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un osservatorio sulla libertà femminile

-Non si chiama affetto, non si chiama amore: il suo nome è pedofilia

cuore
Il primo caso a Fano – un uomo che di professione fa il prete – si fa arrestare in flagranza di reato mentre con baci e carezze intrattiene in spiaggia una tredicenne. Passa alcuni mesi in carcere e poi dopo un anno arriva la sentenza, che gli riserva poco più di due anni. Due anni che sono due anni di condizionale. Non sono niente ma del resto non è “niente” quello che lui ha fatto – per questo “niente” si è scusato, dicendo di aver coinvolto delle persone – così spiega nella lettera che ha letto alla stampa. Ha coinvolto “delle persone”? Ha molestato pesantemente, ha abusato del suo potere per fare l’innamorato di una ragazzina di 13 anni ma, lui dice, cosa ha fatto in concreto? Solo baci e carezze dati con “affetto” è questa la parola che ha letto a tutti nel video che ha diffuso. Il capo d’imputazione è il 609 quater del codice penale, gli atti sessuali con minore, che cita: “a differenza dell’art. 609 bis c.p. riguarda situazioni caratterizzate da una condizione di preminenza, di autorevolezza del soggetto attivo sul minore, in ragione della relazione fiduciaria intercorrente con esso, idonea a condizionare e a suggestionare il minore stesso, inducendolo a prestare un consenso agli atti sessuali agevolato dalla specifica qualità dell’agente. Non sono emerse né violenze fisiche né coercizioni morali, ma una relazione affettiva fra la minore e il mio assistito” chiosa però il legale al Resto del Carlino (21 maggio 2013). Come se questo “affetto”  non fosse comunque violenza psicologica, un danno, una inaccettabile manipolazione.

Il secondo recente caso in Calabria – un uomo che lavorava nei servizi sociali e che è stato intercettato e poi scoperto a letto con una bambina di 11 anni con cui aveva instaurato una relazione morbosa, una bambina che gli era stata affidata perché la famiglia era in stato di indigenza per aiutarla nei compiti. Il primo e il secondo grado lo condannano a 5 anni per “violenza sessuale”, la Cassazione annulla i due gradi di giudizio perché occorre tenere presenti le ‘attenuanti generiche’ e considerare che il fatto ha minore gravità visto “il legame di affetto che univa i due” – e dato che la bambina “sembrava innamorata”.

Due casi diversi ma simili. Diversi per cosa? Se la diversità consiste nelle pratiche sessuali, allora questa lista dell’orrore in cui i pezzi del corpo delle bambine sono raccontati nei dibattimenti come alla fiera del bestiame, non ci interessa. Il motivo per cui i due casi sono simili, invece, riguarda le due situazioni di relazione affettiva tra chi ha abusato – perché compiere atti sessuali con un minore di anni 14 è abusarne – e la bambina o ragazzina pre-adolescente. La gravità sta proprio in quello che una magistratura- culturalmente impreparata ad affrontare tali casi – ha definito attenuanti o ha considerato meno rilevanti al punto da cambiare capi di imputazione. Il trasformare l’abuso sessuale in “affetto” nei confronti di chi sta imparando cosa significano amicizia, affetto, amore, è la violazione più grave, quella presente nelle interpretazioni tutte a favore del soggetto agente.
Due casi davvero inquietanti per come sono stati trattati nei tribunali. La magistratura non è preparata a affrontare questi casi, il paese e la cultura maschilista che lo pervade non sanno rispondere a fatti che prefigurano un dolo maggiore proprio perché mascherati come “affetto”, perché ogni atto sessuale ottenuto da minori o praticato su minori avviene con un abuso di potere, con il carisma e attraverso una intimidazione da parte del soggetto più forte sul soggetto più debole. Questa non è una forma di violenza?

Femminismi, donne di Fano-Pesaro-Urbino.

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