femminismi.it

un osservatorio sulla libertà femminile

– Gridare …con un sandalo. Stereotipi di genere e Tutori delle vittime.


Da alcuni decenni il movimento femminista ha iniziato a denunciare il dispositivo della violenza patriarcale sulle donne, più recentemente dandogli anche un nome, femminicidio (Russel 1990).
Femminicidio è definito come la “uccisione di una donna da parte di un uomo per motivi di odio, disprezzo, piacere o senso di possesso delle donne”.
Da allora si è fatta ricerca, e sono state discusse proposte di legge contro la violenza, metodiche culturali di abbattimento del fenomeno. Di certo sono state le donne, i soggetti in causa, a portare avanti il dibattito, la cultura femminista ha coinvolto anche i maschi (pensiamo ad esempio alle prime intuizioni di Irigaray), più di recente la violenza applicata è stata nominata anche nel contesto LGBT, innanzitutto per ciò che riguarda la posizione di genere delle persone transessuali MtoF, e le aggressioni punitive in famiglia e fuori verso le persone omosessuali.
Ma parlando di femminicidio, cosa c’entra un sandalo rosso in vendita? Pare che il rosso sia il colore distintivo, affine al sangue, al segnale di pericolo, all’ emotività, per segnare simbolicamente le donne come vittime. Scarpe rosse, gonne rosse, ciabatte rosse, sedie (vuote) rosse…soprattutto i capi di abbigliamento, e le scarpe, che vuote anche in altri ambiti (dall’Olocausto, ai pogrom, alle migrazioni) simboleggiano la morte, l’assenza di un soggetto, costituiscono ormai una enorme discarica di gadget, dei quali poi non si sa che fare.
Innanzitutto va sottolineato l’uso di un accessorio d’abbigliamento come segno di assenza femminile: soprattutto di un accessorio tradizionale. Pare insomma che noi donne non si possa uscire dalla cabina armadio e che la scarpa, possibilmente con tacco e comunque (come nel caso sotto descritto) sempre “femminile” secondo canoni di bon ton, sia destinata ad essere una sorta di destino di genere.
La tragedia di molte donne diventa quindi spettacolo (di denuncia) e moda (di beneficenza) all’interno di una serie di cliché, anche di “moda”. Quanto questo possa servire a scoprire i meccanismi della violenza nella nostra cultura non è ben chiaro, certo è chiaro che si cade in un meccanismo più stereotipato del braccialetto o della spilletta di solidarietà.
“Subito dopo lo spettacolo, verrà presentato in anteprima nazionale il sandalo dedicato alle Donne Vittime di violenza, ideato e realizzato dalla Pesarese Nada Diotallevi delle “Due Di Chicche Riccione” che con questo sandalo, vogliono dare alle Donne la possibilità di urlare basta alla violenza sulle Donne anche in estate, sulle spiagge e nelle discoteche.”

Se poi il ricavato di questa impresa, partecipata magari in buona fede, va ad una associazione di chiara matrice politica (vedi lo spettacolo tenutosi a Fano mercoledì scorso) …ma leggiamo alcune delle dichiarazioni di Angelo Bertoglio, presidente dell’Associazione Vittime Riunite (ovviamente l’organizzatore è un maschio ed il termine femminicidio non viene usato):
dalle sue opinioni sul Codice Rosso recentemente approvato, è evidente che il suo interesse stia tutto, ed esclusivamente, nel fare da tutore alle vittime, perorando per loro una maggiore assistenza statale e sicure punizioni per i colpevoli (“il codice rosso non basta”). Non stiamo fuori di un millimetro dallo stereotipo (anche qui!) del Padre o fratello tutore-punitore.
Ma la politica? Bertoglio milita nei ranghi di Fratelli d’Italia, e non si fa scrupolo di applicare altri tipi di comunicazione: la sua bacheca Facebook è inondata di manifesti su Bibbiano, caso d’inchiesta giudiziaria usato dalle destre per linciare il PD (proprio ieri in audizione definito dalla Lega “il partito di Bibbiano”) nel modo e costume ormai varato dai troll e dagli untori per far veloce casino e annebbiare le viste.

Sulla sua bacheca Facebook fa bella mostra di sé anche una vignetta in cui un carabiniere in divisa è trafitto da…una bandiera multicolore (lgbt?). Ci chiediamo quindi: quanti sandali, o meglio quanti scandali vi sono in ballo, e quanto c’entra la libertà di noi donne in questo gioco scenico? La risposta è certa: NIENTE.
E non perché non ammettiamo che su di un fenomeno vi siano più punti di vista (ce ne sono anche nel femminismo) ma perché nel nostro Paese non deve diventare tutto retorica e carta da partito!

La Redazione.

 

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