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un osservatorio sulla libertà femminile

– Pensioni a 65 anni : la truffa della parità


Riceviamo dalla Casa delle donne di Pesaro.

OBBLIGATORIA  LA PENSIONE A 65 ANNI? UNA TRUFFA DELLA PARITA’

Siamo sconcertate di fronte al clima di ineluttabilità con cui viene accolta la decisione del governo di fissare obbligatoriamente a 65 anni l’età pensionabile delle donne, a partire da quelle del pubblico impiego.

E’ falso dire che la misura è imposta dalla Comunità europea, che non parla di pensioni, ma di equiparare le retribuzioni tra uomini e donne. Altre direttive europee vengono disattese allegramente dallo Stato italiano (ce ne sono in elenco oltre 150!), senza preoccupazione per le multe che ne possono conseguire. Questo zelo di adeguamento ci pare pertanto sospetto.

Mandarci in pensione obbligatoriamente a 65 anni la consideriamo una scelta misogina, che accomuna gli uomini di governo che la propongono e buona parte di quelli che stanno all’opposizione e nelle organizzazioni sindacali,  che rimangono muti e abbaglia quelle donne che pensano possibile scambiare oggi l’ elevazione dell’età pensionabile con future e incerte misure in favore dell’occupazione femminile, aperture di asili nido e case di riposo, ecc..

E’ una imposizione che non possiamo condividere.

Se partiamo dalla nostra vita reale i conti non tornano; le nostre vite quotidiane parlano chiaro: siamo noi che facciamo nascere e alleviamo i figli, ci occupiamo dei familiari malati; ci facciamo carico del lavoro extradomestico, facciamo la spesa, cuciniamo, puliamo la casa. Le incombenze aggiuntive al lavoro “produttivo” sono state quantificate in una media di tre ore al giorno.  Secondo un sondaggio condotto dall’Onu, siamo le donne che lavorano di più al mondo.

Come mai questo lavoro di cura diventa irrilevante, quando si legifera sulla nostra vita? La nostra giornata lavorativa è doppia, perché ne viene considerata una sola? Per i lavori usuranti sono state riconosciute misure pensionistiche differenti: non è forse usurante il nostro doppio carico di lavoro?

La mossa è sempre la stessa: intrappolarci nel discorso paritario. Ma pari a chi?

L’ uomo, che nella sua vita si occupa del solo lavoro “produttivo”, non può essere preso come unità di misura per le donne, che hanno una vita più complessa; se la nostra vita non è “pari”, non possono essere pari neppure le condizioni del nostro pensionamento.

La parità è un’astrazione. Ecco perché i conti non tornano.

A chi giova occultare la diversità reale, far finta che non ci sia?

Elevare obbligatoriamente la nostra età pensionabile significa  azzerare un dato di realtà e l’esperienza corporea della maggior parte delle donne. Diventa una misura punitiva!

Vogliamo invece che venga restituita alla donne la libertà di scegliere liberamente, ciascuna per sé, se permanere nel lavoro “produttivo” anche oltre i 60 anni .

La disparità esistente tra uomini e donne è un dato di realtà e va assunto consapevolmente anche da chi ci governa. Saper governare significa infatti essere capaci di tener conto dei bisogni, della materialità e della complessità della vita di uomini e donne in carne ed ossa.

L’economia che ci serve è fatta di produzione reale e di riproduzione della vita stessa; il lavoro deve essere adattato creativamente alle necessità della vita e non la vita sacrificata alle necessità del mercato: anche questo le donne vanno ormai asserendo da tempo.

Spetta a noi la parola sulla nostra vita: affermiamo il valore della nostra esperienza!

Invitiamo perciò le donne  che sentono indecente la misura adottata dal governo per il pensionamento femminile,  a mettere in circolo la loro parola a partire dall’ esperienza e invitiamo gli uomini , non malati di misoginia, a misurarsi con un pensiero rispettoso della complessità del vivente.

Pesaro, 28 giugno 2010

 Rosanna Catelani, Elisabetta Fortunato, Annarita Furlani, Paola Massaro, Fatima Morelli, Anna Paola Moretti, Rossana Roberti, Simonetta Romagna, Alfonsina Tomasucci, della Casa delle donne di Pesaro           info@casadonnepesaro.org

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