femminismi.it

un osservatorio sulla libertà femminile

– Voglia di fare un’epoca…E un(a) magazine.

crocerossa1915
Lo avevano già detto lo scorso anno a Popsophia, ispirati dall’immancabile Padre filosofico Curi, che non abbiamo più un’epoca ma una eterna nostalgia, lo ripetono ora in periferia, ispirati dal sempre stagionato Padre filosofico Tronti, quelli del festival di ritorno (per non dire che è partito) che noi chiamiamo “Trapassi”, ripetono che non abbiamo un’ Epoca.
Come dire, la postmodernità ce l’ha insegnato, oggi non ci sono più orizzonti e ideali, Utopie, a parte quelli dei film di fantascienza (anch’essi del resto fatti a puzzle di citazioni), oggi si va verso il futuro con passi di gambero; è la globalizzazione, che miscela interessi e compromessi, civiltà coloniale e tribale, diremmo noi.
Ma, di fronte a quel realismo lagnoso, che dicono loro, i Pater, col loro sguardo altero di autorità e sfuggevolezza, deresponsabilizzato dalla pensione assicurata, presentatoci sulle poltroncine rosse dei festival, di fronte ai loro bravi sponsor (ora a Fano anche il conte Vlad benedice coi suoi baffi simbolo pecuniario la kermesse culturale novo-borghese)… le donne contraddicono. E che fanno?!?
Presentano uno spettacolo e un dibattito sulle Figlie dell’epoca, una narrazione sulla storia del pacifismo delle donne, un racconto della conferenza internazionale dell’Aja del 1915 organizzata a suon di cartoline postali e telegrammi, viaggi transatlantici e treni a vapore, una rivendicazione della voglia di avere di nuovo un’Epoca, nel significare una originalità data dalla fiducia nel cambiamento possibile, nel lavorare per una utopia realizzabile, a partire dalle lotte delle donne per la pace, il discorso non violento, il rispetto dei diritti, qualcosa di Differente. Che fa rima con Dissenziente.
Oggi possiamo definire un’Epoca? Le risposte sono tante e forse, appunto troppe: è la nostra l’epoca della digitalizzazione di massa? Del nuovo ordine mondiale? Delle catastrofi? Di tutte e tre le cose?
E come si articola, come si coniuga la libertà femminile, il cambiamento (Fox Keller, Haraway ) della conoscenza e nella scienza? Cosa possiamo dire noi donne della politica con le nuove LadyLike, il femminile ‘Femme’ di ritorno (anche questo!) manageriale delle giovani rampanti, in una società che logora coi suoi stereotipi ogni tentativo di uscire dalla dittatura dell’immagine, dell’iconografia e diciamolo, infine, dal mero individualismo?
Roberta Biagiarelli, parlando di sé e introducendo allo spettacolo, ha accennato al problema sempre attuale della fratellanza tra uomini e della difficile sorellanza tra donne (‘siamo isole, ognuna con la sua puntina sul culo che ci stizzisce delle altre’).
Fatto sta che anche il dibattito del 27 novembre, a Fano, presso la Sala della Concordia, ha stimolato la voglia di fare, ha sottolineato come il dialogo con gli uomini sia o inesistente o fatto di linguaggi differenti o addirittura scansato per evitare le provocazioni, ha ripresentato le differenze tra noi che forse in alcuni casi necessitano di esplicitare il conflitto (soprattutto con coloro che usano il misunderstanding come strategia) in modo che anche tra donne si attui una alleanza politica vera, quella che sa affrontare il potere.
E forse, anche se in Italia, a causa degli spaghetti, non è possibile la strategia dello sciopero della fame per rovesciare la dittatura raccontata da Galeano nel libro (descrittoci da Simona Ricci) in cui parla della nascita della democrazia boliviana, certo altre forme vanno trovate.
Forse possiamo usare a nostro vantaggio un’altra parola di questa Epoca: il contagio. Contagio delle idee, contagio virale, girando a favore di metodiche partecipative la mediaticità usata fin qui solo dai leader (maschi). Forse proprio il discorso sulla necessità di raccordarci con le più giovani per mettere a disposizione la ricchezza di esperienze (dei tesori) della storia dei movimenti delle donne, necessita sia di strumenti nuovi che di arsenico e vecchie metodiche. Forse il discorso sul pacifismo, come ho scritto in Critica della ragion violenta, dissentendo da Muraro, necessita di pratiche nuove per evitare di essere schiacciate, come a Genova, dal confronto tra Violenze, per evitare di essere inermi, e anche la riflessione proposta da Monia Andreani sulle donne guerrigliere a Kobane è importante: quanto mito, quanta realtà in quelle immagini, e quanto è possibile stare al di fuori dal gioco? Quanto è possibile non essere INERMI, in una Europa del telecontrollo, del Panòpticon fiscale, che ci dice con gli spot pedagogici quanto è bello spostarsi in altre nazioni per lavoro, e nel frattempo rema verso un ministro unico dell’economia?
Per Fano, la mia città, o chissà, per tutto il territorio che è liquido (visto che siamo senza epoca ma con l’adsl) proporrei alle donne volenterose , giovani e giovanili, concrete, parresiaste, sincere, irriverenti, di femminilizzare la città fondando una testata giornalistica di politica, cultura, impegno sociale, un luogo per ora virtuale che non sia una vetrina ma una palestra, e anche un mercato di idee che ci tolga dai commenti Facebook e ci impegni in vera e propria scrittura, narrazione, confronto: rubo l’idea a Claudio Orazi e Michele Gianni, uomini impegnati con la natura, la società e il ridere, coi quali anni fa si diceva di fare un sito web cittadino scherzosamente intitolato Pro-Fano.
Bene, l’idea non è stata realizzata perché forse spettava a noi: ProFana.

Francesca.

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Questa voce è stata pubblicata il novembre 28, 2014 da in articoli a firma, immagine femminile, iniziative fano con tag , .
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