femminismi.it

un osservatorio sulla libertà femminile

– Cirinnà e l’artigiana della saffità.

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Manifestazioni, sì. Sit-in, sì. Sit com, un po’. Dichiarazioni, sì. Provocazioni, sì. Coming out papali, quasi. Digiuni, forse. Lettere delle mamme, di sicuro …Sembra incredibile ma in Italia è stato fatto proprio di tutto, ma di tutto, per perorare la causa della tutela legale alle unioni civili. Adesso la discussione parlamentare è ormai tanto stanca e strascicata che ne abbiamo tutti, per parafrasare un ‘dialettale’,  l’acido lattico al tallone, e Cirinnà sembra sempre un ciri-nnò.
Pure i film ci tocca vederli con il sottofondo dell’impegno civile pro coppie omosex. E ci guasta l’appetito. Ci rovina l’umore, il tono europeo… quasi tendiamo a tornare alla dracma e a rifugiarci pure noi a Lesbo. E va bene,  che in Italia riusciamo a produrre libri e film al seguito di una epopea internazionale che ci precede sempre di tre passi. Come ha detto una amica in occasione dell’uscita di “Io e lei”: “Siamo arrivate in un balzo al tradimento con un uomo senza passare per il meglio, per Cuori nel deserto”. L’unica cosa che ci salva è l’arrivo della Ferilli, che non si fa problemi a interpretare un’eroina lesbica romana che scampa la mala parata con le battute doc, tanto che paiono scritte da lei.
La forca caudina è sempre quella: il patriarcato, la comunità maschile, ritratta impietosamente come una pesante clichata di gusti monocordi ed alleanze silenziose, cui tutto deve tendere, come chiodi verso il magnete. L’ex marito e l’improvvisato amante della Buy si prestano a questo balletto scontato e prevedibile, prevedibile tenendo conto che anche nella realtà non si sfugge allo stereotipo dell’eterosessualità obbligatoria e che quindi non è la lesbica drastica a interessare registi e produttori, ma il soggetto mutevole della donna ex etero o bisex, quello che regala il colpo di scena della indecisione, della reminescenza (Julianne Moore nel film della Cholodenko, 2010). La drastica invece cade dai balconi, viene uccisa, scompare tra la folla… è l’assassina o la matta.
Nel bestiario fantastico di lesbiche nuove e vecchie della cinematografia (drastiche vive cercasi), inventate, collage-ate, messe insieme, la Ferilli ci pare un prototipo fantastico, con qualche sorpresa del non detto pure nei ritagli del film, come quando si sottopone alla prova costumi.
Alla fine il grande messaggio di questa commedia è che si può non stare  bene nei panni che ci mettono gli altri, o in quelli che ci immaginano per noi di continuo,  si può stare invece più che bene nei panni propri e basta. Per questo, per me, “Io e lei”, nel suo percorso a ostacoli verso la rappresentazione di un’Italia meno buia, vale mille volte più di un Kechiche che ci costringe a vomito a una scena di sesso diretta da lui, con in più un finale di ex-lesbica agli spaghetti in salsa francese. Li mortacci sua. Almeno questa Buy è una ex-etero, all’ amatriciana, e il gatto jaguaretto che la intigna, anche se pare disegnato da Cavalli, lo amiamo lo stesso. E l’invenzione dell’attrice che ha smesso (si è disintossicata…) e ora fa la bio-solidale non è che una iperbole di tante storie che sappiamo di tante di noi:
ci sta, come è naturale mettere assieme i cocci in qualcosa che abbia l’aspetto di una intera, e che intera! una provocazione all’immaginario etero bella e buona. Forse una tendenza a voler entrare nell’immaginario etero, a normalizzare il nostro aspetto? Perché di “camioniste” con la Nissan metallizzata che si muovessero come la Ferilli ne conosciamo poche, diciamo pure zero… .
Per questo Margherita Buy fa da spalla nel film, perché, oltre a rappresentarsi sciroccata, calza pure le scarpe basse d’ordinanza, perciò ci sta meno simpatico questo personaggio di neolesbica realistica. Per questo è azzeccata la scelta di Ferilli e Buy che giocano a scambiarsi i ruoli (chi è più”a-normale”?), perché il lesbismo “innato” di solito lo cerchiamo nelle donne che si notano meno, o nelle butch, nelle scatole Ikea e tra le suore, con la “intrinseca vaghezza” (cit. Paola Casella su Mymovies) di Buy. Ferilli quindi rappresenta la costruzione artigianale di una tipologia lesbica vittoriosa, ilare, positiva. Pure se coi tacchi.
Per finire, mentre le serie lesbiche italiane autoprodotte da lesbiche (ne abbiamo parlato anche qui) ci offrono un passaggio di contenuti più realistico e “di classe” (sociale), non possiamo che ringraziare  Maria Sole Tognazzi, le attrici e gli attori e gli sceneggiatori per questo tentativo di dare la spallata anche col cinema “ufficiale” alla noia omogenea della commedia italiana…pure se non abbiamo più voglia di ridere, era dai tempi di ‘Diverso da chi’ (2009) che non si rideva abbastanza.

Francesca Palazzi Arduini, improvvisata cine-crit.

Repertorio:

-su “Viola di mare”(2009) recensione su culturagay.it
-sulle serie lesbiche autoprodotte italiane abbiamo scritto qui
-sul film di Kechiche e sul fumetto che l’ha, si fa per dire, ispirato, abbiamo scritto anche qui
-su The LWord recensione su culturagay.it  “Il karma di Jenny

per battute e amenità sui personaggi lesbici in “Un posto al sole”, se ne parla in osteria.

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Questa voce è stata pubblicata il ottobre 3, 2015 da in articoli a firma, immagine femminile, lesbismo, omofobia, tv e media con tag , , , .
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