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un osservatorio sulla libertà femminile

– Il signor Mattè. Racconto di Natale.

Da piccola osservavo spesso il via vai di personaggi d’ogni tipo davanti al negozio di mia madre. Nel quartiere popolare, ricco di quel che si dice “umanità” pittoresca. Ad una certa ora del mattino c’era, per esempio, il passaggio del Gatto e la Volpe, due vecchiette di diseguale statura che, munite di bastone da passeggio, si dirigevano in Ricevitoria del Lotto. Girava voce che la loro magra, magrissima pensioncina fosse spesso visitata da banconote vinte coi numeri.
A volte in bicicletta passava lungo i cosiddetti Palazzoni il signor Mattè, uomo senza età, dal cappotto ornato di varie badge inventate da lui stesso, ritagliate dai panettoni e dai biscotti: si dice che poi da lì scendesse lungo il passaggio a livello ferroviario, dove intratteneva i conducenti in attesa spiegandogli che i treni erano suoi, e che era lui a farli arrivare in orario.
Un giorno lo incontrai anche a negozio: tornando da scuola, raggiungevo felice mia madre sapendo che stava per chiudere la saracinesca e che poi saremmo andate a pranzo. Lei era lì, lei con in mano un vecchio giaccone della polizia stradale, dal cellophane impolverato, e il signor Mattè.
Salvino, diceva, non te lo posso dare, rischio una multa, vedi che ha anche le mostrine, la legge dice…
Ma questo è per me, mi sta giusto! – insisteva il signor Mattè, carezzando e sprimacciando il cellophane grigio per tirarlo pian piano a sé. Andava pazzo per le giacche, i berretti, i pantaloni e qualsiasi altra cosa fosse insignita di etichette di una istituzione. In fondo lo capivo. Anche noi bambini ci vestivamo da cavalieri, soprattutto io Zorro e Mariacristina che amava mascherarsi da Moschettiera.
Nel pallido raggio di sole del mezzogiorno invernale, poco prima di Natale, Mattè uscì da negozio con sottobraccio la giacca color cartazucchero, dopo che mia madre ebbe tolta l’etichettina di cartoncino rosa spillettata che recava il nome esotico del proprietario, forse trasferito, da un decennio più visto.
Lo rividi, il ragazzone attempato, il mese dopo di fronte al minimarket, mentre controllava tutti i suoi carrelli della spesa, alla mia vista ebbe uno sguardo scuro…come un moto di gelosia, fosse mai ch’io sapevo che giacca portava, con sopra scritto Polizia.
Gli anni seguenti l’ho incontrato molte altre volte, il quartiere cambiava, le case popolari “dei poveretti” venivano rase al suolo per far posto ad un centro commerciale, i piccoli negozi chiudevano e così anche quello di mia mamma, che nel frattempo si era ammalata proprio per il suo lavoro di lavandaia, ma ancora non lo sapeva. Il signor Mattè abitava coi suoi anziani genitori in uno dei nuovi caseggiati popolari, fatti di un rivestimento che pareva di mattoni rossi, ma era solo mattonella. I suoi gli avevan trovato da far da guardiano alle biciclette del condominio, e lui, sempre ben vestito e con lo stemma dei pompieri cucito sul berretto, stava nell’androne grigio quasi tutta la sera.
Credo una volta di averlo visto svitare la cupola di un campanello, per poi ridarla al proprietario dicendo di averla recuperata lui, col suo fiuto di guardiano, da un ragazzotto che faceva furti di selle e anche di ruote; Mattè si vantava con tutti. Faceva a volte provare ai ragazzi il suo cappello ma sempre erano corse per riprenderselo tra gli scherzi e le grida in dialetto.
La domenica il signor Mattè guardava giocare a pallone nel campetto dietro la chiesa, con addosso una felpa con scritto “Pro Loco”, stava lì, un po’ triste ma se il pallone usciva dalla rete era tutto un correre e ridere a singhiozzo, mentre le gambe saltavano a riprender la palla.
Sembrava uscito dal libro Cuore, il signor Mattè, li dimostrava ancora i suoi vent’anni, si vedeva in lui proprio quella ferita, quel momento in cui sai che puoi deludere tutti, quel tempo immemore, quella cantilena familiare, la canzone del Devi Fare. Le sue medaglie comprate al mercatino dell’usato eran la nostra vergogna. Il Paese è sempre rimasto agli Anni Cinquanta, abbiamo imparato, più che dai militari d’ogni epoca e dai loro stendardi, dal boom economico “americano” e dai marchi commerciali, diventati status symbol, ognun* di noi si mette in fronte una etichetta. Lui ci riusciva meglio di tutti. Bravo Mattè.

Francesca Palazzi Arduini.

Dedicato a Monia Andreani.

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Un commento su “– Il signor Mattè. Racconto di Natale.

  1. superpralinix
    dicembre 26, 2018

    L’ha ribloggato su Pralina Tuttifrutti.

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Questa voce è stata pubblicata il dicembre 25, 2018 da in articoli a firma con tag , , .
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