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-Da Pride a Parade: la genesi normalista del Gay pride italiano.

Da Pride a Parade: la genesi normalista del Gay pride italiano.    
Riflessioni ipercritiche di Dada Knorr                                                                                   

L’Italia è un paese ancora cattolico, con un Papa esule che predica in Croazia a favore delle famiglie cattoliche croate, le famiglie che producono bambini, a ciò strettamente ritualizzate, un Papa costretto all’esilio perché qua i cattolici italiani vivono il record dei divorzi e delle sveltine all’ombra, del si fa ma non si dice.
Il “si fa e si dice” è invece estremamente attuale nei media, e ci rigetta addosso il contrappasso della nostra agognata visibilità: gossip, scandaletti, marchette lgbt in ogni sceneggiato a volte belle spesso insulse, Gaga imminenti, creste della notizia sulle quali surfano velocemente, ripieni di parole vuote e narcisismo, anche coloro che vorrebbero parlare a favore di un discorso differente, come quello che presenta una sessualità non industrializzata.
Ci siamo illuse, noi femministe e lesbiche, di scendere in piazza parlando un linguaggio scomodo e diverso, per ottenere spazio e libertà. Il culto della personalità e dell’immagine era in generale relegato al leaderismo e non così onnipresente e “popular”, la convinzione di dover stupire per essere visti si è fatta strada attraverso questi anni di intasamento d’informazione, delle armi di distrazione di massa, di ritorno di Priapo e Priapa.
Ora si scende in piazza a margine di convegni sul Mercato lgbt presso i quali certamente sapremo come far cassa al meglio, magari chiudendo un occhio in nome del … Capitale su ciò che non va, nel rispetto dello spirito di lobby di cui vive il mondo: una religione veramente universale, quella del profitto. E’ come se celebrassimo i nostri fallimenti politici mentre costruiamo la nostra casa dei sogni del merchandising.
Quest’anno l’europride ha un manifesto quasi privo di parole, e anche di ogni vocabolo lgbt, come annunciasse l’europride agli addetti ai lavori, perché certo nessuno che non sappia già cosa è l’europride può capirlo. Un manifesto che è già un programma, privo soprattutto di rivendicazioni. Cosa diranno delle annose rivendicazioni del movimento lgbt le stelle del firmamento della sinistra del Pd e di Sel, stra-invitate nell’arco del programma delle “celebrazioni”?
Cosa dirà Paola Concia della sua scelta di tenere dibattito dai neofascisti di Casa Pound, a casa loro, piuttosto che altrove? Cosa dirà l’ingegnera Alicata “lesbica, ingegnera Fiat e scrittrice” delle recenti dichiarazioni di Marchionne a favore del precariato lavorativo? Cosa dirà Patané di un Arcigay che poco tempo fa celebrò la bontà del presidente Cossiga, ringraziandolo da morto perché forse una volta ed una tantum aveva proferito a favore?
Una cosa è certa: il movimento Lgbt italiano non riesce a mantenere rapporti di autonomia dalla politica istituzionale, che dovrebbe esprimersi e rappresentarne le istanze, e non fargli da incombente padrino.
Il movimento Lgbt italiano vorrebbe rappresentare tutti/e, ma gli riesce di rappresentare al meglio chi deve farsi votare o comprare. Il movimento è comitato che fa marketing.
Nel panorama devastato del liberismo europeo, nel momento in cui molti stanno già pagando le speculazioni liberiste con la propria vita, la perdita del lavoro e dei diritti sociali, la miseria, il ricatto, l’Europride si dedica a dibattiti sulla religiosità tra religiosi e studiosi illuminati … interessanti ,certo! ma del tutto marginali in questo momento se relegati al dibattito, non considerando ad esempio l’emergenza delle nuove leggi fiscalmente punitive per le persone senza figli e della balcanizzazione dell’istruzione pubblica.
Come possiamo ottenere diritti da una politica che con una mano dà e con altre cento prende?
Forse anche l’omogenitorialità, sacrosanta (sino all’utero in affitto per coppie gay benestanti?), diventa strano soggetto centrale di un discorso che, più che mettere in crisi la politica e esigere finalmente i diritti individuali, rappresenta il desiderio delle coppie gay e lesbiche di normalità, nel senso di allineamento alla visione comune della coppia regolare e produttiva di prole. Quello che dobbiamo dimostrare è che siamo ottimi genitori e ne abbiamo i diritti? Certo, non ci piove. Ma nel frattempo l’incubo di “The kids are all right” ci imprigiona in una società nella quale le coppie, come quella rappresentata dal film, non vivono più una socialità alternativa e rigenerante ma solo il compimento di parole d’ordine: lavoro, figli, normalità, un ordine nel quale la sessualità rappresentabile e smerciabile ovviamente è solo quella maschile, nella trasgressione come nella norma.
Lisa Cholodenko ci ha/ si è presa in giro raccontando l’evoluzione dall’Eros alla Volvo. E Lady Gaga ci prende in giro spacciandoci per nuovo il suo discorso rappresentante l’omologazione generale alla dittatura nonsense del feticismo. Per questo, se sarà sul palco o non ci sarà, il suo spirito è con noi, e ci dice che Pride e Parade sono termini molto legati tra loro, indipendentemente dai contenuti: basta sfilare per esserne orgogliosi. Sta a noi dimostrare di possedere capacità critica e politica reale per cambiamenti più sostantivi. Prosit.

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2 commenti su “-Da Pride a Parade: la genesi normalista del Gay pride italiano.

  1. Justin
    giugno 7, 2011

    Trovo questo post interessante…
    …ma non lo condivido del tutto. Non capisco infatti perché il solo fatto che mi innamoro di uomini dovrebbe in qualche modo comportare una sorta di mia “estraneità a tutti i costi” dalle cose, dalle tradizioni, dai riti, comuni al resto della gente… per esempio dalla libertà di sposarmi nel vero senso della parola (quindi nel vero e proprio matrimonio civile, non in pacs o unione domestica!)… dalla libertà di diventare papà assieme all’uomo che amo con l’aiuto di un’amica che -magari senza compenso alcuno- si offre di partorire il bambino.
    Io non mi sento in alcun modo un essere a parte, alternativo, rispetto ai miei amici etero, rispetto ai miei colleghi etero, rispetto ai miei vicini di casa etero. Anzi… direi proprio che con molti di loro condivido la gran parte delle idee e dei modi di vivere… incluso il sesso libero, il passare i sabati sera in discoteca fino alle 6 del mattino, il sognare e progettare un futuro in cui sarò sposato e avrò dei figli.

  2. admin
    giugno 8, 2011

    Hai ragione, il problema non è che l’omosessualità non debba essere normale, come infatti è, ma la sua storia: la persecuzione dell’omosessualità, la sua “anormalità”, è consisita nel suo mettere in rilievo la Norma eterosessuale e l’ingabbiamento della sessualità nel principio del dovere di freudiana memoria. Questo principio è alla base della struttura sociale e economica della nostra società capitalista, del razzismo, del sessimo. Se ci integriamo nella società, che finalmente pian piano ci accetta, e scordiamo il potenziale di criticità della nostra sessualità, lo riduciamo la potenzialità di cambiamento nei nostri rapporti interpersonali e sociali. Il paradigma del gay ricco, potente, ben introdotto nelle lobby, che usa il sesso come merce, diventa quello della perdita di potenzialità innovativa. Viviamo in una società mercificata, nella quale i rapporti umani sono sempre meno autentici e sempre più virtuali, per questo anche un evento come il Pride rischia di trasformarsi sempre più in una mascherata e basta. La domanda è: come possiamo fronteggiare la sfida dei media, che tendono ad appiattirci, e proporre una politica gay e lesbica che sappaia essere viva e vicina alla realtà, alla vita come la viviamo tutti i giorni e non mediata o affidata ai/dai politici dei partiti?

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