femminismi.it

un osservatorio sulla libertà femminile

– Un caffè con Lena.

Intervista ad Elena Sonzogni.
di Eleonora Casalini.

Ho conosciuto Elena per caso al bar e non si può dire che passi inosservata; ha una risata piena, lunghe treccine colorate e anche la sua cagnolina Mia si fa sentire se non riceve abbastanza coccole.
E poi parla tranquillamente del suo lavoro: pornoattrice e sex worker.
Personalmente, la questione del sex work l’ho sempre trovata controversa, in parte per inclinazione personale e in parte per stereotipi e convinzioni interiorizzate. Per questo ho iniziato a informarmi leggendo di persone che lavorano nel settore, che hanno fatto questa scelta in modo consapevole e autodeterminato, che cercano di abbattere stereotipi e discriminazioni per coloro che svolgono questo lavoro e che richiedono una legge nazionale che possa regolamentare il settore, concedendo delle garanzie a lavoratrici e lavoratori. Ad oggi sto ancora cercando di farmi un’idea personale sul sex work e ritengo che quando si parla di questa professione bisogna sempre distinguere bene tra coloro che la scelgono in maniera libera, autodeterminata e consapevole e coloro che vengono invece sfruttate\i. Mentre ritengo sterili-come qualsiasi persona che abbia buon senso ed un’etica- le conversazioni sempliciste da bar su persone che scelgono di fare sex work “perché è più facile che sbattersi in un altro tipo di lavoro” oppure “è il lavoro più antico del mondo”, senza rendersi conto che nella maggior parte dei casi è l’oppressione più antica al mondo, senza guardare ai problemi strutturali delle nostre società come lo sfruttamento della prostituzione, la tratta degli esseri umani, la prostituzione minorile, le discriminazioni legate alla persona e le circostanze materiale che rendono il sex work l’unica alternativa possibile per sopravvivere per alcun*.

Per questo, quando ho conosciuto Lena, si è mossa dentro di me la voglia di fare una chiacchierata insieme, lontano dagli stereotipi, per sapere un po’ più del suo mondo e del suo percorso personale. Il nostro caffè inizia così, come due amiche che non si vedono da tempo e che hanno voglia di raccontarsi…

Domanda: Parlami un po’ di te, come ti descriveresti e come vuoi essere definita?

Risposta: Io mi ritengo una persona normalissima, che si pone in modo molto tranquillo, umile e rispettoso con le altre persone. E con questo lavoro riesco a sentirmi libera di scegliere in modo autodeterminato su questioni che riguardano la mia vita lavorativa e privata, cosa che mi è stata negata per molto tempo in passato. Diventare attrice di film per adulti e sex worker mi ha aiutata a liberarmi da certe imposizioni e ad esprimere me stessa a pieno.

D: Come ti sei avvicinata a questo lavoro?

R: Ho iniziato questo lavoro 8 anni fa, grazie all’idea e alla vicinanza di alcuni partner sessuali dell’epoca. In particolare, uno di loro mi ha dato l’idea, dicendomi che ero brava e facevo sentire a proprio agio le persone e- un po’ come battuta un po’ seriamente- mi ha detto che avrei dovuto pensare al sex work come professione. Ho trovato l’idea interessante e da quel momento ho iniziato a lavorare. Non mi sono pentita di questa scelta perché mi piace quello che faccio.

D: Pensi che per te, in quanto donna, lavorare nel mondo della cinematografia porno e come sex worker sia una rivendicazione di libertà e autodeterminazione, cose che ti sono state negate  in passato?

R: Ho un passato burrascoso e arrivo da una realtà molto piccola, nel mio paesino siamo 500 abitanti e tutti sanno tutto di te. Come si dice, fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce, quindi ero inserita in una realtà dove vieni giudicata per ogni errore ma non si guarda al positivo e agli sforzi di una persona. Questo per molto tempo mi ha fatto vivere secondo le regole degli altri, cercando di soddisfare le aspettative di tutte\i e limitandomi come persona per evitare voci di paese e giudizi-che comunque sono inevitabili in una realtà così piccola, indipendentemente dal lavoro che fai. Ho sempre vissuto in questa bolla di vetro e ad un certo punto ho deciso di uscire e essere me stessa. Ho deciso di andare via dalla mia piccola realtà e ho utilizzato questo lavoro per farlo. Ho potuto girare l’Italia, da sola, e questo mi ha permesso di conoscere meglio me stessa, di confrontarmi con tante persone e realtà differenti, di affrontare anche situazioni rischiose ma nonostante tutto sono cresciuta e maturata. Diventare sex worker è stato il trampolino di lancio per liberarmi da certi schemi mentali, catene fisiche ed essere finalmente me stessa, rivendicando materialmente il mio spazio nel mondo e la mia libertà personale. Elena come persona che sceglie autonomamente chi essere e che lavoro fare; essere sex worker e attrice porno è stato un modo per affermarlo.

D: Diverse testimonianze di attrici, articoli e attivisti\e hanno parlato della violenza intrinseca del mondo della cinematografia hard. Vi sono attrici che non hanno dato il consenso per determinate azioni nei film ma che le hanno subite lo stesso, il linguaggio dei titoli nel porno mainstream è misogino e brutale. Altre attrici parlano della dipendenza da sostanze e alcol durante il loro periodo attivo di lavoro e accademiche femministe di visual studies dimostrano come la cinematografia porno sia creata prevalentemente con un’ottica maschile per procurare piacere maschile. Nella tua esperienza, quanta misoginia e violenza (verbale, fisica, psicologica, economica) c’è nel mondo della cinematografia porno italiana?

R: Io ho lavorato prevalentemente in produzioni amatoriali e ho avuto la fortuna di trovare sempre persone rispettose nell’ambiente lavorativo. Ho girato all’incirca 25 film però 3 anni fa ho deciso di lasciare per un periodo il set perché è un lavoro che tendono a sottopagare, nonostante che si facciano molte ore di riprese con molti partner. In questo mondo ci provano tutti a pagare il meno possibile e a sfruttarti, in molti posti non vado più a lavorare per questo motivo. Però sono stata fortunata perché non sono mai stata vittima di violenza sul set, nella vita privata sì.

D: Oggi l’età a cui i giovani sono esposti alla pornografia è scesa, spesso sono esposti a immagini pornografiche non desiderate mentre navigano nel web. Questo unito alla mancanza di educazione sessuale nelle scuole[1]-dovuta prima all’opposizione della quasi totalità del mondo cattolico e adesso al cosiddetto movimento dei genitori “No sex” -e i tabù legati alla sessualità, fanno sì che il cinema porno, soprattutto mainstream, diventi un modello e l’esempio di educazione sessuale che i giovani non ricevono da altre parti. Personalmente trovo che il mondo della pornografia mainstream sia problematico sotto diversi aspetti: come già accennato, è girato con lo sguardo maschile per procurare piacere agli uomini (visti come maggiori consumatori), rendendo l’eccitazione maschile e la penetrazione preponderante. Le donne sono raffigurate come meri oggetti sessuali e il discorso sul piacere femminile è totalmente silenziato. Poi le scene messe in atto sono spesso brutali, che ricordano stupri, scene in cui manca il consenso, violente, che accrescono l’idea che le donne “desiderano” intimamente essere trattate così e che alimentano la cultura dello stupro[2]. In quanto attrice, hai riflettuto su questi temi e hai usato o stai cercando di usare i tuoi film e il tuo corpo dare dei messaggi diversi dal coro mainstream?

R: Penso che ognuna abbia una sua idea di come usare il corpo. Io nasco come attrice di porno amatoriali, il che mi ha reso un po’ più libera nei copioni e nell’interpretazione delle scene. Grazie a questa libertà, ho sempre cercato di dare un’immagine che fosse il più reale e naturale possibile, sia di me stessa perché mi sento di essere la stessa persona sul set e nella vita privata, sia del rapporto sessuale-perché le grandi performance da film porno non accadono mai nella vita quotidiana e nella relazione sessuale con l’altra\o. Inoltre cerco di informare i giovani e gli adulti, innanzitutto puntando l’attenzione sul sesso protetto. Nei film non possiamo girare le scene usando il profilattico ma nei miei filmati amatoriali o quando ho degli incontri punto molto l’accento su questo aspetto. Noi che lavoriamo nel settore siamo costantemente controllati e facciamo le analisi con cadenza regolare mentre all’infuori del settore, molte persone non lo fanno ed è un problema per la diffusione delle malattie sessualmente trasmissibili. Sarebbe importante fare vedere nei film l’uso del preservativo per dare l’informazione in modo capillare ai consumatori abituali e saltuari poiché molte persone che vedono nei porno i rapporti non protetti (per contratto non possiamo usare le protezioni ma abbiamo l’obbligo di presentare le analisi che siano recenti) sono convinti che nei rapporti sessuali il preservativo non serva o serva solo per prevenire gravidanze indesiderate mentre il discorso delle malattie sessualmente trasmissibili è prevalentemente ignorato. Sarebbe fondamentale che gli ospedali si impegnassero a dare informazioni sull’argomento e che spronassero per far fare controlli, senza far sentire stigmatizzate le persone che si sottopongono a queste analisi. Inoltre nei miei incontri privati parlo sempre dell’uso del preservativo, delle analisi, di come pulirsi correttamente le parti intime perché molte persone, anche adulte, non sanno come avere un’igiene intima adeguata per evitare l’accumulo di batteri in zone più delicate. Insomma sì, cerco il più possibile di dare informazioni.

D: Il mondo del porno tende ad avere determinati standard performativi, quindi degli atti sessuali molto incentrati sulla penetrazione e con un’ottica maschile, per procurare piacere ad un pubblico maschile. Inoltre anche i corpi che vediamo nei film sono molto standardizzati, attori e attrici con un certo tipo di fisicità che rientra nei canoni estetici odierni. Nel processo di identificazione con il personaggio del film, le persone normali si sentono inferiori o non adeguate. Pensiamo al grosso fenomeno della labioplastica femminile, che è sempre più richiesta, o dell’ansia da prestazione maschile, perché pensano che il rapporto sessuale normalmente si svolga come nei film. Qual è la tua opinione?

R: Mi sono sentita discriminata dall’industria cinematografica proprio perché, come dicevi, richiedono corpi totalmente perfetti e di utilizzare la chirurgia plastica nel caso non si rientra nei canoni richiesti. Io sono totalmente naturale, non mi piace l’idea di utilizzare la chirurgia per modificare il mio corpo secondo standard definiti dalla società, soprattutto perché mi piaccio e amo il mio corpo, anche con i suoi difetti. Mi sono sentita scartata dal mondo del porno mainstream ma preferisco essere me stessa, e vedo che le persone poi apprezzano più la naturalità del corpo e delle azioni piuttosto che la finzione estrema dei film. Un’altra cosa che spesso accade nel mondo della cinematografia hard mainstream è l’utilizzo di sostanze stupefacenti per poter fare determinate performance nei film; conosco attori che si fanno iniezioni di cocaina nel pene, o che prendono altri tipi di sostanze per poter rendere di più e attrici che usano sostanze per poter essere più produttive. Io, personalmente, non ho mai fatto uso di queste sostanze e lo sconsiglio anche a tutti i clienti che mi chiedono informazioni su farmaci da prendere per rendere di più durante il sesso. Voglio, con il mio lavoro, far capire alle persone che il sesso deve essere una cosa naturale perché così è, e deve essere un piacere e non una finzione. Insomma, ci sono tante cose che andrebbero sistemate nel nostro mondo ma ovviamente ci sono problemi anche tecnici, ad esempio lo stato non ti dà modo di metterti in regola e pagare i contributi. Credo derivi dal fatto che abbiamo il Vaticano in Italia, che formalmente vuole mantenere il mondo del lavoro sessuale fuori dalla legalità.

D: Si è parlato e si parla di regolarizzare il lavoro delle sex workers, cosa ne pensi a riguardo? Ci sono dei modelli di regolamentazione utilizzati da altri paesi che pensi possano essere adattati anche al contesto italiano, senza rischiare di alimentare ancora di più il mercato nero della tratta degli esseri umani e della prostituzione?

R: Per la mia esperienza dei modelli efficienti di prostituzione sono quello svizzero e quello di Praga. E questi potrebbero essere un primo passo verso la legalizzazione del sex work, il che ci porta ad avere anche dei diritti in quanto lavoratrici e lavoratori. Ad esempio, se il lavoro fosse legalizzato noi potremmo pagare le tasse, contribuire alle spese del paese e avere la previdenza sociale, cosa che al momento pochi di noi hanno. Infatti, chi lavora anche nei club privè o nelle discoteche può aprire la partita IVA, con professione di artista, ad esempio, ed essere regolare mentre per le altre persone questa possibilità non c’è ed è un problema. Ad esempio, due anni fa mi sono rotta il piede e non avendo nessuna copertura statale per l’infortunio ho dovuto comunque lavorare con il gesso. Ora sto pagando un’assicurazione privata che copre eventuali infortuni. E il problema è anche per il futuro, non pagando i contributi siamo destinati ad avere una pensione minima o ad aprire un fondo pensionistico privato. Inoltre non possiamo prendere mutui o finanziamenti, perché non siamo regolari. Per questi motivi, sto cercando un lavoro part-time che mi consenta di avere queste garanzie e di poter prendere un mutuo perché vorrei comprare casa, perché ad oggi non posso con il mio lavoro. A questo si aggiunge la difficoltà per il fatto che nessuno vuole assumermi per via del mio lavoro da sex work e dei pregiudizi nei miei confronti. E dire che in passato ho fatto diversi lavori come commessa, badante, baby-sitter quindi ho esperienza in diversi settori.

D: Come abbiamo visto la pornografia impone certi stereotipi agli uomini sulla sessualità che uniti agli stereotipi di genere e sociali impongono a uomini e donne dei comportamenti precisi in base al loro sesso biologico, creano negli individui l’idea che per rientrare in quelle categorie di maschile e femminile non possono fare altro che attuare comportamenti stereotipati. In quanto sex worker, noti che questi stereotipi vengono riproposti anche nei tuoi incontri e che influenzino il modo in cui gli uomini si pongono? Oppure hai l’opportunità di vedere un lato diverso della mascolinità, che esula dal dover essere sempre un maschio alfa, aggressivo e performante a letto?

R: Io lavoro principalmente con uomini sposati che mi parlano di una vita quotidiana frenetica, basata sul lavoro e sul fare soldi, una vita in cui non c’è più intimità e relazione sessuale con la propria moglie. Quando vengono da me cercano un momento per staccarsi da tutto questo, un momento di affetto, coccole, una persona con la quale confidarsi e con tante persone ho un rapporto di amicizia, in cui loro si aprono con me. Noto che i miei clienti cercano questo, un colloquio con una persona amica che ti fa stare bene, che ti fa sentire libero, fuori dagli stereotipi e dal ruolo che devono ricoprire a casa o al lavoro. Vogliono semplicemente essere se stessi con le loro vulnerabilità e trovare qualcuno che gli ascolti e accetti che oltre al ruolo sociale (padre, uomini, lavoratori, etc.) c’è una persona normalissima con i suoi punti di forza e le sua fragilità. Però prima di aprirsi così, loro cercano innanzitutto una persona fidata, che sanno che non parlerà di loro con persone esterne. E questo io faccio, non mi permetto mai di parlare di loro con altre persone, di andare oltre i nostri appuntamenti e intaccare la privacy della persona.

D: Dall’altra parte gli stereotipi e le immagini che ci vengono date del mondo del cinema hard sono molto sensazionalistiche, un mondo dei balocchi accessibile a tutti, con molti onori e pochi oneri. Immagino che l’attrazione per il mondo del porno sia molto forte anche nei tuoi clienti…

R: Si, ho molti uomini che mi chiedono dei consigli per diventare attore perché è il loro sogno o perché idealizzano questo lavoro. Tutti vogliono diventare attori porno ma non sanno cosa c’è effettivamente dietro e dentro questo mondo. È un mercato e come in qualsiasi altro lavoro non rimani mai a lungo sulla cresta dell’onda. Il lavoro è difficile e se non vai bene, o semplicemente hai un periodo no, ti sostituiscono come fossi un oggetto. Puro mercato capitalista anche qui.

D: Quindi anche qui come in qualsiasi altro ambito lavorativo non si tutela il lavoratore o la lavoratrice, si guarda al guadagno e se la persona non rende più viene semplicemente sostituita senza avere un occhio di riguardo per la sua salute mentale o fisica.

R: Esatto. È successo anche a me, quei pochi film che ho fatto con case di produzione cinematografica, è bastato un niente per farmi scartare.

Elena mi fa leggere un messaggio in cui un attore le scriveva che la loro collaborazione era finita e non l’avrebbero più chiamata perché voci di corridoio dicevamo che Elena avesse parlato male di lui. Una collaborazione finita per delle chiacchere, di cui non è stata accertata la veridicità dal suddetto attore.

D: Mi viene da dire che il porno più che essere abolito andrebbe cambiato. Cito il grande lavoro di “conversione” che sta facendo da diversi anni la regista svedese Erika Lust[3] con il porno-etico o femminista, volto a considerare la donna non come uno strumento, ma come un “soggetto” del piacere, dimostrando che il piacere femminile è importante e quindi una discriminante fondamentale del rapporto. Questa nuova pornografia è definita post-porno e porno-femminista. Ne hai mai sentito parlare? Cosa ne pensi di questo tipo di pornografia?

R: Io personalmente non ne ho sentito parlare e non l’ho mai vista ma penso che tutto ciò che sia vicino alla realtà sia la cosa più rispettosa da mettere in scena. Da questi lavori anche i giovani possono trarre molti insegnamenti perché da come mi descrivi questa pornografia femminista, è sicuramente più inclusiva, rispettosa e naturale rispetto a quella mainstream. E soprattutto il sesso non è solo penetrazione ma sperimentazione personale dove entrambi i partner devono potersi esprimere pienamente, liberamente e ricercare insieme il piacere, secondo le loro inclinazioni e non secondo qualcosa di imposto dal cinema o da altri. E ovviamente il consenso è fondamentale.

D: Il tuo lavoro ti porta ad avere una grande visibilità, immagino che l’altro lato della medaglia siano i forti pregiudizi a esso connesso e giudizi sulla tua persona. Come ti senti rispetto a questo? Trovi che la mentalità si sia un po’ aperta rispetto a quando hai iniziato o lo stigma sociale per chi fa il tuo lavoro è ancora alto?

R: Fino a qualche anno fa ancora mi facevano male i giudizi altrui. Poi ho smesso di ascoltare quello che dicevano gli altri. Io penso che una persona non debba essere valutata per il lavoro che fa ma per l’impronta e il segno che lascia con le sue azioni. Io dò piacere, dò momenti di relax, cerco di rispettare tutti, di non ferire gli altr*, di comportarmi sempre nel modo giusto ed è questo quello che sono. Il mio lavoro come sex worker e attrice porno, che è visto tendenzialmente male ed è circondato da un’aura di pregiudizi da parte di altri, non definisce la mia persona. Mi sento di essere una brava persona. E no, non è cambiato niente rispetto a quando ho iniziato, i pregiudizi sono sempre molto forti.

 

Così finisce il mio caffè con Lena, donna forte e ribelle che nonostante i pregiudizi e le avversità va avanti nella sua scelta. Perché noi donne ribelli, ognuno col suo modo di uscire dagli stereotipi e dai limiti che ci hanno imposto siamo sempre viste come delle strambe, pazze, streghe. Ma noi continuiamo- ribelli e ostinate- a fare quello che ci fa essere noi stesse, a fare sentire la nostra voce e a rivendicare la possibilità di esistere a nostro modo. Elena si porta Fano nel cuore e noi lei.

A presto Lena!

 

[1] Per un approfondimento sull’argomento consultare: “Educazione sessuale ed affettiva a scuola: Italia ed Europa a confronto” di E.Tonazzoli e M.Venturini, 19 ottobre 2018, link:

https://www.stateofmind.it/2018/10/educazione-sessuale-adolescenti/. “(Dis)educati al sesso, l’insegnamento negato nelle scuole italiane” di N.Ferrigo, 28 maggio 2019, link:  https://www.lastampa.it/rubriche/podlast/2019/05/28/news/dis-educati-al-sesso-l-insegnamento-negato-nelle-scuole-italiane-1.33705230. “Porno: l’età della scoperta decide se, quando e come si diventerà maschilisti” di S. Valesini, 7 agosto 2017, link: https://www.repubblica.it/scienze/2017/08/07/news/_porno_l_eta_a_cui_si_scopre_decide_quanto_e_come_si_diventera_maschilisti-172573580/

[2] Per un approfondimento sull’argomento consultare “Violenza sessuale, colpa dei porno?” di B. Intelisano, 19 maggio 2019, link: https://www.radioradio.it/2019/05/violenza-sessuale-colpa-dei-porno/?cn-reloaded=1

[3] Per un approfondimento consultare: “L’altro porno: femminista, etico, indipendente” di Unicorn, 24 aprile link: https://www.lesexenrose.com/laltro-porno-femminista-etico-indipendente/

*Eleonora Casalini, Dott Ssa in Women’s and gender Studies e ideatrice del progetto” Affrontare la violenza di genere con una prospettiva complementare. La presa in carico della violenza sulle donne anche da parte degli uomini e dialoghi sulla nuova mascolinità” finanziato dalla Borsa di Ricerca per Giovani Under 30 della Regione Marche ed attuato presso Solidarietà libertaria – Archivio Franco Salomone, Fano.
Il progetto rientra nel contesto delle politiche di genere, in particolare è volto ad aprire un dialogo con gli uomini per riflettere sugli stereotipi e le dinamiche di genere che risultano tossiche anche per loro. Il progetto attua varie strategie per la sensibilizzazione e divulgazione dei Men’s studies, attraverso incontri aperti alla cittadinanza, diffusione di materiale teorico ed informativo, pubblicazione di articoli sull’argomento e vuole creare un percorso maschile che sia complementare al lavoro femminile sulle questioni di genere e contro la violenza sulle donne.
Per ulteriori informazioni sul progetto e sugli eventi futuri contattare: eln.casalini AT gmail.com o consultare la pagina Facebook ” Centro Franco Salomone Fano

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