femminismi.it

un osservatorio sulla libertà femminile

-Dal Sessantotto…al Settantotto. Tra immaginazione e potere. Tra movimenti e Stato.

Come una favola, il Sessantotto viene raccontato quest’anno su patinate riviste ed in tribunali improvvisati volti a rievocare una storia e soprattutto ad improvvisare un giudizio. Come risorti, sorgono da boschi e palazzi i protagonisti di manifestazioni studentesche francesi, di cortei italiani. Come evocati, intellettuali ex innovativi o neo-rivoluzionari si gettano sul capo il mantello della visibilità. Chi a torto chi a ragione, sfilano gli alpini coi loro pennacchi e le loro medaglie, come se allora la battaglia fosse stata gloriosa, o perlomeno interessante.
Ma lo spettacolo attuale delle rievocazioni del Sessantotto ci pone una marea di interrogativi politici e culturali che non possono essere compresi nella celebrazione o nella digestione della macchina mediatica, vanno riflettuti da chi vuole ancora praticare una coerenza politica di classe e libertaria.
L’anno delle occupazioni nelle università segna infatti non solo il desiderio di ingresso di nuovi modelli e ricerche culturali in un diverso  mondo accademico ma la necessità di nuovi spazi di confronto ed un impeto libertario di critica al sistema politico e partitico. I movimenti fanno il loro prepotente ingresso sulla scena, di nuovo, nelle piazze, nei teatri, nelle scuole, perché il Vietnam e Praga minacciano col loro esempio la libertà di espressione e la libertà politica sia nel feticcio liberale ad ovest che nell’ormai plutocratico sistema sovietico. I movimenti però non sono allora ciò che oggi ha tentato, banalmente, di riproporre il ‘5 stelle’, movimento quasi da subito organizzato a partito (seppure “telematico”) senza appartenenza di classe e senza riferimenti culturali precisi. I movimenti di quegli anni vivono invece di cultura, e di appartenenza di classe.
Ne sono testimoni il lavorio intellettuale attorno al movimento femminista, che confluì ad esempio in Italia nel fondamentale testo di Rivolta femminista (1970), in un Paese ancora fortemente vessatorio e misogino. Oppure la pubblicazione di Lettera ad una professoressa (1967) di Lorenzo Milani, forte testimonianza di quella “differenza” dal cattolicesimo borghese che pure era stata presente al Concilio Vaticano secondo (1962/1965). Le assemblee di fabbrica, le nuove testate giornalistiche, il dissidio all’interno del PCI dal quale Berlinguer cercava di esorcizzare l’ombra sovietica… tanti stimoli ma soprattutto la presa di parola di classi sociali subalterne, che finalmente divenivano visibili.
Pensiamo ad esempio al lavoro di Franco Basaglia, che nel Sessantotto pubblica L’istituzione negata. Rapporto da un ospedale psichiatrico, opera dirompente che aprirà un percorso di liberazione dei ceti più umili ( e delle donne) da quella istituzione carceraria che era il manicomio, o perlomeno un tentativo di iniziarlo, che confluì nella Legge 180/ 13 maggio 1978, della quale fu relatore il democristiano Bruno Orsini.
Si può dire non un caso che altre due fondamentali leggi siano state approvate nel giro di dieci anni dal Sessantotto, è infatti del maggio 1978 la Legge 194 sulla tutela della gravidanza, a torto nota solo perché introduce la norma sull’aborto nelle strutture pubbliche, e la Legge del dicembre 1978 che introduce il Servizio Sanitario pubblico, riconoscendo quindi a tutti (i lavoratori avevano già le Mutue), anche ai disoccupati ed ai non occupati, il diritto all’assistenza sanitaria pubblica. per entrambe il ministro è una donna, la partigiana e democristiana Tina Anselmi.
Il discorso dell’appartenenza di classe è un discrimine essenziale per non cadere nell’ideologismo e nella retorica e capire le complessità di quegli anni. Pensiamo al termine “radical chic”, nato dalla penna dello scrittore americano Tom Wolfe nel 1970. Non si tratta dell’uso del termine fatto di recente dalla destra ignorante italiana, che si fregia d’esser “popolare” (e non ricorda D’Annunzio ed i fascisti alto borghesi) ma semplicemente di capire quanto potessero essere diverse le appartenenze ad una opinione politica o all’attivismo di persone di ceto medio-alto, già “borghesia illuminata”. Anche la nota polemica pasoliniana sulla differenza di ceto tra studenti e poliziotti durante gli scontri di Roma del giugno 1968 è tracciata nella linea, però fortemente retorica, della differenza di classe sociale tra i figli dei ricchi ed i figli dei poveri, ed invita a considerare l’importanza della vita reale delle persone e della coerenza in essa, al di là delle dichiarazioni ideologiche.
Di natura completamente diversa dall’uso appropriato del termine, invece, quella di Indro Montanelli, che si scaglia contro la giornalista Camilla Cederna, accusandola di radicalismo chic, solo per censurarne l’attività giornalistica e screditarla agli occhi dei lettori come donna e quindi, a suo parere (offensivo e scorretto), non credibile. Si trattava del 1969, anno dell’omicidio in Questura dell’anarchico Pinelli, capro espiatorio per chi, come Montanelli, amava dar fuoco alle polveri affinché si notasse meno la mano pesante della borghesia capitalista nel distruggere il clima di costruzione di una alternativa di governo alla DC alleata degli USA. Erano gli anni della Strategia della tensione, anni nei quali era evidente che la mano del Vietnam, la mano di Praga, la mano di Piazza Fontana, avevano un unico scopo: separare e indebolire le organizzazioni politiche e culturali delle classi subalterne, fiaccare la resistenza al modello capitalista…impedire il dialogo tra avversari potenzialmente pericolosi per Mafia e Capitale.
La sessantottina “immaginazione al potere” diventava così la rivoluzione finta e respingente degli scontri di piazza come metodo, erano gli anni i cui Norberto Bobbio metteva in guardia gli studenti dal rischio della “assemblea” come alternativa al modello parlamentare, dai pericoli della degenerazione del modello “assemblea” in Terrore robespierrano. Per noi libertarie e libertari il ’68 necessita del ’78, degli anni della “normativa” nuova e del Compromesso storico per essere capito in una prospettiva politica che oltrepassi i corridoi e gli spazi sia della sinistra di stampo marxista leninista che del cattolicesimo di base.
Perché le domande riguardano la forma Stato come organizzazione repressiva e in disfacimento, l’organizzazione politica e la libertà individuale, la classe sociale come categoria oggi mascherata nella nuova virtualità, il superamento dei ruoli di potere e di rappresentanza dei modelli partitici e leaderistici, per una società di liber/i, responsabili, ed uguali.
Nel ’78, quindi, vediamo ciò che Simone Weil avrebbe definito “il normare la realtà che già c’è”, con gli interventi sulla salute pubblica come diritto condiviso, sulla libertà femminile nella contraccezione e nella gravidanza, con la tutela della salute mentale non più con la punizione ma con il sostegno.
E si riallacciano così i fili tra ciò che si voleva e ciò che è stato legiferato e poi applicato, o non applicato, addirittura disatteso sin nei suoi principi dal successivo ingresso della forma statale nel mercato neoliberista.
Ma questo non è un discorso per populisti senza memoria e senza cultura, non è materia per chi fa promesse agli elettori, è riflessione per chi riconosce la libertà collettiva ed individuale non nel “populismo” dei leader e dei faccendieri della destra odierna ma nella storia di queste battaglie, una sorta di resistenza che è continuata nelle politica come nella cultura e che rappresenta un variegato fronte evolutivo, in Italia, molto semplicemente, lo stesso schieramento trasversale che è stato incastrato e massacrato nella Genova del G8, quando ancora Salvini, il “comunista della Padania”, in vacanza sarda andava in pellegrinaggio alla casa di De Andrè.

FPA

dedicato a Monia Andreani, che sempre sarà, eccelsa e umile.

 

 

 

 

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Questa voce è stata pubblicata il luglio 26, 2018 da in articoli a firma, legge 194 con tag , , , , , .
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