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un osservatorio sulla libertà femminile

– Famiglie in provincia: il nostro Tavolo di lavoro


Primo punto: cosa garantisce il diritto delle donne ad avere figli?

–  Il consigliere dell’UDC provinciale Mei chiede l’istituzione della Delega alla famiglia e alla vita nel quadro degli assessorati provinciali.
Egli afferma come primo punto della sua mozione che “l’Italia è a uno degli ultimi posti nel mondo in quanto a natalità”. È ovvio quindi che la sua proposta politica si basa su presupposti di natura smaccatamente ideologica che non considerano come in realtà, grazie all’aumento di natalità della popolazione immigrata residente in Italia le sue affermazioni non siano del tutto fondate.
I figli di immigrati regolari sono il 9% del totale e nella Provincia di Pesaro questi dati arrivano fino al 17% dei nuovi nati (Dati Istat).
Secondo noi è necessario offrire alle donne e agli uomini giovani di questo paese una speranza per il futuro e quindi operare in politiche occupazionali, in politiche sulla casa, sulla scuola, sulla ricerca, incentrando l’attenzione delle istituzioni sulla crescita individuale e sulla garanzia di reddito, non sul sostenimento di politiche “caritatevoli” focalizzate sui nuclei familiari, che creano il rischio di aumentare la dipendenza femminile e non la sua autonomia.
E’ chiaro che ogni politica finalizzata ad aumentare l’autonomia femminile, prima, durante e dopo la gravidanza, e per l’educazione garantita nella scuola pubblica, è necessaria, al di fuori di derive ideologiche cattolico-integraliste, le quali, oltretutto, non hanno mai garantito in questo Paese una risorsa invece essenziale: la sicurezza dell’accesso gratuito agli asili infantili, come invece accade in tante parti d’Europa.                   

Secondo punto: la famiglia- Ma cosa è la famiglia oggi in Italia e nella nostra Provincia?

–   Forse sarebbe auspicabile chiarire al consigliere Mei le profonde trasformazioni antropologiche che la famiglia ha subito. I dati statistici, gli studi sociologici, ci raccontano come la famiglia, mononucleare, basata su una coppia stabile, eterosessuale, con figli, non sia più la norma, ma che esistono tante tipologie di famiglie diverse. Secondo i dati Istat del 2005, in Italia ben 5 milioni e 362 mila persone vivono in famiglie che sono costituite da libere unioni, famiglie ricostituite e famiglie con un solo genitore. In quasi il 10% delle nozze uno dei due coniugi è al secondo matrimonio. Il 10% delle famiglie è composta da un solo genitore con figlio. A seguito del divorzio o della separazione, la famiglia cessa di essere mononucleare e diventa plurinucleare.

–  Inoltre se guardiamo alla nostra Provincia al 1/01/2009 (Dati Istat elaborati dalla Regione Marche) troviamo che il 40% delle persone sono non coniugate, a fronte del 51% di quelle coniugate (1.8% divorziati/e, 7.9 i vedovi/e) e nel dato dei coniugati sono inseriti anche i separati in attesa di divorzio, quindi la popolazione che è associabile alla “famiglia” in senso tradizionale non rappresenta neppure la maggioranza dei residenti in Provincia.

Terzo punto: la retorica sul concetto di “vita”
Senza andare a cercare sponde giuridiche nelle Dichiarazioni di diritto internazionale, considerato il fatto che la Dichiarazione ONU del 1948 non ha vincolo alcuno sugli Stati, come non lo hanno gli altri documenti citati dal Consigliere, è invece la Costituzione Italiana, ordinamento legislativo del nostro Paese, all’interno dei PRINCIPI FONDAMENTALI a dichiarare nell’Articolo 2 che “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. Pertanto, la Provincia in quanto espressione delle autonomie locali (Art. n.5)e quindi dello Stato, ha già nelle sue finalità quella di garantire l’inviolabilità della vita di chi vive sul suo territorio, e da ciò discende che la richiesta della delega alla Vita risulta del tutto inutile in un quadro democratico dove il diritto all’inviolabilità della vita è ampiamente garantito.

Quarto punto: quanto spende la Provincia per i servizi sociali che garantiscono alle famiglie con anziani a carico, figli, famiglie povere, donne con figli a carico, per una piena conciliazione tra lavoro e vita privata?
Dai dati Istat del 2006 la spesa per interventi dei comuni singoli o associati, per area di utenza nella Regione Marche dice che le spese vanno per il 34.7% a famiglie e minori, per il 17.5% alle politiche per gli anziani, per il 26.9% alle politiche sulla disabilità, per il 4.4% a politiche per il contrasto alla povertà e al disagio; per il 2,4% per le politiche legate all’accoglienza e all’integrazione di immigrati e nomadi; e lo 0.6 per le politiche legate alle dipendenze;
Quella per le famiglie con figli è quindi già una larga fetta di spesa.
Se però osserviamo il paragone tra le Marche e le altre Regioni del Centro Italia ci accorgiamo che la spesa della nostra regione per le sole famiglie con figli è il 2.3% confrontato con il 7.7% della Toscana, con il 13.4% dell’Emilia Romagna e il 12.3% del Lazio, risulta superiore solo all’Umbria 1.5% e all’Abruzzo 1.5%.
Non solo, tra i dati Istat per quello che riguarda gli asili nido, la compartecipazione alla spesa da parte dell’utente marchigiano è una delle più alte d’Italia (23,9 %, la quarta più alta in Italia, dato 2006).

E’ forse il caso che ci sia un investimento più corposo da parte dell’Amministrazione provinciale? Sì, ma come Tavolo di lavoro, chiediamo una ricognizione delle EFFETTIVE ESIGENZE delle nuove famiglie presenti sul territorio e una risposta politica obiettiva di governance del territorio, coinvolgendo tutte le Parti in causa, senza inciuci elettorali e trattative particolari volte a favorire solo alcuni tipi di politiche e di sussidiarietà.

 
Tavolo di lavoro sulla libertà femminile. Febbraio 2010

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