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un osservatorio sulla libertà femminile

– Berlusconi e la crisi del SETTIMO anno:

ilda_boccassini

Lo scorso febbraio scrivevamo questo post sulla sgradevole abitudine dei mass media di chiamare “Processo Ruby” il processo a Silvio Berlusconi, imputato per prostituzione minorile. Ora che la sentenza è stata emessa, non scordiamoci di riflettere su questo caso e sui casi analoghi di violenza sulle donne. Proprio di recente abbiamo assistito anche alla chiusura delle indagini sul caso della giovane ragazza molestata da un parroco fanese, per la quale si è concluso di andare al processo considerando che non ci sia stata “violenza” sulla minore. La domanda è: dove inizia l’assuefazione finisce la violenza? dove c’è ‘abitudine a compiacere non c’è violenza? Il dibattito continua.

Non chiamatelo più “Processo Ruby”.

“Leggendo il fascicolo della Procura di Milano si capisce quanto suoni diversamente leggere “Processo” o “Caso” “Ruby”, che sembra quasi il nome per una soap opera o un reality show, qualcosa che ha a che fare con ragazze compiacenti e allegre su cui sorridere e ammiccare, o se si dice – come si dovrebbe dire in ogni occasione in cui si richiama tale processo: “Processo a Silvio Berlusconi imputato di Prostituzione Minorile nei confronti di Karima el Marhoug in arte Ruby Rubacuori”.”
Pubblichiamo l’articolo integrale di Monia Andreani:

Comunicare male fa male alla comprensione e all’interazione, questo è facile da condividere, chi non è d’accordo?
Se si tratta di comunicazione pubblica o, ancora di più, di informazione giornalistica, il disastro è annunciato, ma ci siamo così tanto abituate che ormai facciamo come se non ce ne accorgessimo, e facciamo male per noi stesse e in un’ottica di attenzione responsabile verso le giovani generazioni.
Il gruppo Femminismi ha ragionato a lungo e dalla parte delle lettrici rispetto alla comunicazione giornalistica nei casi di femminicidio (le diverse forme di violenza contro una donna solo per il fatto di essere donna) e ha prodotto una proposta che ha chiamato in modo volutamente provocatorio Codice etico per la stampa in caso di femminicidio, e di comunicazione errata e pericolosa che ha come oggetto le donne possiamo fare una lunga lista. Un esempio significativo di queste settimane mi ha fatto riflettere. Siamo in vista delle elezioni politiche e uno dei personaggi fondamentali di questa campagna elettorale è nello stesso momento imputato di un reato contro la persona in un processo che si sta svolgendo in questi giorni.
Costui cerca di non andare in aula perché intenzionato a svolgere la sua campagna elettorale, cercando di forzare attraverso i suoi legali il concetto di legittimo impedimento – usato negli impegni istituzionali – per posticipare il processo dandogli meno visibilità mediatica in questo momento delicato. Sua controparte a rappresentare lo Stato è la Procuratrice di Milano Ilda Boccassini che sta portando avanti un processo difficile, perché fonte di continui gossip, notizie e particolari, tuttavia, di fatto nascosto da pruderie, ipocrisia, già a partire dal nome che è stato censurato, infatti sulla stampa e ovunque se ne parli ha preso il nome non dell’imputato ma quello della vittima.
Di solito chi costruisce l’impalcatura e i contenuti della informazione decide i nomi da dare a eventi mediatici significativi per costruire la notizia, nome o etichetta con cui lanciare e riproporre sempre aggiornamenti rispetto a quella notizia.
Chi sceglie le etichette ha di fatto un grande potere, un nome che funziona, infatti, ha una grande diffusione e cela sotto l’etichetta la complessità del fatto. Nei processi che assumono un grande rilievo mediatico, di solito quelli di cronaca nera, il nome scelto è spesso quello dell’imputato, raramente quello della vittima: un esempio eloquente e recente è il Processo Parolisi (per l’omicidio di Melania Rea), il nome che emerge è quello del marito accusato e in questo caso condannato, non quello della vittima. Ma nel processo Ruby, no, non è così. L’imputato è così famoso e così pieno di processi in atto, che ormai sarebbe incomunicabile una frase di questo tipo “il Processo Berlusconi”, tuttavia non si può accettare la definizione “Processo Ruby”.
Innanzitutto perché non è un processo di cronaca nera, e non si sa di che cosa questa Ruby – che tra l’altro è anche il nome d’arte di un giovane donna – sia stata vittima, infatti i capi di imputazione sono omessi continuamente in ogni comunicazione che riguarda questo processo.
Leggendo il fascicolo della Procura di Milano si capisce quanto suona diversamente leggere “Processo” o “Caso” “Ruby”, che sembra quasi il nome per una soap opera o un reality show, qualcosa che ha a che fare con ragazze compiacenti e allegre su cui sorridere e ammiccare, o se si dice – come si dovrebbe dire in ogni occasione in cui si richiama tale processo: “Processo a Silvio Berlusconi imputato di Prostituzione Minorile nei confronti di Karima el Marhoug in arte Ruby Rubacuori”.
Sì il principale capo d’imputazione riguarda l’articolo 600 bis del Codice Penale che riporto di seguito

Art. 600-bis Prostituzione minorile
È punito con la reclusione da sei a dodici anni e con la multa da euro 15.000 a euro 150.000 chiunque:
1) recluta o induce alla prostituzione una persona di età inferiore agli anni diciotto;
2) favorisce, sfrutta, gestisce, organizza o controlla la prostituzione di una persona di età inferiore agli anni diciotto, ovvero altrimenti ne trae profitto.
Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque compie atti sessuali con un minore di età compresa tra i quattordici e i diciotto anni, in cambio di un corrispettivo in denaro o altra utilità, anche solo promessi, è punito con la reclusione da uno a sei anni e con la multa da euro 1.500 a euro 6.000.

Quanto fa bene alla campagna elettorale di questo signore, che ancora si permette di prendere in giro le donne, trattandole come segretarie che hanno con lui “volentieri” un rapporto sessuale se sono carine, il fatto che tutta l’Italia dell’informazione da destra a sinistra, ma tutta unita nell’omertà maschilista imperante, non nomini mai la frase Prostituzione Minorile! Infatti questa frase richiama qualcosa di altamente lesivo nei confronti dei diritti umani, e ci ricorda i viaggi del sesso, e  bambine/i e giovani disagiate che vengono letteralmente comprate da chi le sfrutta sessualmente anche sul territorio italiano. Quindi non si deve dire che questa ragazza aveva 16 anni quando avrebbe avuto rapporti sessuali a pagamento con Berlusconi, perché si riporterebbe la notizia a fatti scabrosi che ci fanno pensare a situazioni che possono inorridire gli elettori e soprattutto le elettrici.
E quanto fa male, invece, questa omertà a chi da destra e da sinistra, vuole combattere la cultura della pacca sulle spalle e della risatina maschile e maschilista (anche quando la fanno le donne)? La cultura di chi dice che il processo è una montatura, che le ragazze erano e sono contente, che il mondo è fatto così e che se vuoi fare carriera – tanto – a qualcuno “la devi dare”?
Il senso critico si può esercitare continuando a chiedere una comunicazione corretta, che dica le cose come stanno, usando le parole che ci sono e non le etichette di favore, che di solito sfavoriscono l’immagine dei soggetti considerati più deboli e con meno valore, ad esempio le giovani donne. Poi chi si scandalizza o non si scandalizza, in ogni caso deve avere il coraggio di farlo pubblicamente di fronte a una notizia chiara e corretta, che non nasconda i fatti salienti per fare il gioco dell’omertà.
Chi ne avrà il coraggio?

Monia Andreani

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