ho paura” scritto da Luca Caprara e diretto da Henry Secchiaroli).
-quello quindi della rappresentazione delle donne sempre e comunque tramite sensibilità maschili: soprattutto se il tema è caldo e riguarda le politiche culturali più importanti .
-quello della convinzione che la retorica mediatica sia una sorta di “status” necessario all’affermazione di linee politiche e culturali di massa decise di chi governa, anche a costo di risultare ridicole: finalmente delle donne che inaugurano sia l’esposizione di una statua sia il loro potere… sempre attraverso luoghi comuni;
Scrive la fotografa Francesca Pieroni a proposito della raffigurazione della “Donna violata”: “le scelte “estetiche” dell’artista fanno un monumento alla spasmodica necessità che il genere femminile… ha di avere in mano una Gucci, conquistata a suon di sberle e quindi così fiera di averla fatta sua.”

Raccoglie oltre 700 firme in pochi giorni su change.org la petizione per rimuovere la statua, “Chiediamo la rimozione della statua “Violata”, opera dell’artista Floriano Ippoliti, in quanto assolutamente inadatta a rappresentare un messaggio di riflessione sul tema della violenza sulle donne e di denuncia di ogni forma di crimine di genere, auspicando che essa venga sostituita con un’altra opera, da selezionare attraverso un regolare concorso di idee”.

Ci chiediamo come sia possibile che una istituzione attui una scelta mediatica senza alcun confronto, antifemminista nei modi e nei risultati, senza che le associazioni delle donne ma anche degli uomini chiedano le dimissioni di chi impiega soldi pubblici in questa maniera. Noi lo facciamo: chiediamo le dimissioni, per evidente incapacità, della commissione.

Femminismi, donne di Fano-Pesaro-Urbino.

concorso_ue Una delle immagini  del  concorso UE sul femminicidio.

Ci sono messaggi importantissimi che tardano ad essere presi anche solo in considerazione.
Ci sono realtà che hanno una marcia in meno, Comuni e Province in cui si fa fatica a far passare dei concetti ormai chiari a livello internazionale.
E così mentre si moltiplicano le realtà in cui si fa propria la risoluzione del 2008 del Parlamento europeo, da noi quell’anno deve ancora arrivare.
Cinque anni fa, a livello europeo si è scritto nero su bianco che la pubblicità è una di quelle forme di comunicazione che consolidano gli stereotipi di genere, che ogni volta che la donna viene raffigurata come un oggetto si contribuisce a rafforzare tutti quei meccanismi che sfociano nella violenza contro le donne.
Questa correlazione diretta è assodata e non è un caso che siamo al 74esimo posto a livello mondiale per ciò che concerne le pari opportunità.
Ma qualcosa piano piano, con molta fatica, comincia a cambiare nella mentalità e sempre più persone cominciano a recepire questo messaggio. Siamo lontani dal 2008, ma ci siamo mossi. Così non è nella nostra Provincia dove si arriva al paradosso che proprio chi vuole difendere i diritti delle donne usa messaggi che veicolano la violenza.
É iniziato, infatti, il 22 gennaio e si concluderà il 26 febbraio un ciclo di incontri dal titolo “Esco da sola (?)” che si terrà nei comuni di Saltara, Montemaggiore al Metauro, Cartoceto con il patrocinio della Provincia di Pesaro-Urbino.
Gli incontri sono tenuti dalla dott.ssa Giada Bellucci che, scrivono gli organizzatori, “collabora con il centro antiviolenza Parla con noi” e hanno come scopo quello di parlare della violenza sulle donne e di far conoscere le strutture provinciali a cui ci si può rivolgere.
Peccato che lo stesso Centro antiviolenza provinciale ‘Parla con noi’ riferisca invece di aver saputo della iniziativa solo dai comunicati stampa.
Ma passiamo al problema: il titolo degli incontri è discutibile perché quel punto interrogativo è una sospensione, un punto di domanda, quindi, si insinua il dubbio sulla possibilità di poter uscire da sole e con esso la paura. Non si può essere ambigui quando si parla di violenza.
Ma il massimo della superficialità si è raggiunto con l’immagine della locandina.

offerta_speciale

C’è una donna nuda rannicchiata sul fianco che ci guarda e sorride in modo ammiccante. La donna è inserita in una confezione come quelle della carne del supermercato. La confezione riporta la scritta “In offerta. Ideale per pubblicità, televisione, sfilate.”

E’ proprio un paradosso. Chi si occupa di violenza, chi dovrebbe tutelare le cittadine del suo territorio (Provincia e i tre comuni sopraindicati) favorisce con immagini gli stereotipi di genere e, di conseguenza, tutto il loro carico di violenza, lede la dignità delle cittadine e parla loro usando una immagine che in realtà era stata creata per una campagna contro l’uso improprio del corpo femminile nella pubblicità, ma che in questo caso risulta sganciata dal tema, e quindi privata di  ironia e controproducente.

Speriamo che prima di scegliere immagini sessiste e di patrocinare eventi con immagini sessiste, si pensi di più al messaggio che si vuole trasmettere e alla dignità di tutte noi.

Femminismi, 14 febbraio 2013.

pippi
Pubblichiamo la lettera inviata qualche giorno fa alla Associazione Elettra di Fano sulle modalità di organizzazione di una “Marcia contro il femminicidio” il 13 gennaio, evento poi rimandato a causa del maltempo e al quale molte associazioni di donne non sono state invitate e non hanno aderito.

Alle amiche della Associazione fanese Elettra sulla ‘Marcia contro il femminicidio’.

Care amiche, in questi anni sempre più realtà femministe italiane hanno lavorato per far conoscere e combattere la realtà del femminicidio e ognuna di noi, possiamo dirlo, ha contribuito con la propria competenza, il proprio sapere, a estendere la conoscenza di questo triste fenomeno sociale e culturale che ancora troppo spesso non viene conosciuto in quanto tale, ma solo affrontato quando è troppo tardi, e dato in pasto alla stampa.

Ricordiamo, come esempio tra gli altri, il lavoro fatto dall’UDI con la Staffetta delle donne contro la violenza sulle donne” del 2008 e la campagna “Immagini amiche”, dalle organizzatrici del ciclo di incontri “Disuguali. Donne, diritti, violenza” nell’entroterra della nostra provincia, le iniziative il lavoro prima di costruzione e poi di informazione del e sul Centro Antiviolenza ‘Parla con noi’ a Pesaro, e anche il nostro lavoro di diffusione sui modi usati nel comunicare i casi di femminicidio dalla stampa.
Il 25 novembre di quest’anno poi, il femminicidio è stato un tema portato in piazza sia a Pesaro che a Fano, citiamo ad esempio a Fano con il fondamentale contributo delle donne di Cgil, Uisp, Donne in nero, le donne del mercoledì, l’associazione Non da sola, le donne di Vivi il parco … .

Leggendo la richiesta di partecipazione ad una marcia contro il femminicidio, da svolgersi il 13 gennaio tra Fano e Pesaro, richiesta non inviataci come gruppo ma pervenuta a singole, e non firmata da gruppi ma da nomi di alcune donne, a parte la vostra associazione, ci chiediamo quindi se non sia un passo indietro, nell’affrontare un problema così delicato e spesso stravolto dai media, darsi l’obiettivo di una marcia, un obiettivo quindi di grande visibilità mediatica, senza coinvolgere prima i gruppi e le donne attive sulla tematica nel nostro territorio.
Non rischia di essere questa una iniziativa che punta sul coinvolgimento emotivo e sulla rappresentanza generalizzata ma senza condividere la politica dell’evento?

Puntare sul coinvolgimento emotivo, con immagini di donne “sacrificali” e frasi del tipo “non lasciateci sole”, rischia la retorica, quando da tempo lottiamo con tutte le nostre forze perché si smetta con l’uso dell’immagine della donna come vittima passiva e isolata.

Se la marcia proposta volesse essere anche solo una passeggiata tra amiche per rendere visibile un problema, non si può evitare di vederla anche come uno strumento notoriamente usato in politica per farsi portavoce di una questione, allora ci chiediamo: quali saranno le portavoce, cosa diranno, cosa chiederanno e quali personalità pubbliche e politiche hanno aderito?

Ce lo chiediamo viste le sia passate che recenti “scivolate” di personalità politiche locali su fatti che riguardano tutte noi in prima persona. Un evento mediatico di questa natura può divenire, se non organizzato come momento realmente collettivo e con delle regole per la comunicazione, un palcoscenico per figure il cui operato verso la libertà femminile è perlomeno ambiguo.

Siamo sicure che i nostri dubbi e le nostre perplessità, e anche la conflittualità col metodo che avete scelto per rappresentarci/vi, sarà foriera di un proficuo dialogo e di una crescita politica per tutte.
Vi invitiamo a partecipare anche al dibattito sul nostro blog dal 14 gennaio e vi salutiamo cordialmente.

Bea, Claudia, Cristiana, Francesca, Laura, Lia, Monia, Valentina, per Femminismi,
-11 gennaio 2013.

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Venerdì 7 dicembre 2012, nell’accogliente spazio della biblioteca V. Bobbato di Pesaro, si è svolto il primo incontro pubblico di presentazione del “Codice etico per la stampa in caso di femminicidio”, testo che avevamo già presentato e discusso sul nostro blog. La nostra proposta di attenzione etica alla comunicazione nel nome del rispetto delle donne come soggetti titolari di diritti umani, redatta a punti per sollecitare la categoria professionale dei giornalisti e delle giornaliste al dialogo con le utenti/clienti, ha aperto un dibattito nazionale. Per proporlo a livello locale abbiamo invitato Maria Teresa Manuelli, giornalista e rappresentante di Giulia, che è l’ acronimo di “giornaliste unite, libere, autonome”, associazione nazionale.

Monia Andreani filosofa e docente di Diritti umani (Università per Stranieri di Perugia), ha introdotto per Femminismi l’argomento. Ha fatto il punto sul continuum di violenza simbolica, fisica, economica, sociale, che si cela dietro i casi di violenza contro le donne che arrivano alla cronaca nera e ha sollecitato la stampa a prendere in esame il fatto che la comunicazione degli eventi più tragici sia presa in esame non in modo voyeuristico ma come segnale di un’emergenza culturale e sociale. Ha poi parlato dell’idea di dare il nome “Codice Etico” al nostro strumento, sottolineando come la nostra “provocazione” è un appello da parte di chi legge e guarda il giornalismo ai professionisti e alle professioniste. Così come i primi tribunali del malato e la spinta ad un’attenzione etica alla comunicazione in medicina in Italia proviene da una sollecitazione da parte dell’utenza e in particolare da parte di giornalisti “pazienti” di una medicina paternalista, anche le utenti e gli utenti della stampa chiedono più rispetto, oggi alla comunicazione della violenza e dell’omicidio delle donne in quanto donne.

Maria Teresa Manuelli ci ha poi fornito una panoramica della comunicazione stereotipica nazionale sulle donne, presentando alcune prime pagine dei quotidiani nazionali. Ha quindi illustrato la condizione femminile nel giornalismo professionista indicando nei rapporti di potere in redazione tra uomini e donne e nel divario culturale di attenzione a certe tematiche, una delle principali cause della scarsa sensibilità ai temi della differenza di genere e del femminicidio dentro le redazioni dei giornali. Ha riportato anche i dati dell’ istituto di previdenza dei giornalisti fornendo i dati di una presenza sbilanciata nelle redazioni, soprattutto negli incarichi di dirigenza(direttore, caporedattore …). E’ facile quindi che la comunicazione sul femminicidio resti improntata ai luoghi più comuni, primo fra tutti la preminenza come soggetto nelle cronache del carnefice e la presentazione della vittima come oggetto.
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Maria Teresa, oltre a presentarci alcuni dei “must” della comunicazione giornalistica maschilista ha segnalato il recente intervento di Michela Murgia la quale, citando proprio il nostro Codice, ha proposto alcuni esempi di riscrittura di articoli di cronaca in un’ottica di rispetto per le vittime di restituzione di valore al soggetto-donna. In “Giulia”, ha sottolineato, c’è la convinzione che un Codice, come testo prescrittivo, non sia però lo strumento utile ad un rinnovamento; serve un lavoro sul campo, per questo Maria Teresa ha fatto breve panoramica delle interessanti attività che Giulia mette in campo per i prossimi mesi (dai rapporti con le scuole di giornalismo allo spettacolo teatrale sul femminicidio nella letteratura e su come le donne sono “narrate” ). Per concludere, da segnalare l’intervento dell’assessora alle pari opportunità della Provincia di Pesaro e Urbino (Daniela Ciaroni) e della presidente della biblioteca Bobbato (Simonetta Romagna) che hanno mostrato interesse a supportare queste attività. Simonetta ha in calce ricordato come la problematica della rappresentazione dell’immagine femminile sia tragicamente scadente e stereotipata nei programmi televisivi della fascia pomeridiana. A tale proposito giova ricordare come proprio Femminismi, due anni fa, abbia presentato in più occasioni in maniera critica una riflessione su questi materiali video, cercando di fare con l’aiuto della sociologa dei media Emanuela Ciuffoli (Università di Urbino) una lettura analitica del messaggio e di allargare a tutti i media l’attenzione, non solo quindi ad alcune emittenti tv ma anche ai serial, alla fiction, ai cartoni. Su questi ultimi Monia Andreani ha ricordato l’esempio della narrazione stereotipata del modello femminile nelle “Winx”, analizzata dai suoi studenti durante il laboratorio condotto da lei e da Alessandra Vincenti (Università di Urbino)che ha dato poi luce ad un testo “Coltivare la differenza. Socializzazione di genere e contesto multiculturale”.
Da segnalare anche l’intervento di Antonella Pompilio, Udi Pesaro, che ha ricordato le attività che Udi da molto tempo porta avanti in questo campo (ricordiamo ad esempio la campagna contro il femminicidio del 2008, e quella delle Immagini amiche, varata nel 2010).

Femminismi, dicembre 2012.





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