femminismi.it

un osservatorio sulla libertà femminile

– Contributi politici


Segnaliamo l’intervento di Monia Andreani su “Senza una cultura femminista non si può sconfiggere il femminicidio” pubblicato sul suo blog in questi giorni, nel quale si rintraccia il contributo di Adrienne Rich all’analisi del fenomeno.

 


Il testo che segue è stato scritto in risposta all’attacco portato da Giuliano Ferrara e da altri all’autodeterminazione delle donne, nel 2007, un episodio che ci ha sdegnato più che mai anche per la sua pretestuosità. Il testo rimbalzò di sito in sito sino a raccogliere in pochi giorni oltre mille adesioni. Lo riproponiamo sperando che non si debba di nuovo scendere in campo per difendere una Legge, la 194, che non va messa in discussione. 

Dead women walking

 

Il patriarcato da bar è il modo più semplice che ha il simbolico patriarcale e maschilista di fare presa e di riprodursi all’interno del  discorso comune, della chiacchiera riportata e non ragionata, dello stereotipo senza argomentazione e logicità. Tutto questo si ritrova nell’ultima idea di Giuliano Ferrara, quella di prendere adesioni per una grande moratoria sull’aborto. Ma nell’intento di aprire nuovamente questo discorso stantio c’è anche la malafede di coloro che fanno di ogni discorso un’arma politica contro l’avversario per cui, con il PD debole sulla bioetica e di fronte ad una bella figura internazionale del governo ottenuta con il voto all’ONU sulla moratoria per la pena di morte, Ferrara e altri hanno deciso di strumentalizzare l’aborto per aumentare i malumori nel governo e sperare in un cedimento sui  nodi scoperti.

Siamo davvero stufe che i nostri corpi e le nostre vite vengano invase da discorsi opportunistici e di bottega. Ci appelliamo a Giuliano Ferrara perché rivolga la sua crociata altrove: mai pensato di diventare animalista? La questione della libera scelta della maternità non deve più essere argomento su cui imbastire lotte per poltrone e potere politico.

 Utilizzare la moratoria sulla pena di morte per fare un parallelo con l’aborto è arrampicarsi sugli specchi. Infatti non c’è nesso logico tra una decisione che per legge uno Stato prende per togliere la vita di qualcuno che è nato ed ha diritti anche se ha commesso qualche grave delitto, e la decisione di una donna di far nascere, amare e crescere un figlio o di non poterlo fare per motivi che riguardano le sue singole e personalissime decisioni di vita e di coscienza. Già lo Stato italiano si è arrogato diritti di decisione per parte delle donne, ponendo limiti alla libera maternità  attraverso le limitazioni imposte dalla 194  e con il diritto all’obiezione di coscienza, e decidendo per noi su quando e come avere dei figli o non averne. Si è raggiunto il paradosso della Legge 40 del 2004 con la quale lo Stato ha preso chiara posizione su come bisogna che noi donne abbassiamo la testa alle decisioni degli altri, a decisioni ideologiche e di principio, perché non possiamo scegliere liberamente di avere dei figli neanche in caso di problemi di sterilità.

ll femminismo italiano, come ha ricordato Adriana Cavarero intervistata da Il Foglio, ha già ribadito che sul corpo e sulla sessualità, sulle decisioni di vita delle donne non si deve legiferare, pertanto nessun appello ad un “diritto universale” a favore di ipotetici nascituri può permettersi di andare a contrastare con il diritto di autodeterminazione (autonomia) e di libera scelta che è tra l’altro anche uno dei fondamenti della bioetica, e che spetta a ogni donna. Il dibattito dovrebbe essere posto sul versante dell’etica della responsabilità che deve coinvolgere le donne e gli uomini  in ogni parte del mondo, per una decisione matura rispetto alla nascita di un figlio che è un progetto di vita, un impegno fondamentale perché questo nuovo nato abbia possibilità di una vita felice  e sviluppare  tutte le sue potenzialità. E non funziona neppure l’argomentazione che vuole le donne vittime di una selezione delle nascite  in paesi considerati meno civili di quelli europei, questa tragica piaga infatti non si vince con un’ipotetica imposizione statale alla nascita ma con il miglioramento delle situazioni economiche delle donne  e con i diritti politici effettivi dati alle donne. Solo così e con una cultura dell’autodeterminazione le donne di questi paesi saranno libere di scegliere quanti figli avere, e solo se  non saranno costrette a mandare le loro bambine a prostituirsi o a venderle come spose bambine, allora la nascita delle loro figlie sarà una gioia e non un dolore mortale.

Noi donne, di nuovo trattate pubblicamente come contenitore da maneggiare in talk show abbiamo ora il compito di gridare forte non solo il nostro NO a queste strumentalizzazioni. Dobbiamo pubblicamente rifiutare il ruolo di “dead women walking” che vogliono appiopparci, perché in questo gioco mediatico siamo noi le sottoposte a pena di morte simbolica.

In questa società nella quale il diritto alla vita è sempre  più messo in pericolo, e non certo per le scelte della popolazione femminile ma semmai per la cultura scellerata maschilista che ci considera proprietà del marito, del fidanzato, del padrone, dello Stato, noi donne dobbiamo rivendicare la nostra responsabile autodeterminazione.
Ci chiediamo infine come mai lo pseudo-neo-tomista Giuliano Ferrara non abbia invocato gli universalissimi principi della vita e della difesa degli innocenti quando volenterosamente il suo governo appoggiava – quella sì – la silenziosissima strage di innocenti in Afghanistan e Iraq. C’è da chiedersi infatti come mai il realismo politico di certi maschi rimanga tale per quanto riguarda la guerra – ultima e preziosissima ratio della politica di cui solo loro colgono l’essenza – e si trasformi in un melenso idealismo che difende i feti quando si tratta del corpo femminile. Ferrara – e molti uomini con lui – è realista e cinico quando si tratta delle bombe in Iraq, diventa idealista e mistico quando si tratta del corpo delle donne. 

 Che dire infatti di quei bambini carbonizzati dalle bombe al fosforo bianco lanciate sull’Iraq dagli aerei americani: innocenti forse non lo erano più per il fatto di essere venuti al mondo dalla parte sbagliata?  Perché ci fu il silenzio, allora, su quella vera e propria strage di innocenti – vivi e coscienti – avallata dall’occidente? Quello è sì uno dei tanti crimini contro l’umanità passati sotto silenzio per il quale le madri gemono e continueranno, inascoltate, a gemere.

22 dicembre 2007

Monia Andreani, Olivia Guaraldo, Francesca Palazzi Arduini, Emma Schiavon

Seguono adesioni :

Alisa del Re (Università di Padova)

Renate Siebert (Università della Calabria)

Cristina Papa (Il paese delle donne)

Raffaella Lamberti (Associazione Orlando)

Fernanda Minuz (Associazione Orlando)

Giacomo Casarino (Università di Genova)

Rosanna Ambrogio (Centro documentazione Pace onlus Ivrea)

Pia Covre

Antonella Malvestiti

Monica Cerutti (Consigliera Comunale Torino)

Franca Balsamo (Università di Torino)

Paola Di Cori (Università di Urbino)

Maria Grazia Negrini (Bologna)

Anna Badino

Mirella Sartori

Alessandra Vincenti

Stefania Sinigaglia

Patrizia Caporossi

Anna Malaguti

Susanne Franco

Concetta Malvasi

Roberto Cagliero (Verona)

Laura Tosi

Mauro Donolato

Giuliana Beltrame

Michela Sandrelli

Anna Vasta

Luisa Capelli (Direttrice editoriale Meltemi, Roma)

Mariangela Sirca

Ludmila Bazzoni

Shaul Bassi (Università Cà Foscari di Venezia)

Ida Fazio

Lucilla Mancini

Francesca Ciardi

Paola Magnarelli

Emilia Magnarelli

Maria Rita Lodi

Wilma Plevano

Oriana Cartaregia (Genova)

Nicoletta Giorda (Torino)

Patrizia Veroli

Laura Lanzillo

Daniela Pietta

Chiara Martucci

Enza Panebianco

Barbara Borin (Avvocata Vicenza)

Angela Genova

Marta Vigorelli

Gaia (Maqui) Giuliani

Valeria Villani

Annabel van Baren (Utrecht, the Netherlands)

Beppe Pavan (Uomini in Cammino – Pinerolo)

Antonietta del Brocco

Chiara Bonfiglioli (Utrecht)

Daniela Fringuelli

Alessandra Cimini

Luciana Orofino

Teresa Mattei

Silvia Dal Molin

Marina Bolletti (Padova)

Lorenza Accorsi

Laura Toffetti

Teresa Cassani

Piera Vaglio Giors

Maria Clotilde Amadori Giuffrida

Paola Massaro

Valeria Maione (Università di Genova)

Serena Tarocco (Verona)

Titti Castiello

Camilla Mazza

Wivie Benaim

Alice Pettenò

Ivana Stefani (Alessandria)

Nicoletta Poidimani (Milano)

Alessandra Chinaglia (Psicoterapeuta)

Lorenzo Bernini

Paola Mura (Università di Ferrara)

Sonia Doronzo

Marina Maestrutti

Sabrina Basili

Cecilia Stefanelli

Elisabetta Pesole

Patrizia Diamante

Aida Ribero

Isabella Tolfo

Giuliana Cavalli

Maria Grazia Mauti

Maddalena Brentarolli

Carlotta Pedrazzoli

Annusca Campani

Paola Bassi

Caterina Grassi

Silvana Meroni

Carla Fortis

Maria Teresa Della Mura

Assunta Signorelli

Diego Risuglia

Laura Fantone

Rosella Simonari

Barbara Archesso

Irena Marceta

Cristina Aste

Giusy Esposito

Daniela Schillaci (Palermo)

Valeria Vitali

Lia Arrigoni (Verona)

Ferdinanda Vigliani

Barbara Marinelli

Elena Brambilla

Grazia De Michele

Maria Angela De Michele

Antonia Cannone

Maria Luisa Gizzio

Lee Salter (University of the West of England)

Iole Mizzuni

Marianna Loy

Jack Salbergo (Segreteria Provinciale PRC Verona)

Catia Manfredi (Sinistra Democratica Reggio Emilia)

Stefania Pollastri

Stefania Panfili

Marco Pettenella (Verona)

Franca Castelli

Marco Utili

Maria Teresa Cassini

Barbara Mazzotti

Donata Cavazza

Franco Cilenti e Redazione di Lavoro e Salute

Gabriella Cappelletti (Bologna)

Gabriella Malaguti

Chiara Bartoli

Daniele Montorsi

Patrizia Gubellini

Stefania Gatta

Patrizia Cortopassi

Nadia Branchetti

Monica Morandini (Reggio Emilia)

Giovanna Jannuzzi

Daniele Verzetti

Francesca Mazzola

Sandra Capri

Simona Ricci

Carolina Tinoco

Monica Incerti

Mirca Stefanini

Angelo Berca

Eva Polino

(…)

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