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un osservatorio sulla libertà femminile

– Generazioni a confronto

Le lacrime amare del femminismo italiano.
Sul mutamento simbolico e la relazione intergenerazionale

Di Monia Andreani

 Questo articolo, nato in una riunione collettiva alla Libreria delle Donne di Milano in cui si discuteva dei rapporti intergenerazionali il 17 dicembre 2006, accettato in bozza e previsto per il n. 80, marzo 2007è stato scartato poi dalla redazione di Via Dogana. Lo propongo ora come contributo di riflessione.

 Nella riunione di Via Dogana del 17 dicembre 2006 Luisa Muraro si chiedeva e ci chiedeva come mai se c’è stato, come lei sostiene ci sia stato, il mutamento simbolico per cui le donne non credono più nell’ordine patriarcale, nella nostra società non sono/siamo ancora pronte ad assumere questo cambiamento e a renderlo compiuto. Mi pare che questo fosse l’interrogativo, che ho trovato interessante fare anche mio, partendo da un presupposto diverso, perché a mio avviso il patriarcato non è finito ma si è trasformato e sta cercando di riprendersi sempre più spazio nella vita delle donne, anche se le piccole/grandi vittorie del femminismo sono tante e fondamentali per tutte: sono il nostro tesoro, il nostro capitale.

Di mutamento simbolico apportato dalla differenza sessuale tratta il Sottosopra del 1996 E’ accaduto non per caso, che si apre con la dichiarazione: Il patriarcato è finito. Ma in una battaglia come è la vita e come è anche la politica, è sempre incauto decretare morto l’avversario, anche perché l’avversario di solito dura a morire e nel testo del 1996 si diceva chiaramente che la fine del patriarcato avrebbe portato con sé risposte reazionarie e caos, così è stato ed è anche oggi. Intendo chiedermi non tanto perché le donne non abbiano assunto o non assumano il mutamento simbolico che potrebbe dare una spallata definitiva al patriarcato e farci respirare con qualche sollievo di fronte alle tragiche vicende italiane e mondiali degli ultimi dieci anni (quelli che ci separano dal Sottosopra in questione). Intendo chiedermi, invece, com’è accaduto che non solo le donne non abbiano visto o del tutto compreso il grande mutamento ma che molte femministe della mia generazione di trentenni e quarantenni, che rappresentano una consistente fetta della politica delle donne nei più vari livelli delle realtà sociali e politiche del paese, non abbiano neppure assunto come realistico lo scenario proposto dal Sottosopra del 1996.

E questo è un grosso problema che deve essere preso in considerazione con serietà sia da parte di coloro che hanno teorizzato la fine del patriarcato, sia da parte di quelle che ritengono il patriarcato mai finito e anzi quanto mai virulento. E non possiamo risolvere questo problema con un semplicistico atteggiamento di biasimo le une verso le altre. Non possiamo neppure sostenere che a causa di una depressione diffusa molte tra le femministe della mia generazione sostengono che il backlash del patriarcato è oggi pesante a tutti i livelli della vita pubblica e privata (gravi disparità di trattamento nel mercato del lavoro soprattutto per le giovani, pressioni mediatiche di una immagine femminile standardizzata a modelli patriarcali che crea un boom di disordini e patologie alimentari, violenza nelle relazioni con gli uomini, politiche di welfare che favoriscono il ritorno delle donne all’ambito familiare e di cura, visione stereotipata delle donne delle altre culture…). Infatti anche se si trattasse paradossalmente solo di depressione, sarebbe grave che proprio all’interno della pratica della relazione politica tra donne, che doveva esserne l’antidoto, ci sia tanta diffusione della sindrome depressiva.

            Attraverso l’esempio del Referendum sulla Legge 40 sulla procreazione assistita si può forse mettere il naso sullo scenario complesso in cui ci troviamo e su cui si deve misurare la forza del simbolico femminile per cercare di capire come è possibile che stando nello stesso paese abbiamo visioni così contrastanti di un fatto che dovrebbe essere fondamentale e chiaro, la fine del patriarcato e l’avvento del simbolico femminile.

La Legge 40 può essere letta come uno dei più gravi segni di recrudescenza del patriarcato italiano, ampiamente diffuso sia a destra che a sinistra, sia tra uomini che tra donne. A questa sciagurata Legge si è contrapposto un Referendum parzialmente abolizionista, il risultato del quale è stato una solenne sconfitta di tutti quelli che credevano nella pur troppo debole mediazione referendaria, ma soprattutto una sconfitta delle donne, vero bersaglio della Legge.

Noi donne non siamo andate a votare massicciamente e in maniera compatta, e non credo che basti sostenere, come ha fatto Luisa Muraro in Via Dogana (n.74 – settembre 2005) che si debba leggere l’astensionismo anche come una risposta delle tante che nei quesiti referendari non riuscivano proprio a starci, perché questa difficoltà forse comprensibile, ha comunque portato al patriarcato morente una bella vittoria e al simbolico femminile una brutta sconfitta. Quello che è successo è secondo me da leggersi dal punto di vista simbolico come un evento diametralmente opposto rispetto alle battaglie fatte per la difesa della scelta di abortire. Come non tutte si sono trovate o si troveranno nella loro vita a dover decidere se interrompere una gravidanza, così non tutte nella loro vita sono state o saranno coinvolte dalla necessità di decidere se e come intraprendere una gravidanza con il sostegno medico per diversi motivi (sterilità che si sta diffondendo nei paesi del primo mondo, sessualità lesbica, condizione single, malattia genetica). Ma come mai abbiamo risposto in maniera diversa di fronte a domande che interpellavano il simbolico nel suo punto chiave: la libertà femminile, l’autonomia di scelta nella propria vita relazionale, affettiva e feconda? La difesa della Legge 194 del 1978, frutto di una mediazione che non ci ha mai convinto, è stata ed è ancor oggi considerata una battaglia di tutte le donne; ma nel caso della Legge 40, il voto referendario è stato criticato come strumento sbagliato di una battaglia che però riguardava solo alcune.

Di fronte a questa contraddizione una riflessione che mi viene da fare è che il simbolico non agisce in maniera univoca, che forse quello che è proprio dell’esperienza di donne in età potenzialmente fertile non coinvolge le altre donne, e che queste stentano ad impegnarsi, non vogliono lottare più per obiettivi che non fanno parte del loro partire da sé. Magari queste donne sono pronte a muoversi in blocco su temi che riguardavano un tempo il loro partire da sé, la loro battaglia storica, la loro esperienza vissuta e le loro vittorie, ma non sono più così attente alle nuove recrudescenze del patriarcato, alle contraddizioni in cui le giovani donne e le giovanissime si trovano a convivere loro malgrado. Non credo che sia solo un fatto generazionale, ma credo che il fatto generazionale incida e non prenderlo in considerazione può essere fattore negativo se davvero si cerca di comprendere in quale maniera si verifica una distanza prospettica così forte dentro il femminismo italiano tra donne che pensano che il patriarcato sia finito e donne che, nel loro partire da sé, con il patriarcato devono fare i conti tutti i giorni. Se l’obiettivo è quello di un confronto per stare in relazione e comprendere le ragioni dell’altra, per accogliere anche altre istanze che vanno nella direzione di una liberazione delle donne sempre in divenire e mai del tutto divenuta, è necessario ipotizzare, dico solo ipotizzare, che il patriarcato sia un avversario mutaforma che si nasconde e si mostra a seconda di chi ha di fronte e della situazione. Può rimanere latente e sembrare spacciato per dieci anni e poi ripresentarsi sotto molte forme e cercare di colpire duramente. O forse non è colpa del patriarcato ma è un problema tutto nostro e coinvolge il simbolico stesso. Infatti in una situazione diffusamente post-comunitaria, dove le donne non si muovono più compattamente sui temi centrali della libertà di scelta del proprio corpo e della propria sessualità, assumere un simbolico non più condiviso da tutte, ci fa rischiare di essere invece assunte da qualcosa che è altro rispetto alla nostra esperienza e di subire passivamente qualcosa che non risponde alle nostre esigenze, alle nostre piccole e grandi battaglie quotidiane.

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