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– “Memoria” omosessuale. Wu Pink sul “caso marchigiano”.

Immagine di Massimo Dolcini.


Quando la ‘nomenklatura’ scrive la sua storia. L’esempio marchigiano.

Appunti su “Siamo ovunque. Memoria omosessuale marchigiana”, di Jacopo Cesari,
Aras edizioni, Fano, 2019. Euro 25.

Il grande battuage pubblicitario creato per la presentazione del libro “Siamo ovunque” ha attratto la nostra attenzione per una questione di appartenenza ma anche di impertinenza critica. Oltre che per curiosità, visto che l’ autore non era conosciuto per ricerche, saggi, o articoli sul movimento omosessuale ma semmai come attivista impiegato sin dalla tenera età in Cgil, ex presidente (per pochi anni) del comitati Arcigay provinciale pesarese, e portavoce della Rete degli studenti medi. Un attivista “organico”, quindi.
Nel vedere il suo lavoro presentato sia al Festival Passaggi (Festival fanese “della saggistica” che pare reimpiegare il circuito culturale nazionale del PD) che al Pride Regionale (Ancona) manifestazione di massa ma anche vetrina dell’associazionismo “istituzionale”, abbiamo pensato di leggere il volume, mettendo da parte la naturale diffidenza per i fuochi di artificio, condivisa con tante persone ancora dotate di senso critico (quello vero e non quello elettorale o antagonista). La prima domanda nel leggerlo è stata “ma perché le Marche dovrebbero avere una storia omosessuale regionale?”.
Il movimento omosessuale, migrante da sempre, interregionale per vocazione, certo possiede storie locali, ma perché esaminarle con una storiografia regionalista e non con altri criteri? L’autore avrebbe potuto, ad esempio, provare ad analizzare più a fondo il rapporto tra ‘sub-cultura’ e cultura sulla costa adriatica, visto l’interesse alla descrizione dei luoghi di ritrovo, invece delle persone intervistate ci viene “regalata” qualche frase, si dà qualche indizio, si racconta qualche episodio di cronaca, ma ben poco d’altro. Si passa, brutalmente, dalle storie di vita delle persone omosessuali fino alla fine degli anni Settanta ad un racconto in cui le vite delle persone spariscono, proprio quando sarebbe stato più interessante (vuoi perché periodo di grandi trasformazioni, vuoi per la assai maggior messe di dati e testimonianze disponibili) indagare la vita, il vivere, degli omosessuali nelle realtà di provincia, prive di centri aggregatori importanti. Così in questo racconto scompare l’importanza che la visibilità degli omosessuali e della loro azione sociale ha avuto, e con essa la capacità di raccordarsi alla società civile, come singoli o associazioni: ciò sicuramente è funzionale a ‘traghettare’ il discorso al mero rapporto con le rappresentanze istituzionali ma è decisamente una negazione del titolo dell’opera.
Le persone insomma restano appese ad una narrazione che ha un solo fine: giungere all’Happy end istituzionale, con tanto di foto celebrative (di se stessi).
Tutto ciò impedisce anche di farci capire cosa succede fra i vari pezzi di Arcigay negli anni ‘90 e oltre… ed il tipo di azione intrapreso dai vari soggetti. Spariscono alcuni tralci di storia, altri vengono ridimensionati e sminuiti: c’è un vuoto consistente ad esempio nel narrare la provincia di Pesaro, nella quale per molti anni il rapporto tra Arcigay Agorà e associazionismo fu ricco e fecondo, così come con le cooperative sociali. E’ evidente insomma un diverso trattamento dei diversi soggetti politici (si veda la sottolineatura decisa della la Rete studenti medi di cui Cesari ha fatto parte), inaccettabile non solo per chi vorrebbe fare storiografia (e non è il caso) ma anche “memoria”. E vi risparmiamo la citazione di Alessandro Barbero sulla memoria come trappola.
La struttura del libro, insomma, seppure col merito di aver cronologizzato e messo in luce alcuni fatti ed alcune figure (gli 80-84enni, annuncia come movente l’autore), mostra un’impalcatura volta allo svolgimento di una tesi, e svela il volume come “libro di servizio”.
La tesi è essenziale e semplice: il passato è stato utile al palesarsi di un presente in cui l’egemonia politica e culturale è del PD e dei suoi satelliti; grazie a questi satelliti, poggiando sulla maggioranza di governo ormai trentennale nelle Marche (prima DS poi PD), Arcigay regionale è fulcro del “movimento” . Il libro è quindi “Storia parziale di Arcigay nelle Marche”, e diciamo “parziale” non solo per le evidenti mancanze ma, praticamente, perché manca qualsiasi riferimento ad un archivio Arcigay provinciale o regionale.
E’ tipico dell’intellettuale da nomenklatura, dell’intellettuale organico, servirsi di ciò che serve, senza troppi dubbi. Interessante a questo proposito leggere come in questa narrazione si parta dal citare il circolo pesarese Left, e l’attuale sindaco di Pesaro nonché ex-alfiere renziano Matteo Ricci, per poi lamentare che alla manifestazione regionale per i “pari diritti” del 2016 non fossero presenti bandiere del PD. Per inciso, poi, l’autore, militante alla sinistra del PD che ha spalleggiato in Regione la maggioranza di Governo per poi essere scaricata e riscoprirsi molto “laica”, scrive che purtroppo i “Democratici di sinistra delle Marche” non furono poi capaci di affrontare con laicità il tema dei diritti civili.
In una atmosfera di crisi e decadenza culturale molto forte, che ha visto anche i Pride nazionali sottoposti a critiche a causa della commercializzazione e/o circa il loro aspetto di passerella. In una situazione politica italiana compromessa, per cui da tempo ormai femminismo e cultura omosessuale servono come bacino di raccolta voti …l’operazione storiografica di Cesari (e dei suoi Cesari) pare un – De profundis – per la cultura del movimento omosessuale, inteso come giunto al capolinea, pronto ad esserci per difendere il raccolto legislativo ma ormai seppellito per ciò che riguarda l’autonomia di pensiero e la ricchezza culturale.
In questo contesto il fatto che le donne lesbiche nel libro stiano in una pagina e mezza pare il male minore (con anche importanti refusi, vedi l’errore nel nome di Cristina Gramolini, presidente di Arcilesbica nazionale), anzi sembra storicamente verosimile. Ci si “scorda” di menzionare la casa editrice lesbica Antelitteram, fondata a Fano (1996-2000) e protagonista di iniziative nazionali quali il primo incontro con le lesbiche della ex Jugoslavia (fatto menzionato da vari archivi e tesi di laurea). I vuoti mnemonici esistono per tutto ciò che non gravita attorno ad Arcigay (anche i Verdi quindi sono esclusi), che purtroppo a livello nazionale figura come sponsor dell’operazione.
Come in tutti i matrimoni, verrebbe da dire, quando si finisce di pagare il mutuo, vi sono delusioni e ripensamenti, ma il nocciolo è che tutto confluisce in un sistema di rappresentanza e di potere su più piani, per i quali sono essenziali tutte le figure in gioco, sostenute con cura. E vi risparmiamo la citazione foucaultiana sui piani del potere.

Anche la casa editrice del volume titola “le Marche divengono archetipo per raccontare l’Italia omosessuale di provincia”, presentando un libro che invece traccia un percorso “evolutivo” prettamente politico (ed istituzionale) verso la tappa finale, l’arrivo in Regione Marche della legge 8/2010.
“Raccolto” legislativo, quindi …ma tale raccolto è inesistente: la legge regionale non ha mai avuto alcun finanziamento ed tutt’ora carta straccia; piuttosto quel che si è ottenuto sono collaborazioni su progetti, presenze a convegni, patrocini, insomma tutta quella roba che fa chic e non impegna e che peraltro a malapena esce dalle sale dei convegni medesimi in cui è spesa.
Intanto ci chiediamo: prenderemo mai una posizione critica su questo regionalismo che è fortemente connesso alla deriva autonomistica che avvelena anche la Sinistra e che proprio da Sinistra ha avuto origine con le leggi “Bassanini” e i relativi decreti attuativi?
Infine, non sappiamo quanto la casa editrice, Aras, sia consapevole della contraddizione del pubblicare il volume in una collana ”fondata e diretta da Paolo Bonetti”, noto saggista e studioso liberale, originario di Fano e che, a memoria, non ci pare abbia mai fatto coming out. Del resto è tipicamente “italiano” che alcuni omosessuali (chissà perché maschi, e in certi contesti velati, persino transfobici nella loro vita quotidiana) assurgano a “padri nobili” anche se si preferisce quasi non parlarne se non come citazione volante, pur di non scrivere pagine scomode. Chissà che avrebbe detto il professore, spadoliniano, scomparso di recente, di questa operazione.
Certo ci sarebbe piaciuto chiedergli un parere su questa “memoria” che tralascia accuratamente di parlare di Chiesa cattolica (e chiesa …marchigiana!) nel capitoletto “Il ritardo italiano”
Rispetto alla questione della laicità nel nostro Paese, purtroppo il volume non fa nemmeno menzione di uno dei più importanti incontri regionali su tematiche LGBT, organizzato a Fano dalla Consulta laica, la quale vedeva proprio Paolo Bonetti come animatore. Una scelta politica, dettata dalla prudenza dei rapporti di governo? Una scelta dettata dalla prossima probabile carriera politica dell’autore? Ma qui la nostra scienza diventa fantascienza.
Chiudiamo ricordando quanto poco sia amata la storiografia nel nostro Paese (sia lode ai pochi studiosi e studiose), nel quale non solo le università non hanno quasi mai Studi Lgbt o di genere, ma l’educazione scolastica sulla differenza di genere è tirata per braccia e piedi da mille progetti e programmi raffazzonati (dalla Zanardo alla “educazione sentimentale”) senza fondamenti teorici credibili ma seguendo la improbabile rotta di ciò che arriva ai partiti dal crogiolo dell’elettorato “forte”.
“Uno dei modi migliori per superare l’intolleranza è attraverso l’educazione e l’esposizione a persone e punti di vista diversi”, ha dichiarato il senatore statunitense Heather Steans circa il disegno di legge dello stato dell’Illinois sulla educazione scolastica volto a “insegnare il ruolo che gli individui LGBT hanno svolto nella società americana.” Ma lo stesso movimento Lgbt dovrebbe essere in grado di valorizzare punti di vista diversi e saper discernere.
Questa riflessione è un grido d’allarme di fronte ad una devoluzione dei contenuti e della ragion critica nel movimento LGBT. La pubblichiamo per esprimere una differenza da chiunque, anche nel movimento LGBT ed anche in buona fede, pensi che l’egemonia culturale è meglio di tutto.

Wu Pink

 

 

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