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un osservatorio sulla libertà femminile

-Perché siamo femministe

Pubblichiamo da oggi, in previsione dell’otto marzo e non solo, una rassegna di testimonianze individuali su “Perché sono femminista” che speriamo possa contribuire a evidenziare tante ragioni e tanti diversi ma tutti validi motivi. Scrivete a femminismi@gmail.com (massimo due pagine per favore!).


CLAUDIA:
E voi perché siete femminist*?

Ho cominciato a capire di essere femminista pochi anni fa, quando ho iniziato a leggere gli scritti di Joyce Lussu. Mi emozionò tantissimo, ricordo ancora la grande commozione dopo aver letto “La luna si è rotta”, seguita poi da altre letture, prima fra tutte “Padre, padrone e padreterno”, che mi hanno fatto meglio comprendere la mia natura.

Poi senza guide e andando avanti di puro istinto ho cercato di capire meglio il pensiero femminista.

Anche l’incontro con voi tutte di Femminismi.it è stato quasi casuale…. la lotta contro la pubblicità della “porcola“.

In questi anni, spesso di solitudine nel maturarsi di un mio pensiero che è comunque ancora acerbo, mi sono frequentemente confrontata con persone di cui ho grandissima stima, ma che davanti alla mia affermazione “sono femminista” indietreggiavano e continuano ancora a farlo.

Più volte, anche all’interno delle associazioni miste di cui faccio parte, mi sono sentita rispondere che non si dovrebbe parlare di femminismo perchè tutti i movimenti che finiscono in -ismo presuppongono un totalitarismo oppure che non ci dovrebbero essere nè un maschilismo, nè un femminismo.

In questo caso sto parlando di persone che tengono alla giustizia, alla legalità, ai diritti umani, che si informano e con cui condivido moltissimo.

Altrove è molto peggio perchè davanti al mio asserire di essere femminista, l’immagine che si ha è quella di una fanatica (non lo sono di natura), di una che vuol fare a meno del mondo maschile (quando mai…). Dopo la vicenda del sexy car wash, in cui mi sono battuta per esprimere il mio pensiero, sono addirittuta diventata una bacchettona (e anche questo di certo è un atteggiamento che non mi appartiene).

Per farla breve, ricordo che l’anno scorso, durante una delle serate organizzate contro la violenza sulle donne, chiesi ad una storica perchè nell’immaginario collettivo il femminismo rappresenta un momento di rottura così forte, qualcosa di cui non si dovrebbe parlare, come se avesse provocato chissà quali danni. La risposta fu che ancora non c’è stata una revisione storica perchè sono passati troppi pochi anni e che ce ne vorranno ancora diversi prima che inizi un percorso che porti ad una rivalutazione di quel momento.

Quel giorno nacque in me il desiderio di smettere di parlare di femminismo perchè bisognerebbe avere un’apertura davanti ai diritti umani e non una chiusura. Pensai che trovando un nuovo nome le cose avrebbero potuto avere un nuovo corso. Visto che persone che condividono i miei pensieri si fermano davanti alla parola “femminismo” e smettono di ascoltarmi, cambiare parola, senza cambiare la sostanza delle cose, avrebbe potuto portare a discorsi ed azioni più costruttive. D’altra parte le parole hanno un’importanza granitica, pensate ad esempio alla differenza fra parlare di case abusive o case illegali, pur essendo nei fatti la stessa cosa.

Nel frattempo, fortunatamente, i miei pensieri ed il mio modo di sentire sono tornati all’origine.

Il femminismo è movimento intellettuale che ha radici molto antiche, è un pensiero nobile che si basa sulle pari opportunità, che accetta tutte le differenze fra le persone. Rinnegare o continuare a maltrattare questa parola e tutto quello che racchiude, significa buttare alle ortiche tutte le lotte che hanno portato all’emancipazione della donna e non solo. Gli stessi uomini che non rispondono ai classici criteri di machismo hanno trovato forza e nuove opportunità grazie al femminismo.

Ed oggi sento sempre più il bisogno di dire chiaramente che sono fiera di essere femminista perchè troppe sono ancora le disparità da combattere. Troppe donne vengono trattate come oggetti, violentate, torturate, uccise solo perchè donne. Troppo spesso veniamo svilite e colpite nella nostra dignità di esseri umani.

La stessa differenza nell’occupazione, nel trattamento lavorativo e salariale sono un indice dei differenti trattamenti a cui siamo sottoposte. Le stesse basi su cui ancora si strutturano la divisione dei compiti all’interno delle coppie sono un motivo importante e basilare per cui tutti quanti abbiamo un gran bisogno di donne e uomini femminist*.

E voi? Perchè sentite il bisogno di essere femminist*?

DADA:
“Ovviamente allestite da lesbiche”. Le tante stanze della politica e della filosofia femminista in Italia secondo me.

Tempo fa una lesbica italiana emigrata in Lussemburgo, raccontando della casa delle donne di una città del nord disse “e ovviamente era allestita da lesbiche”, quanto risi a quella affermazione così sbrigativa e valida anche per i nostri femminismi! Noi lesbiche siamo le sottoproletarie del femminismo “Alll over the World”.
Ho capito di essere femminista durante il Liceo, seguendo le cose che potevo vedere del movimento femminista che allora, a fine anni ’80, era da un lato ancora molto impegnato nelle battaglie per l’ingresso del concetto di libertà femminile nella giurisprudenza e nelle istituzioni, dall’altro sperimentava forme di gestione delle relazioni tra donne.
Allora non avevo la percezione esatta di quanto potesse essere importante per le donne il Nuovo diritto di famiglia(1975), o la legge sulla interruzione volontaria di gravidanza(1978), o quella sul divorzio(1970), o quanto potesse essere evolutiva per le lavoratrici e in politica la definizione di Pari opportunità (1983). Sapevo che il sesso femminile era fortemente oppresso: lo sapevo per come venivo trattata per strada, ricordo l’angoscia di dover fare da sola il tragitto che portava a casa dal centro città nei momenti mattutini in cui purtroppo capitava di incontrare la grottesca e stanca fila dei soldati di leva, urlanti verso di noi ragazze come cani alla catena, soddisfatti di poterci bersagliare.
Ricordo il senso di paura quando da ragazzina venni praticamente strappata dal mio gruppo di amichette (rischio il melodramma, ma è vero) durante la visita alla zoo di un Circo, da un tipo basso e rozzo che mi mise le mani ovunque, il senso di vergogna che si sostituiva alla rabbia per essermi fatta incastrare ma che doveva sottomettersi a una sensazione più forte: quella di essere colpevole per la propria realtà di oggetto sessuale, riconosciuto, propagandato, sancito.
Di lì a pochi anni avrei riflettuto sulla grande differenza che intercorreva tra il comportamento di mia madre e delle sue amiche tra loro, e quello che avevano coi maschi: quante schermaglie, quanti trucchi per presentarsi come oggetti desiderati e calmierare il proprio valore.
Più tardi avrei meditato su una foto in bianco e nero da me scattata, all’incirca a 18 anni, a mia nonna, con la mia nuova reflex nella quale mettevo rigorosamente pellicole wendersiane in bianco e nero. La misi in posa coi gomiti sul tavolo, le mollette in testa, lei poggiò un palmo appoggiato alla guancia. La foto riuscì benissimo, e il gioco di luci svelava un sguardo che in quanto a doppi sensi non aveva niente da invidiare alla Gioconda: era angustia quella? Per una mattina passata a rassettare, da decenni, per tutta la famiglia, e a sorreggere le sorti ed i capricci, un po’ le gioie ma soprattutto i capricci di ognuno/a? Era ironia, quella con cui quegli occhi pungenti mi guardavano, come a dirmi che non avrei mai voluto ciò che volevo, così come era successo a lei? Era l’anticipazione del modernissimo spot di Veneta cucine, che ci mostra ora una snella signora di casa che si compiace, sospirando, di avere ottenuto tutto dalla vita tranne quello che c’era nei suoi, del resto acerbi, sogni di ragazza?
Alla mia curiosità per il femminismo, e immediata istintiva adesione alla causa, si aggiungeva la marea montante della consapevolezza di potermi innamorare solo di donne, di essere quindi lesbica. Ricordo lo slogan femminista su cui fantasticavo “Le donne con le donne possono”: era il riconoscimento della libertà di amarsi, quello? O solo un ambiguo proporsi dell’ affidarsi l’una all’altra delle donne, diffuso dalle filosofe del pensiero della differenza con accurata attenzione a non nominare il proprio (Irrilevante?!?) orientamento sessuale?
Io ero di altra intenzione, e seppur riconoscendo l’importanza del concetto di Differenza e l’importanza del riflettere sull’autorevolezza, mi rivolsi subito altrove: a quelle che avevano avuto il coraggio di viversi alla scoperto, le romane della Bollettina del Cli (Coordinamento lesbiche italiane), le bolognesi, le donne grazie alle quali si svolsero in Italia i primi convegni lesbici. Il femminismo ha iniziato quindi a esprimersi al plurale anche per me, e in queste sue coniugazioni attuali vorrei ricordar/mi in cosa consiste per me la sua pluralità, con una serie di negazioni molto montaliane (non chiedetemi la parola …), la pluralità per me consiste:
-nella modalità di considerare importanti o meno le esperienze sentimentali ed erotiche come parte fondamentale dell’identità e del pensare di ognuna, io non sono quindi un femminista che censura il lesbismo
-nella forma data al rapporto tra corporeità e volontà, per cui c’è chi pensa che per essere femminista basti volerlo così come per dirsi donna, e chi, come me, pensa invece che la volontà giochi un ruolo legato alla corporeità dalla quale non si può prescindere, così come nell’arte non si prescinde dalla materia, io non sono quindi una femminista che promuove il queer come panacea post-femminista per tutte le occasioni
-lo so, sembra “essenzialismo” ma non lo è, io non concordo con quel tipo di femminismo che al contrario vuole promuovere una sorta di mistica della femminilità per nascita, io non sono quindi una essenzialista
-pluralità del femminismo c’è anche nel capire le forme di potere, così come NON è successo durante il dibattito intorno alla manifestazione “Se non ora quando” del 13 febbraio scorso, dibattito in cui tutte si sono dette di tutto a proposito di tutto, sorvolando invece la necessaria riflessione sulla cosa secondo me più importante: come si stanno muovendo nuove linee di potere, anzi di dominio, all’interno dei femminismi italiani, grazie a nuove strategie mediatiche, alleanze, e nuove riproposizioni della politica sviluppata attraverso parole d’ordine e strategie commerciali. Necessarie? Sufficienti? Soddisfacenti? E decise stavolta a casa di chi? Io non sono quindi un femminista che non vede le forme del potere e nega le responsabilità morale di chi focalizza attenzione e porta la voce.
-femminismo plurale perché sono sempre più diverse le modalità di comunicazione e (se il linguaggio ha a che vedere con la forma mentis) di pensiero: le più giovani buttano in faccia alle madri femministe la loro nuova concezione (ma è molta moda, poco contenuto) di un femminismo fatto andando in giro a tette nude su potenti moto guidate dai “loro” maschi, un femminismo-burlesque che le vede affascinanti (venti-trentenni) eroine sessualmente libere, professionalmente rampanti, affini ai loro maschi alfa o alle loro femmine alfa alluccate alla The L Word con tacco 12 d’ordinanza. Certo, è bello riappropriarsi in modo differente degli stereotipi … Ma noi lesbiche “butch”, che abbiamo sbattuto in faccia al mondo il nostro vestirci maschile, per sfuggire alle attenzioni maschili e riprenderci spazi … pensiamo che è molto facile dichiararsi libere se la libertà consiste in tutti gli stereotipi inventati per attrarre i maschi e stare al proprio posto, posto che di solito non è la consolle né la regia.  Io non sono quindi una femminista del camouflage.
Pluralità dunque anche nell’intendere le possibilità del femminismo di esprimere un pensiero utile a tutti, esportabile e fruibile. Qualche anno fa Antonio Negri scrisse nel suo “La differenza italiana” (2005) che gli unici elementi di innovazione teorica a livello ontologico nella filosofia italiana del ventesimo secolo sono stati due, quella di Mario Tronti e quella di Luisa Muraro: una riguardava lo sfruttamento capitalista e l’altra quello patriarcale. Ora si vorrebbe fare del femminismo qualcosa di valido universalmente a prescindere dall’-ismo, come se un pensiero filosofico in quanto tale, ad esempio di Muraro, potesse esprimere il femminismo, ridursi o concentrasi su esso. Sappiamo bene che non può essere così: il femminismo come pratica politica dovrà continuare la sua strada del costruirsi nelle relazioni, nei bisogni, nelle mutazioni femminili. Il pensiero femminista potrà continuare a dire qualcosa di nuovo partendo da sé, così come fece Carla Lonzi, così come non ha sempre fatto la filosofia (e l’ideologia) del pensiero della differenza.
Di qui potremmo vedere con chiarezza quale è un nostro strumento da usare in politica, possibilmente in forma collettiva partecipata ed assembleare (e queste pratiche sì sono un patrimonio femminista anche se non solo tale), in cosa consiste invece il pensiero filosofico definibile quale “femminista”, nella sua peculiarità di produzione raziocinante di donne o uomini che vogliano interpretare il femminismo o … definirne altri.

CRISTIANA:
Sono femminista e me ne vanto!

Dirsi femministe oggi è sicuramente più difficile che dirselo a se stesse ben consapevoli del proprio percorso personale a volte faticoso  e controverso.

Amo definirmi femminista perché il mio percorso mi ha fatto conoscere la bellezza della diversità e le sue sfumature, perché il pensiero critico femminista mi ha fatto vedere le cose da un’altra angolazione nascosta ai più. Un percorso formante, sicuramente senza ritorno.

Ho sconfitto così la mia acuta sofferenza interiore dovuta al sopruso familiare patriarcale dando così una spiegazione a tale incomprensibile dominio.

Tutto iniziò circa 17 anni fa quando una cara amica mi regalò il saggio di Virginia Woolf “Una stanza tutta per sé”. La cosa principale che capii era che per avere una reale emancipazione bisognava avere un’indipendenza economica e per questo mai avrei dipeso economicamente da un uomo. Avevo così messo a fuoco la mia infanzia e prima giovinezza, il potere che mio padre aveva su mia madre come tante/troppe donne, “serve” inconsapevoli.

Invece  la cosa più bella che il saggio mi trasmise era il potere che uno spazio indipendente poteva avere sulla propria formazione. Per questo ho iniziato a credere che i propri spazi  sono una opportunità fantastica di emancipazione dal proprio lineare presente, luoghi in cui nessuno può definirti i confini. Gli spazi sono stati l’unica opportunità per molte donne di creare una piena autonomia di idee, dove poter gestire il potere sicuramente non inteso come prevaricazione e/o sopraffazione, dove la leadership (condizione politica preminente e mai in realtà messa in discussione se non dalle donne) è contrastata da pratiche di condivisione.

Perché il femminismo è scomodo? Perché riesce a far emergere un sottostrato notevolmente compatto e consolidato di luoghi comuni e stereotipi che non fanno migliorare la condizione femminile in tutte le realtà sociali, dove in ogni angolo pubblico prevale e prevarica la figura maschile sempre al centro dei nostri spazi collettivi. Il pensiero femminista dovrebbe aiutare a far si che le donne imparino ad entrare negli spazi sociali, nei luoghi dove si fa politica e far si che diventino protagoniste del loro futuro, che imparino a non delegare e a non usare metodi e comportamenti legati al pensiero patriarcale. Un lavoro sicuramente difficile si direbbe ma ciò dipende dal lavoro (anche se piccolo e fuori dai grandi riflettori mediatici) di tante donne che hanno in comune una volontà autonoma e non omologata al pensiero dominante maschile.

Il femminismo è ancora oggi secondo me un’opportunità per molte donne ancora  inconsapevoli che la libertà è a portata di mano, una libertà scevra da stereotipi e da violenza relazionale.

 

 

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Un commento su “-Perché siamo femministe

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Questa voce è stata pubblicata il febbraio 9, 2012 da in comunicazione, documenti redatti, femminismo pesaro e urbino, filosofia femminista con tag .
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