femminismi.it

un osservatorio sulla libertà femminile

– Decostruzione del romantico. La giovane in fiamme.

Una sceneggiatura fatta di silenzi profondi e di suoni chiari, una poetica ideale per una storia di amore tra donne ambientata in tempi molto avversi alla libertà femminile.
Un’analisi dell’amore romantico che ne situa le scelte in maniera impietosa verso la storia patriarcale, con incastonate alcune riflessioni sull’amore non fusionale, che vedono il rapporto tra le due protagoniste evolversi in una scelta di autonomia della prima. Colei che appare per prima, ed alla quale è dato di poter vivere liberamente del suo lavoro, è colei che ha gli strumenti per sottrarsi ad un’ impossibile relazione, ed alla distruzione sociale di entrambe. La giovane in fiamme, la ragazza ritratta dalla pittrice e destinata a sposarsi per destino familiare, è colei che “brucia”, ed il cui vero ritratto, non quello spedito allo sposo, è destinato ad essere celato (quasi) per sempre.
Un racconto sulla in-visibilità lesbica severo e forte, che investiga anche in maniera geniale i registri di un discorso amoroso e culturale tra le due.
Il “libro” su cui l’artista disegnerà il suo volto ed il suo corpo, da lasciare alla donna che ama, è un libro prestato a caso, uno dei pochi che ha con sé, e segna la sua capacità di inscrivere se stessa nel tempo, dolorosamente, perché l’altra, l’ amata costretta a sposarsi, non possiede strumenti se non nella contingenza.
Sarà lei, col suo acume, che mostrerà alla pittrice come, mentre è studiata per il ritratto, lei stessa studia chi la disegna. A lei il copione dedica l’ammirazione dell’amata e di chi la guarda dalla sala del cinema, ma suo è il ruolo dell’eroina che soccombe.
A questo proposito meravigliosa la sceneggiatura anche nel suo riferimento a quello che a questo punto definirei un caposaldo dell’immaginario lesbico, non solo per la lirica (Gluck, 1762) nella quale è cantata da mezzosoprani en travesti dai primi dell’Ottocento in poi: la storia di Orfeo ed Euridice.
Questa storia è citata due volte nel film: la prima, quando le due protagoniste interpretano il testo, e in coda quando la pittrice espone (sotto nome del padre, pur di esporre) una sua opera che rappresenta Orfeo nell’Ade che guarda ma trae comunque a sé Euridice.
E’ proprio la pittrice che, in risposta al perché Orfeo, nel mito, si sia volto a guardare Euridice, perdendola, afferma che forse lo ha fatto per la scelta di tenersi il ricordo. Così la protagonista prefigura la sua dolorosa scelta.
Ma scrive invece Lucrezio “…nel timore che ei non lo seguisse, ansioso di guardarla, l’innamorato Orfeo si volse”. E’ sul guardare e sul ri-guardare, sul timore in amore, che la pittrice si confronta, svelando in questo modo la sua incapacità di pensare, e costruire, un futuro in cui lei “trascina dietro sé” l’altra.
Questa è una bella meta-interpretazione del testo lucreziano, in cui il rapporto tra Orfeo ed Euridice diviene quello tra tutti/tutte le amanti che si lasciano per affermazione ed evoluzione di se stesse/i. Il racconto di Sciamma è quindi protostorico, ma anche presente perché non si limita a raccontare ciò che allora era impossibile ma, direi sottilmente, mette in dubbio anche la legittimità del prevalere dell’idealità sulla realtà in tutti i rapporti di amore.
Non credo sia irrilevante quindi che la regista abbia scelto un’attrice un tempo a lei legata come interprete della donna che “resta nel suo passato” ma che ha un valore nella sua vita.
Per questo a mio parere il film è uno dei più significativi racconti d’amore girati di recente, e porta con sé anche valori della storia del lesbismo e delle donne, con quei “tableaux” viventi, geniali e quasi mai retorici.
Una musica “in levare”, quella di questa regista, che afferma uno stile originale e avverso alla poltiglia sensoriale e culturale, pure se “frizzante”, che ci viene quotidianamente spacciata per modernità.

FPA

 

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