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un osservatorio sulla libertà femminile

– Femminismo ed ideologia.

Appunti a margine della lettura di “Noi. Le lesbiche”, edizioni Il dito e la Luna, Milano 2021.

Sino a qualche mese fa non avevo dubbi che il disegno di legge detto Zan non potesse dar problemi dal punto di vista della libertà di espressione. Pensavo che la possibilità di sanzionare i discorsi di odio e “atti discriminatori fondati sul genere, sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere” fosse una protezione per chi, me compresa, altrimenti rischiava di subire, impunite, offese e discriminazioni. Ciò tenendo conto della mia cultura libertaria personale, avendo subito in passato processi per reati di opinione intentati da integralisti cattolici.
Oggi ho parzialmente cambiato idea. E non per l’ istintiva diffidenza verso i reati d’opinione, o perché i discorsi d’odio sono ormai così pervasivi che certo lo strumento della Legge è solo una goccia di delegittimazione nel mare della nuova aggressività.
La riflessione è partita da due fatti concreti, il primo, quello accaduto lo scorso anno, con l’emissione di una “Fatwa” da parte di Porpora Marcasciano, portavoce del Mit (Movimento italiano transessuali) nei confronti di Gianna Pomata (ora docente di storia della medicina negli Usa, che ha partecipato ad alcuni seminari formativi presso l’università di Bologna nel 2020), “fuori le Terf dall’università” ha intimato Marcasciano, asserendo (senza provarlo) che la docente avrebbe fatto affermazioni transfobiche e “naziste” (!).
Un discorso d’odio ed anche diffamatorio, del quale sono riuscita solo a capire che si trattasse di disappunto perché la docente, durante una lezione pubblica, avrebbe citato i gravi episodi accaduti in Inghilterra (il caso del transgender Karen White nel carcere femminile a Wakefiled, UK) forse per problematizzare la teoria “queer” della credibilità dell’assegnazione del genere in base a mera autodefinizione.
Il termine “Terf” (femminista trans-escludente), usato come stigma, si rivelava come sempre una proiezione: a voler escludere (addirittura dall’università tutta) era la presunta vittima di esclusione. Nel perfetto stile marxista-leninista anni ’70, mi sono detta, in Italia la politica si fa ancora, seppure sotto nuove vesti, con i glossari, le sigle e l’ideologia. Un fatto comunque gravissimo calato in un tombale silenzio.
L’altro episodio, di carattere locale, è l’invito ad una iniziativa marchigiana (Recanati) intitolata “Genderevolution”, durante la quale viene proposto un dibattito intitolato “DDL Zan. Dibattito sul Decreto Legge e sul perché alcune associazioni lo trovano antifemminista”, mi sono chiesta “perché invece di queste “associazioni” spiegano la posizione altrui due portavoce di Arcigay e una attivista transfemminista MtF?
Per questo ho deciso di verificare invece di persona le idee di quella che è considerata la voce dissonante più nota, nel panorama della sinistra italiana e nel mondo Lgbt, rispetto al DDL Zan, alla GPA (Gestazione per altri) ed al transfemminismo, Arcilesbica.
Mi si è offerta l’occasione in questi mesi, con la lettura di “Noi. Le lesbiche. Preferenza femminile e critica al transfemminismo”, scritto da F. Franceschini, L. Giansiracusa, C. Gramolini, S. Zaltieri Pirola, S. Zenobi, ed edito dalla nota casa editrice lesbica Il Dito e la luna (Milano 2021).

L’incipit del libro verte ovviamente sulla narrazione della necessità di spiegare che “i discorsi maggioritari del movimento lgbt e delle transfemministe non ci rispecchiano”, “Dobbiamo scrivere noi!
Qui forse si potrebbe obiettare che il titolo con quel “Noi” parte con una prospettiva di descrizione di una parte per il tutto, perché non è detto che le lesbiche che si definiscono tali siano d’accordo coi contenuti esposti. E’ chiaro come si tratti di una affermazione identitaria di un soggetto che si sente delegittimato e posto sotto silenzio.
La pratica femminista riaffiora come elemento politico fondativo. “La prospettiva teorica da cui siamo partite per svolgere la nostra analisi è il femminismo lesbico”, come non concordare? Soprattutto nel panorama del femminismo italiano della differenza, con il cardine dell’ordine simbolico della madre, un ordine che ha creato complessi e delusioni, anche generazionali, e che segnava quello stile nazionale solo capace del passaggio da teoria a ideologia, con contorno di compilazioni e vulgate. Ma la pratica femminista è stata tanto altro, e ha sempre avuto un respiro internazionale
Non vi sono molti rimandi alla teoria in questo senso (il libro è un pamphlet di 90 pagine) si affronta invece con dovizia il tema della critica al Queer, a partire dal capitolo “Principio di realtà”: “Si sta diffondendo l’idea che ciò che si trova fuori dalla nostra mente, compreso il corpo, dipenda totalmente dai propri schemi percettivi e concettuali…Se il sogno si confonde con la realtà e se il corpo sessuato con il quale nasciamo non realizza il nostro desiderio, è possibile pensare di negarlo, ricostruirlo, reinterpretarlo, manipolarlo, transizionarlo. Ma in maniera imprevista, accade che il reale esiste, rappresenta un limite al desiderio, dice dei no, non è mai completamente a disposizione delle costruzioni teoriche del soggetto. Il nostro corpo femminile fa parte di quelle realtà dotate di permanenza indipendentemente dalla nostra volontà” (pag. 17, 18)

Qui il riferimento è probabilmente più alle vulgate discendenti dal pensiero di J. Butler e ancor prima a G. Deleuze.
G.Deleuze e F. Guattari, col loro Come farsi un corpo senza organi (1980), filosofi alieni del pensiero femminista. Ne è la riprova il loro incipit riferito al corpo, quel “comunque ne avete uno”, che già da sé mostra l’intenzione di offrire (ad altri/e) una prospettiva interpretativa.
Il corpo senza organi è un insieme di pratiche, è un limite, è il campo d’immanenza del desiderio.” Ma è anche “quel che resta quando si è tolto tutto”. I due filosofi, grandi affabulatori impegnati ad offrire una visione antiborghese della realtà, iniziano a “disfare” ed a descrivere il corpo come macchina, ed il desiderio come processo di fabbricazione di un corpo “senza organi”, che è “viso e macchina”. “Non abbiamo ancora disfatto il nostro Io”, scrivono, e scansano la psicanalisi che “traduce tutto in fantasma”. Eliminato lo strumento principe di analisi di sé, resta la volontà del piacere e di piacere. Inizia la genesi del nuovo dominio dell’astratto maschile fondato sulla volontà del costruire-far nascere se stessi surclassando con afflato anticapitalistico il mondo borghese. L’immaginazione al potere migra dal sociale all’individuale: non è nuova la dissonanza tra filosofia decostruzionista, femminismo, e pratica femminista. Perché il partire da sé non basta o perlomeno non fa audience né ideologia, bisogna “Chiudere a aprire i buchi”, cambiarsi, trasformarsi.
Le lesbiche che hanno da dire in quegli anni? Già nel 1973 la contraddizione e fascinazione di un lavoro come “Il corpo lesbico” di Monique Wittig, dove la poeta disfa il corpo ma ne inframmezza lo smembramento con descrizioni di una comunità lesbica “arcadica”, con immagini oniriche di un mondo di sole donne.
Stacco dalle mie considerazioni per dire che più avanti le autrici torneranno sull’argomento.

Nel capitolo seguente, “Dalle unioni civili ai falsi diritti” – si evidenzia il motivo di una frattura, titolando il paragrafo “ Le lesbiche non sono le mogli dei gay”.
Spiegano: “Le attiviste di Arcilesbica, concordi sul no alla surrogazione di maternità commerciale, si dilaniano tra favorevoli e contrarie alla campagna per l’abolizione universale della surrogazione di maternità, tema su cui si giocherà il rapporto col movimento lgbt”.
Qui non solo si evidenzia il fatto che non è assodato che le persone Lgbt (neanche le lesbiche) siano femministe (e non siano misogine), e che quindi mettano prima i diritti ed il benessere delle donne rispetto alle proprie necessità. Le autrici, rispetto alla gestione della GPA e alle tecniche medicali di intervento sul corpo, citano Laura Bazzicalupo: “…l’incremento della vita e del benessere, vero imperativo ossessivo della nostra epoca, non è affatto gestito da un potere statale paternalista, ma demandato alla responsabilità di ciascuno invitato a pianificare la propria vita…””…la riorganizzazione post welfarista dei poteri politici e statali, devolve la responsabilità nella gestione del corpo, della riproduzione umana ad un proliferare di centri di potere nei quali è assente la legittimazione democratica e che hanno un ambiguo profilo formale e giuridico…”.
La questione della commercializzazione (e de-localizzazione) della GPA giunge poi al purtroppo noto scambio ai ferri corti: ”per le firmatarie di una lettera a Il Manifesto…(2019), la maternità surrogata è invece una “forma emancipatoria da un ruolo imposto”. “…far figli per gli altri sarebbe un nuovo modo per rifiutare il ruolo imposto, una singolare lettura, che dà una parvenza femminista alla messa al lavoro della riproduzione umana” (pag.25).
Questione importante che sottolinea una radicalità di pensiero delle autrici, che non riconoscono come libera la scelta di alcune di usare il proprio corpo come merce (prostituzione). Su questa vicenda il mio pensiero è oppositivo circa la discesa in campo, come lesbiche, contro la GPA, perché qui gioca un ruolo troppo forte la proiezione simbolica lesbica di difesa del potere di partorire, e si rischia soprattutto che la critica politica sembri rivolta ai soli gay che commissionano figli.
Il diritto a sapere da che madre si è nati va certo difeso, come i diritti delle gestanti, ma riguardo questi ultimi vorrei riportare alcune considerazioni che condivido. Caterina Botti, in Quasi una maternità. Tra memoria e politica, una riflessione su maternità, riproduzione assistita e gravidanza per altr* (DWF 2020, 127-128) scrive “…quante si oppongono in particolare alla pratica della GPA, sostengono che vi è un principio indisponibile che lega chi partorisce e chi è stato partorito, il principio della certezza della maternità, che fa sì che ogni donna che partorisce sia madre di chi ha partorito e chi è partorito figlio di quella madre” questa viene definita come forma di riduzionismo, come la convinzione che riconosce valore alla sola relazione genetica garantita dai gameti forniti (“riduzionismo biologico spurio” rispetto a riduzionismo biologico della gravidanza a maternità).
Aggiunge però Botti: “Io non mi schiero con quante pensano che solo una condizione di bisogno indicibile possa render pensabile per una donna di candidarsi a portare avanti una gravidanza per non essere poi la madre della creatura che ne nasce, e che nessuna donna libera da bisogni economici o da altro tipo di vincoli (simbolici oltre che materiali) la prenderebbe in considerazione; ritengo cioè che si possano dare casi in cui la scelta nasca da altre ragioni, di solidarietà per esempio, ma ovviamente la questione della commercializzazione, e del rischio di sfruttamento che porta con sé, mi interroga, e penso vada esaminata e problematizzata con attenzione”, se quindi il nesso parto/maternità si scioglie, continua Botti “io considero che stia solo alla donna in questione nominare la sua esperienza, e farlo di momento in momento, potendo cambiare idea…”. Aggiunge “Rispetto alla questione del mercato, una via semplice ovviamente sarebbe quella di vietare lo scambio commerciale, bandire le agenzie che lo organizzano e considerare legittima solo la GPA senza scambio di denaro”. Su questo punto però, Botti sottolinea comunque come sia impossibile per lei aderire alla decisione del bando totale della GPA, per l’impossibilità di “definire i modi in cui donne diverse da me, che vivono in condizioni molto diverse da quelle che io esperisco, possano far fronte ai loro bisogni, quando pure si assuma che siano solo questi a muoverle nella loro decisione”.

Un discorso simile lega le varie forme di sfruttamento del corpo femminile: il matrimonio, la pornografia, la prostituzione, la GPA. Queste ultime tre forme sdoganate e trasformate in “traguardi” rivoluzionari, nel parossismo di un discorso che libera la commercializzazione di sé dai moralismi ma non cambia di certo i fattori in gioco, gli equilibri di potere reali e simbolici tra chi (s)vende e chi compra.
Lo scontro è duro anche sulla prostituzione, “nel novembre 2018” scrivono le autrici, “un gruppo chiamato Ombrette Rosse inscena a Bologna una protesta contro il convegno che vede ospite Rachel Moran (autrice del libro Stupro a pagamento, 2017)”, scrittrice sopravvissuta alla prostituzione” (pag. 31). Qui si evidenzia l’impossibilità di dialogo tra l’area transfemminista e l’area femminista e lesbica meno compatta ma da sempre critica su questo tema. Perché l’esperienza della Moran, che parte da sé, confligge con altre esperienze individuali circa “il mestiere più antico” ma nel contempo è un atto di accusa verso chi non riconosce che il problema sociale e più politico sono le vittime di tratta.
A mio parere le autrici colgono ancor più nel segno con la loro critica al vezzo dell’”indecoroso” del transfemminismo: “L’antagonismo tradizionalmente predilige schierarsi in modo antiborghese e attualmente individua tale requisito nella biografia dei soggetti trans oppure “sex-worker” (pag.33). Quell’ indecoroso che è praticato solitamente da altri/e ma che assurge a moda in un ambito che T. Capote definirebbe radical chic. Un classico.
La critica al transfemminismo continua tirando in ballo il concetto di “neutro”, risultato della pretesa di riunire ideologicamente sotto l’ombrello del “genere” il femminismo e il movimento lgtb, non solo quindi pragmaticamente su battaglie comuni, o aperture teoriche nuove (come la ricerca sulla mascolinità tossica e la liberazione anche maschile dagli stereotipi di genere): “…il transfemminismo adotta abbondantemente l’intersezionalità, per lo più intesa in chiave semplificata come somma di discriminazioni…facendo del femminismo solo un elemento che confluisce in un progetto di cambiamento globale e neutro” (pag. 33).

Che la pratica femminista significasse altro dalla notte in cui tutte le vacche sono nere è fuor di dubbio, e la parte più interessante del pamphlet è proprio quella in cui le autrici spiegano in cosa il femminismo ed il lesbofemminismo non può adeguarsi. I punti chiave: il rifiuto dell’esteriorità e dell’aspetto come criterio di giudizio sociale, la pratica separatista come risorsa e come diritto, la solidarietà tra donne nello svelamento e depotenziamento della misoginia.
Il Cap. 3.6, Critica alla favolosità, è molto chiaro nell’esporre un disagio verso il blob di strass e parrucche come marchio queer: “le dive interpretavano la sceneggiata per esercitare il potere possibile per una donna in tempo pre-femminista” “ma oggi non vogliamo ottenere uno spazio piacendo ai padroni e noi lesbiche semmai siamo interessate ad allontanare il loro sguardo”.
Provocatorie, le autrici aggiungono: “le persone mtf occupano uno spazio che le donne hanno lasciato vuoto, lo stile favoloso è la ribellione sessuale in un uomo, non in una donna, è una possibilità di liberazione del maschile” (pag.35). Continuano poi a chiarire la loro posizione rispetto ai rapporti di potere nel movimento Lgbt italiano ed allo stigma di “Terf”: “il neutro, in apparenza accogliente per le donne, in realtà le oscura sotto il maschile che continua ad essere universale”, “chi se ne accorge e si oppone al transfemminismo, oltre a subire il de-platforming, viene accusata di essere terf e swerf. Il linguaggio dei transattivisti contro le donne, le femministe e le lesbiche è violento e non disdegna il ricorso alle minacce” (pag. 48).
Risulta più chiaro l’irrigidimento su posizioni difensive, per l’attacco spietato sui social, quando si fa riferimento a cambiamenti “tattico-politici” che certo hanno come risultato spazio sottratto alle donne:
nel novembre 2016, in occasione della manifestazione contro la violenza sulle donne indetta da DIRE di Roma, i/le transfemministi/e hanno accostato e sovrapposto la nozione di violenza di genere a quella di violenza maschile …il transfemminismo è quindi una forma di femminismo per tutti, occupazione mista della politica delle donne a scapito delle donne”.
Fondere i temi e le pratiche può dare luogo a mistificazioni perché se è vero che esiste una violenza di genere, sia contro le donne nate donne che contro le donne MtF, è anche vero che sottrarre spazio alle donne nate donne sulla questione del femminicidio non è una conquista ma un segno di crisi, perché la violenza di genere in senso più ampio ha altri spazi a sua disposizione.

Il pamphlet passa poi in rassegna proprio le concezioni di “Gender”, nel capitolo “La contraddizione del genere”, le autrici spiegano con maggiore dovizia di particolari di quanto ha fatto di recente Arcilesbica sulla stampa la loro lettura del discorso attorno a sesso e genere, quella che ha anche motivato la scelta critica sul DDL detto “Zan”. Citando Sylviane Agacinski (L’uomo disincarnato, dal corpo carnale al corpo fabbricato, 2020), propongono una visione non essenzialista ma certo critica verso una teoria Queer che da prospettiva storica e critica filosofica pare essere diventata oggi una prescrizione ideologica.
le analisi queer parlano di sesso e genere come di un unico concetto, dove il sesso è creato dal genere perché senza l’idea di genere non riusciremmo a concepire il sesso. In questo modo si smaterializza il sesso fino a renderlo irrilevante” (pag.51) … “se le analisi queer del funzionamento dei generi, delle performance dell’interiorizzazione del dominio sono interessanti, l’invito politico che ne segue lascia perplesse quando, contraddittoriamente, si accetta del genere la definizione emersa nei Principi di Yogagarta …a questo punto i generi non sarebbero più solo due ma potenzialmente infiniti, perché rappresentano le interpretazioni personali di femminilità e maschilità”. (pag.53)
Su questo posso concordare, visto che la confusione è ormai purtroppo pratica anche istituzionale, vedi ad esempio il sito istituzionale di informazione per le persone trans, infotrans.it, nel quale il glossario definisce “genere assegnato alla nascita” e “sesso assegnato alla nascita” come fossero la stessa cosa, sovrapponendo sesso biologico (che oltretutto è ben più dei genitali esterni) con il genere, cioè la costruzione sociale e culturale variabile e condizionabile da molti fattori.

Le autrici sottolineano poi la contraddizione basale per cui lo stereotipo genere “va decostruito” ma va usato per giudicare la necessità di intervenire sulle disforie di genere anche per i minori: “sembra un discorso di liberazione dagli stereotipi di genere. Però si dice anche che se un bambino ama le bambole e il rossetto è sicuramente una bambina: in questo caso il genere esiste ed è tiranno. …il sesso assegnato alla nascita sarebbe errato” (pag.55).
Le autrici sottolineano poi una importante contraddizione, riguardante il diritto al separatismo femminista:
La situazione cambia ancora quando un uomo dichiara di sentirsi donna. Il suo sentimento dovrebbe bastare per fargli ottenere nuovi documenti e permettergli di frequentare tutti gli spazi riservati alle donne. In questo caso il sentimento è l’unica cosa che conta e non ci sarebbe alcun bisogno di adeguare il sesso al genere percepito” (pag. 56).
Verrebbe da riassumere con un -se il biologico non fa la donna, non la fa nemmeno l’ideologico-, ma il problema non è tanto l’essenza, o la parvenza, ma il basarsi del soggetto: la soggettività, che è anche la accettazione della storia di se stesse, il processo di individuazione di sé (qui il discorso psicoanalitico sarebbe utilissimo), e la critica femminista agli stereotipi: “dobbiamo pensare che sia l’amore innato per il colore rosa, per il tacco 12 e per i trucchi che costituiscono l’essenza delle donne?” (pag.56).

Serve una prospettiva relazionale, psicologica, storica, di sé, al di là di ogni prospettiva, identitaria ed ideologica. Se quindi le autrici citano la Declaration on Women’s Sex-Based Rights (NY 2019) “che rifiuta la sostituzione del concetto di sesso con quello di identità di genere ed elenca tutte le minacce che questa confusione concettuale implica per i diritti delle donne: dalla libertà di espressione e di riunione, alla sottrazione di risorse, spazi ed opportunità.”(Pag. 61) la loro è una proposta pratica che si situa comunque in una prospettiva non essenzialista: “l’umanità è sessuata, gli esseri umani nascono da donna” (qui ricorderei Adrienne Rich, Nato di donna, 1976) ma anche: “siamo donne che non accettano i generi normativi della cultura patriarcale. Il nostro ribellarci ai generi e alle loro norme non ci impedisce di amare il nostro corpo e quello di altre donne, non ci spinge a cambiare il corpo, ma la società e la cultura”.
In questa affermazione rinveniamo un sottotesto reattivo verso la pratica del FtM di molte donne lesbiche nate donne, giovanissime, e delle ancor più numerose giovanissime che scelgono di non nominarsi mai come donne, bensì come transgender, per sentirsi più a proprio agio con se stesse e gli altri in questa società… . Il rischio è il discorso identitario, ma lo è di più il tacere su modelli culturali che stanno costruendo il principio assoluto di performatività e di virtualità, lasciando alla destra coi suoi deliri tradizionalisti l’unico spazio di (finta) critica.

Il modo mediatico digitale, fluido e farlocco, ha profondamente cambiato tutti/e, è una questione politica e generazionale. Vi sono nuove possibilità di comunicazione ma anche molti rischi, derivanti anche dalla mole di ideologia e di “Glossari” rispetto alla reale incidenza delle lotte sulla realtà (la globalizzazione e la fine della capacità contrattuale col Capitalismo).
Scriveva Lorenzo Rustighi su Euronomade: “la lotta femminista è forse una delle poche lotte che oggi siano in grado di costituire e organizzare politicamente quella parte che non possiamo astenerci dal prendere dentro una guerra”. Sarà… a me questa visione post-leninista non ha mai convinto. Scriveva Antonio Negri qualche anno fa che le eccezioni, le rotture fondamentali nella storia della filosofia italiana… nella struttura politico-linguistica della società italiana sono state (secondo lui) l’anticapitalismo di Antonio Gramsci prima, e poi l’operaismo di Mario Tronti, infine “quasi nascosto eppure profondissimamente agente” il pensiero del femminismo della differenza di Luisa Muraro.
Proprio quel pensiero al quale molte si sono ribellate per il suo estendersi in forma matriarcale, uniformante, nonostante l’originaria pretesa anti-istituzionale. Quel pensiero che esultava tanti anni fa con “salti di gioia” per la fine del patriarcato, salti sgambettati dal backlash, già analizzato dalle statunitensi. C’è la ricerca pragmatica di un “punto di leva” tipico di una certa analisi marxista che riecheggia anche nell’ultima Muraro e, guarda caso predice NUDM. “, Il desiderio di protagonismo potrebbe essere il nostro punto di leva”, scriveva Muraro pochi anni fa (rispolverando le solite, e discutibili, critiche alla non violenza) in un impeto anti-Silvio.
Ora il femminismo del simbolico materno ha esaurito la sua produzione ma quello delle figlie sembra a volte vivere della stessa tendenza agli assoluti, e mentre usa la creatività delle femministe di altre generazioni (pensiamo al simbolo del copricapo dal racconto di Margaret Atwood), processa le fonti delle sue stesse ispirazioni se si permettono di dissentire dall’ideologia queer.

Forse è solo necessario ripercorrere strade pratiche e teoriche con più attenzione. Pensiamo ad esempio alla filosofa J. Butler, che parrebbe così prescrittiva e così in difficoltà con la pratica femminista, e con la psicanalisi (“il corpo è solo pensabile in rapporto alle norme”). Eppure proprio rispetto ad una filosofa così distante da lei (e a mio parere molto più creativa), in Undoing Gender nel 2004 scriveva nel capitolo “La fine della differenza sessuale?” “…qualunque cosa si possa dire contro di essa, costituisce una prova indiretta del fatto che essa struttura ciò che affermiamo. La differenza sessuale esiste forse in senso primario, come ciò che incombe sulle differenziazioni primarie o sul destino strutturale da cui procede ogni significazione ?”e su Etica della differenza sessuale di Irigaray “…Irigaray offre un modo per riflettere sulla domanda che rappresenta (La differenza sessuale), la cui irrisolvibilità segna una particolare traiettoria storica per coloro che si pongono tale domanda…”.
Proviamo quindi a non finire nell’epoca della risposta unica, e della mera virtualità.
Come libertaria, sempre dubbiosa sul Diritto (la frase “non credere di avere dei diritti” è di Simone Weil prima ancora di tutte), penso che allo Stato, qualora si tratti di definire cosa sia il “genere” (così come in passato “la famiglia” o il “buoncostume”) sia rischioso dare un potere normativo, perché alcuni termini vanno al di là della mera definizione utile alla protezione di diritti di tutt* noi.
Nel caso del DDL Zan i fattori più a rischio sono quello della pratica separatista, fatto che censurerebbe la pratica femminista e molto altro, e la apertura alla autodefinizione del sesso (confuso col suo stereotipo di genere) non solo nella sfera individuale e relazionale ma anche dal punto di vista legale.

Francesca Palazzi Arduini (dada knorr)

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